La scienza del “senza”

Son convinto che sia meglio quello giallo senza canfora.
I migliori son più cari perché sono antiforfora.
Schiuma soffice, morbida, bianca, lieve lieve
sembra panna, sembra neve.

Giorgio Gaber, Lo shampoo

 

La paura del veleno

A un certo punto dell’evoluzione umana abbiamo inventato il dentro per proteggerci dal fuori, là dove attendono bacche velenose, belve feroci e dove strisciano serpenti capaci di uccidere con un solo morso.

Era una delle ossessioni di Mitridate VI  (132 a.C.–63 a.C), re del Ponto, uno dei più valorosi nemici di Roma, che aveva perso il padre proprio per avvelenamento. Da Mitridate derivano le parole mitridatismo, mitridatizzazione e il verbo mitridatizzare, cioè immunizzarsi al veleno attraverso una lenta e graduale assuefazione dell’organismo tramite l’assunzione di piccole quantità della sostanza.

A quante pare, oggi è una pratica che utilizzano solo coloro che maneggiano serpenti e scorpioni: in tutti gli altri casi non funziona, anzi, ci si intossica e basta.

Dai tempi lontani arriviamo fino a oggi, dove la paura di introdurre sostanze nocive nel nostro corpo è diventata una vera e propria ossessione, forse anche a causa di junk food e cibo industriale.

La paura, quindi, influenza anche il mercato, basta pensare a come sono cambiati i pacchi dei biscotti negli ultimi anni: se non c’è scritto “Senza olio di palma” ci sembra di essere di fronte a una bomba pronta a esplodere.

 

I cosmetici e l’arte degli asterischi

Lo stesso vale per il ricchissimo settore dei cosmetici. Shampoo, saponi, creme solari, creme idratanti, creme “antiage”, creme anticellulite, cerette, mascara, rossetti… I prodotti in commercio che compriamo per lavarci, profumarci, proteggerci e renderci attraenti occupano molti metri di scaffalature nei supermercati, nelle profumerie e anche nelle farmacie.

I cosmetici appartengono al mondo della chimica, ma come avrete notato osservando etichette, stile comunicativo e scritte sulle confezioni sembrano provenire direttamente dalla natura incontaminata, là dove volano le aquile e dove ci si abbevera direttamente nei fiumi. Creme fatte di foglie e di fiori profumati appena raccolti nel bosco ci trasmettono sensazioni piacevoli, per quanto false, e tutto questo sembra avere un solo nemico: le paure (spesso infondate) di avvelenarsi, nonché un approccio ambivalente con la scienza. Da un lato molti sembrano chiedersi con sospetto: cosa avranno combinato gli scienziati in questo intruglio? Dall’altro: tranquilli, i “test scientifici” dimostrano che…

Così, come nel settore alimentare, anche nel mondo dei cosmetici sembra contare più ciò che non c’è, rispetto a ciò che in realtà c’è: “Senza parabeni”, “Senza solfati”, “Nickel free” ci trasmettono un senso di sicurezza e ci inducono a pensare che stiamo facendo la scelta giusta, o perlomeno la scelta meno sbagliata.

È senza nickel, cosa potrebbe accadermi di male? Il fatto è che per legge nessuno può utilizzare il nickel nella composizione di alcun prodotto, e nello stesso tempo nessuno può garantire la totale assenza di atomi di nickel.

Per il consumatore che si illude di essere attento e coscienzioso, districarsi fra centinaia di flaconi diversi è una sorta di secondo lavoro pieno di insidie e di trappole che possono avere molte maschere: bufale, pubblicità ingannevole, scienza usata come specchietto per le allodole, marketing in grado di legittimare e vendere anche l’aria fritta.

Di tutto questo e molto altro si occupa la biotecnologa e divulgatrice scientifica Beatrice Mautino (1978) nell’illuminante libro Il trucco c’è e si vede (Chiarelettere, 2018, 230 pp., euro 15), sottotitolo: Inganni e bugie sui cosmetici. E i consigli per difendersi.

L’autrice – firma del mensile «Le Scienze» con la rubrica “La ceretta di Occam” e con un canale Youtube che conta ormai più di 40.000 iscritti – ci accompagna negli oscuri meandri delle etichette dei cosmetici, della loro composizione chimica e della legislazione che li riguarda. Grazie alla guida spesso divertente ma sembra competente di Mautino scopriamo infatti che la “scienza del senza” mostra limiti e insidie, spesso nascoste dietro fantomatici asterischi.

È un mondo a metà fra scienza e pubblicità, fra chimica e marketing, dove non vince chi ha il prodotto migliore, bensì chi ha lo slogan pubblicitario (o claim) più efficace, spesso su quel sottilissimo confine che separa ciò che è lecito scrivere da ciò che è illegale affermare.

Un mondo che si basa sul lavoro dei chimici i quali a loro volta devono districarsi fra molecole efficaci ma vietate e altre meno efficaci ma che si possono usare, ad altre ancora che si potrebbero benissimo usare, ma l’opinione pubblica ha stabilito che potrebbero essere nocive anche se non lo sono, perlomeno nelle quantità di legge (ricordate Paracelso? «È la dose che fa il veleno»).

In questa logica “dell’asterisco” e “del senza” si inserisce il caso dei parabeni, conservanti che preservano i cosmetici da pericolose muffe e batteri. A un certo punto sono diventati cancerogeni. No, nulla era cambiato nella loro composizione chimica: semplicemente è montata la psicosi a causa di un articolo (poco) scientifico del 2004 che in modo fallace collegava i parabeni ai tumori al seno. Poiché i parabeni erano fondamentali, Mautino si chiede: cosa ha preso il loro posto? La risposta vi sorprenderà.

 

Lo shampoo senza

Così come sorprende, per fare un solo esempio che riguarda più o meno tutti, il capitolo dedicato agli shampoo. Perché usiamo gli shampoo? Come ci insegna anche Giorgio Gaber, per lavare i nostri circa 150.000 capelli, che dopo un certo numero di giorni si ungono di una sostanza chiamata sebo, sostanza prodotta da ghiandole poste alla base del follicolo pilifero. Il sebo è – fondamentalmente – grasso. Come si toglie il grasso? Con i tensioattivi, sostanze che abbassano la tensione superficiale e quindi fanno sì che il sebo venga via dalla superficie dei capelli (per questo se laviamo i capelli con la sola acqua non cambia nulla e sembrano sporchi come prima). Ma non bisogna esagerare,

Perché il sebo, al capello, fa bene, lo protegge dalla disidratazione e dalle intemperie. Noi lo laviamo via perché non ci piace vedere i capelli unti, ma il nostro chimico deve trovare il modo di sostituire quella patina protettiva con qualcos’altro, altrimenti ci ritroviamo con i capelli che sembrano quelli di Barbie. [p. 104]

Il tensioattivo più efficace si chiama Sls (laurisolfato di sodio), ed è giunto agli onori delle cronache perché una catena di Sant’Antonio particolarmente virale, negli anni Novanta, sosteneva che fosse una sostanza cancerogena. È stato dimostrato che così non è, ma ormai l’unica cosa che possono fare i produttori di shampoo per continuare a vendere shampoo è scrivere sulla bottiglia “Senza solfati”, anche se, come spiega molto bene l’autrice, in realtà in quello shampoo con su scritto “Senza solfati” i solfati continuano a esserci eccome!

E che dire delle pubblicità che ci dicono che il capello deve respirare?

Tenetevi forte: i capelli non respirano. Anche volendo, non potrebbero. Tolto il bulbo, tutto il resto è morto, anzi, non è mai stato vivo, non ha organi, organelli, pori, stomi e qualsiasi altra cosa possa permettere loro di respirare. Vi siete mai preoccupati di far respirare o di nutrire un maglione di lana? Ecco, perché dovreste farlo con i capelli? [pp. 105-106]

Attraverso storie, aneddoti, metodo scientifico applicato agli studi esistenti e un po’ di legislazione resa digeribile da una indubbia simpatia, Il trucco c’è e si vede modifica il nostro sguardo sul mondo dei cosmetici sia da un punto di vista chimico-scientifico, sia da un punto di vista comunicativo, di marketing. Finita la lettura non saremo salvi dai “veleni”, probabilmente, né potremo mai trasformarci in Mitridate (perché dovremmo?), ma avremo molti più strumenti per riuscire a districarci – bombardati come siamo di claim a effetto – fra centinaia e centinaia di bottigliette e confezioni.

 

Tenendo a mente che (segue spoiler):

  • l’unica vera crema antirughe è la crema solare;
  • la cellulite non è una malattia;
  • i cosmetici non sono medicinali;
  • “ipoallergenico” e “chimicamente testato” non significano nulla.

 

Se volete segnalare effetti indesiderabili provocati da cosmetici, potete compilare questo modulo del Ministero della Salute, scoperto nel libro.

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