Moby-Dick o il capodoglio

Finché la balena una notte arriva

sotto le stelle vicino alla riva,

e con la sua dolce voce di mare,

canta una storia che fa sognare

di gemme di ghiaccio e coralli preziosi,

di stelle cadenti e mari impetuosi.

Julia Donaldson, La chiocciolina e la balena, Emme edizioni, 2015, p. 6

 

Quando vi ricapita, vorrei sapere, un’occasione migliore per studiare cetologia applicata?

Herman Melville, Moby-Dick o la balena, Einaudi, 2015, p. 389


Moby-Dick
venne pubblicato per la prima volta nel 1851 ed è la prima opera letteraria di chiaro valore universale che riunisce insieme romanzo e saggio, anticipando di più di mezzo secolo il cosiddetto modernismo. È un libro monstre duro, violento, fatto di carne di balene morte e uomini affamati. Alla morte dell’autore Herman Melville (1819-1891), a 40 anni dalla pubblicazione, Moby-Dick si stima che vendette in tutto poco più di 3000 copie. Un insuccesso colossale, se si pensa a cosa è diventato per la storia dell’umanità questo libro a partire dagli anni Venti del Novecento. Melville scrisse a un’amica: “Non compratelo, non leggetelo quando esce. Non è un pezzo di buona seta femminile di Spitalfields, ma ha l’orrida consistenza di una stoffa che dovrebbe essere tessuta di cavi e cordami di navi. Un vento polare vi soffia attraverso, e uccelli da preda vi aleggiano sopra.”

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In Italia venne pubblicato nel 1932 da Frassinelli con la traduzione di Cesare Pavese. Parzialmente rivista nel 1941, è la traduzione ancor oggi pubblicata da Adelphi, e il capolavoro di Melville è questo, per noi lettori italiani: la traduzione di Cesare Pavese.

Dopo 84 anni l’editore Einaudi presenta nel 2015 una nuova traduzione di Ottavio Fatica che ha come primo obiettivo restituire la lingua ricca, quasi barocca, di Melville, modificata “geneticamente” da Pavese anche per facilitare la vita ai lettori del 1932 (e ai ragazzi ancora di oggi). Per questo, si consiglia la traduzione di Pavese (Adelphi) per i giovanissimi, e la traduzione di Fatica (Einaudi) per gli altri, anche per coloro che hanno intenzione di rileggerlo, magari ad anni di distanza dalla prima volta. Ora che sappiamo queste cose, possiamo issare le vele, ma stando molto attenti, poiché “il capodoglio non vuol sentire stupidaggini” (trad. Pavese, cap. 45). Da qui in poi, i brani riportati saranno quelli della traduzione di Ottavio Fatica, ripubblicata nel 2016 anche in edizione economica (Einaudi Tascabili Classici, 14 euro, 720 pagine). Non metteremo il riferimento alla pagina, così ognuno potrà verificare sull’edizione che preferisce, facilitati anche dalla relativa brevità dei capitoli.

Cosa ha da dirci ancora questo libro letto, riletto, trasposto in tanti film e serie tv, conosciuto da tutti? In questo percorso di lettura tralasceremo la storia più che nota narrata da Ishmael (che in ebraico significa “Dio mi ascolti”) sull’ossessione del capitano Ahab per la balena bianca, tralasceremo gli aspetti simbolici e allegorici di questa biblica lotta contro il Male, una lotta tra umanità schiava delle proprie brame e natura matrigna e selvaggia, e daremo un’occhiata alle pagine dedicate alla biologia e all’etologia delle balene in generale, e del capodoglio in particolare.

 

I cetacei

L’ordine dei cetacei viene comunemente suddiviso in due sottordini in base al tipo di dentizione:

  • Misticeti, ovvero cetacei con fanoni, denti lunghi e fitti che funzionano come dei filtri, trattenendo in bocca i piccolissimi crostacei (krill e copepodi) che sono alla base della dieta di queste creature e facendo uscire dalla bocca l’acqua. Fanno parte dei misticeti le balenottere (azzurra, comune, di Bryde, minore, boreale), le balene (grigia, della Groenlandia, franca australe, franca boreale, caperea) e la megattera;
  • Odontoceti, ovvero cetacei con denti veri e propri. Si nutrono di pesci e calamari; fanno parte di questo sottordine: il capodoglio, l’orca, il narvalo e il beluga, gli zifidi, le focene e i delfini (di mare e di fiume).

In tutto sono 81 specie, se escludiamo la balenottera di Omura, alla quale Eugenio Melotti ha dedicato un articolo sull’Aula di scienze, ancora in attesa di essere riconosciuta come specie a sé. Le specie che superano i 10 metri di lunghezza sono 11. Oltre ai denti, misticeti e odontoceti differiscono nelle narici dello sfiatatoio posto sul dorso: i misticeti ne hanno due, gli odontoceti solo una. Inoltre, gli odontoceti hanno le cosiddette “labbra foniche” e una testa piena di olio per l’ecolocalizzazione, i misticeti no. 

 

Il capodoglio

I capodogli (Physeter macrocephalus) sono cetacei odontoceti. Vivono in tutti i mari che abbiano fondali ripidi e abbastanza profondi (in Italia è possibile osservarli nei pressi delle coste liguri), perché è in questo genere di ambienti marini che vivono le loro prede principali: i calamari. I calamari possono essere lunghi da 30 centimetri fino a 15 metri. Nel caso dei calamari giganti e colossali, il capodoglio è sostanzialmente il loro unico predatore. Per predarli, aspirandoli interi come farebbe un bambino con uno spaghetto, il capodoglio arriva a nuotare a profondità abissali (osservate immersioni fino a 2200 metri, ma si pensa che possano arrivare a 3000 metri), con apnee anche di 2 ore (la più lunga osservata: 2 ore e 18 minuti). Contrariamente a quanto si è pensato per molto tempo, pare non sia una lotta particolarmente epica: i capodogli fanno partire dalla testa un clang (un colpo) sonoro ad alta frequenza e intensità, e poi aspirano il calamaro tramortito, per un fabbisogno che può arrivare a una tonnellata di cibo al giorno. I graffi che presentano sul muso possono sì essere stati causati dai rostri e dalle ventose dei calamari, ma più spesso sono il frutto di lotte intraspecifiche (fra esemplari – il più delle volte maschi – della stessa specie). Non sembra sia molto utile, perciò, la tecnica dei calamari di schizzare nuvole di inchiostro nel buio delle profondità marine per confondere il predatore e fuggire. È però una tecnica che ha ispirato i capodogli i quali, se disturbati, fanno la stessa cosa, ma con enormi nuvole di feci.

Che immergersi tanto a lungo e tanto in profondità sia una cosa seria anche per i capodogli lo dimostra il fatto che le femmine adulte, che vivono in branchi con i cuccioli in vere e proprie “scuole d’infanzia”, lasciano i giovani in superficie, preferendo rischiare un attacco di squali o orche ai pericoli della caccia con immersioni così profonde. Ma questo capita raramente, visto che la media è di 13 capodoglio per branco, con femmine adulte sempre disponibili a vigilare e proteggere i piccoli. Se si accorgono, invece, di un attacco, le femmine si dispongono “a margherita”, cioè con la testa rivolta al centro dove sono i cuccioli, e le potenti code, usate come clave, rivolte all’esterno verso le orche (le orche sono fra i pochi animali che non hanno predatori e che per alcuni aspetti ricordano i lupi: quando sono pronti all’attacco di una preda, per esempio, il capobranco impone il “silenzio radio” – la cessazione dei click e di ogni produzione sonora – e concerta la silenziosa azione di attacco). Ma come fanno i capodogli a vedere nel buio assoluto degli abissi? Come i pipistrelli, grazie all’ecolocalizzazione: “Gli odontoceti impiegano il suono esattamente come fa l’uomo con il sonar, con la differenza che i cetacei ecolocalizzano da milioni di anni. Il sonar utilizza i suoni emessi e la relativa eco di ritorno per rivelare la presenza, la distanza e la posizione di un oggetto. […] Il radar, invenzione dell’uomo, coinvolge essenzialmente gli stessi principi di energia emessa e riflessa, ma utilizza le onde radio anziché quelle acustiche.” (da Mark Carwardine e altri, Balene e delfini, De Agostini, 2007, euro 12,90, p. 77).

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In alto a sinistra di quest’immagine tratta da un documentario vediamo lo sfiatatoio, che si apre o si sigilla grazie a potentissime fibre muscolari. Appena più sotto, una specie di palla con pieghe verticali: sono le “labbra foniche”. A destra di queste, il lungo organo dello spermaceti, che funziona come amplificatore. Le labbra foniche fanno partire il click che va verso destra, rimbalza facendo una U ed esce poco più in basso della labbra foniche, nella parte frontale della testa. Dunque i capodogli decidono il giro che deve fare l’aria che respirano, come si può vedere dai due tubi blu che dallo sfiatatoio si dipartono in due direzioni. Dallo sfiatatoio l’aria può quindi andare verso i polmoni, oppure essere usata per produrre suoni che possono arrivare, fra l’altro, al devastante muro di suono di 230 decibel, viaggiando per molti chilometri nelle acque del mare. Una testa complessa, forse la più complessa del regno animale, che occupa addirittura un terzo dell’intero corpo. I click, inoltre, sono un’importantissima fonte di informazione per gli altri capodogli, perché dicono quanto è grande il capodoglio che sta parlando (le sequenze dei click cambiano in base alla popolazione di capodogli, per cui si può parlare di dialetti) in base al tempo che il suono impiega a compiere il suo giro a U, dalle labbra foniche all’uscita.

Lo spermaceti, poi, non serve solo da amplificatore, ma anche per le immersioni ed emersioni. Normalmente lo spermaceti è viscoso e liquido (in quantità anche di 3 tonnellate!). Raffreddandolo con acqua fredda, però, si solidifica, il suo peso specifico aumenta e si appesantisce. In questo modo il capodoglio si immerge senza fatica. Quando deve riemergere, il capodoglio toglie acqua fredda e immette sangue caldo, che liquefà lo spermaceti facendolo tornare leggero, e questo gli consente di tornare verso la superficie. Una volta raggiunta la superficie, si ossigena respirando circa ogni 10 secondi per 5, massimo 10 minuti, poi torna giù, di giorno e di notte.

La struttura sociale, come abbiamo accennato, è una “scuola d’infanzia” per femmine e cuccioli (che rimangono tali fino ai 6-10 anni, con il raggiungimento della maturità sessuale a 20 anni per i maschi, a circa 10 per le femmine, le quali allattano i piccoli anche per più di 2 anni). Per i maschi si può parlare invece di una “scuola per scapoli”, dove under 50 aiutano i più giovani che hanno lasciato le “scuola d’infanzia”. Con il crescere dell’età, aumenta il bisogno di solitudine. I vecchi maschi, dai 50 anni in poi, come gli elefanti (e molti esseri umani), sono solitari, lunghi fino a 20 metri, e perciò privi di predatori.

L’aspettativa di vita dei capodogli è simile alla nostra, ovvero circa 80 anni. Al contrario nostro, però, hanno un cervello che pesa dai 7 ai 9 chilogrammi: parliamo del cervello più grande del regno animale, presente e passato. Un cervello che loro usano in modo costruttivo. Nel nostro caso, invece, esiste la lunga ombra della baleneria, ovvero della caccia alle balene, senza la quale non esisterebbe Moby-Dick.

 

Cetacei e cetologia

Il 32° capitolo di Moby-Dick si intitola Cetologia. La cetologia è lo studio dell’ordine dei Cetacei, e per Melville è necessario scriverne quanto è necessario per informare il lettore sui principali segreti della baleneria. Va detto che la baleneria dell’Ottocento era molto diversa dalla baleneria del Novecento. La caccia, lanciando gli arpioni a mano da piccole imbarcazioni, era più onesta, se mi si passa il termine, con tutti i rischi mortali che comportava anche per gli uomini. Un anno dopo l’uscita di Moby-Dick, nel 1852, il norvegese Svend Foyn, forse l’uomo più odiato dalle balene, se solo le balene fossero in grado di odiare, inventò l’arpione esplosivo, che una volta montato sulle “navi fattoria”, inventate nel 1925 (navi a motore con argani per issare a bordo e lavorare le balene uccise), farà crollare il numero di grandi Cetacei nel mondo e annullerà il rischio di morte per gli uomini. Le balenottere azzurre, per esempio, arriveranno negli anni Sessanta del Novecento a un numero di esemplari stimato di 600-2000 nel mondo (oggi si stima ce ne siano 4000, grazie al divieto internazionale di caccia alle balene introdotto nel 1986).

Ma cosa sono le balene per Melville? “Volendo sintetizzare: la balena è un pesce che sfiata, dalla coda orizzontale. Voilà. La definizione, nella sua stringatezza, è frutto di ponderata riflessione.” (Cap. 32, Cetologia).

Voilà. Sono ancora lontani i tempi in cui i cetologi studieranno i cetacei non per ammazzarli, ma per il piacere e il dovere di conoscerli. Essendo mammiferi, non fatevi mai sentire da un biologo marino (né da chiunque altro, a dire il vero) dire che le balene sono pesci. Questo ci dà l’idea dei progressi fatti in appena un secolo e mezzo.

 

La baleneria

A parte questo, perché gli uomini avevano così bisogno delle balene? Soprattutto per il grasso, da cui si estraeva l’olio. Nel caso del capodoglio, anche per lo spermaceti, olio purissimo cui abbiamo già accennato e che non richiedeva raffinazione. 150 anni fa si potevano trovare maschi anche di 26/28 metri (lo sappiamo per via di alcune mandibole conservate). I vecchi e grossi maschi erano i preferiti dai balenieri, perché avevano più spermaceti. Da queste uccisioni, ecco le ridotte dimensioni dei maschi di oggi, che arrivano a malapena a 18/20 metri.

Le navi baleniere, fra cui la Pequod del capitano Ahab, erano vere e proprie fabbriche galleggianti. Una volta reperita la materia prima, rischiando la vita, gli uomini dell’equipaggio sbucciavano come un mandarino il grosso strato di pelle e grasso esterno della balena, la “coperta”, e ne tagliavano fette abbastanza sottili per essere lavorate e noi, con loro, passiamo al capitolo 96, La raffineria. Come venivano alimentati i fuochi per far diventare olio il grasso? Con le parti di scarto (la maggior parte) della balena stessa: “Come un martire pletorico sul rogo o un misantropo che si strugge, la balena, una volta preso fuoco, fornisce essa stessa il combustibile e arde del proprio corpo.

Qui, estratto l’olio dal grasso sottocutaneo e dalla testa, l’olio veniva messo in barili. La nave baleniera continuava a cacciare balene in giro per il mondo, seguendo le rotte migratorie dei Cetacei, finché la stiva non era piena di barili d’olio. Solo allora, dopo tre o quattro anni per mare, si poteva tornare a casa, vendere i barili, e dividere il guadagno in base al ruolo svolto sulla baleniera (per un mozzo non era un gran affare, per chi invece lanciava l’arpione, come il “selvaggio” Queequeg amico di Ishmael, si poteva arrivare a guadagnare piccole fortune). L’olio sarebbe servito soprattutto (ma non solo) per illuminare le case (candele fatte di spermaceti solidificato, oppure olio liquido nelle lampade che aveva il vantaggio notevole di non produrre fumo).

Solo “nel 1859 Edwin L. Drake scoprì il primo pozzo di petrolio in una fattoria di Titusville, in Pennsylvania: quell’oro nero che sgorgava dalla terra come il soffio di una balena segnò la fine della caccia al capodoglio e l’inizio di un nuovo saccheggio delle risorse naturali.” (Philip Hoare, Leviatano ovvero, La balena, Einaudi, 2013, p. 124)

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Vignetta pubblicata su Vanity Fair nel 1861: capodogli festeggiano i pozzi petroliferi, la cui produzione blocca la loro caccia per ottenere la carne da cui produrre l’olio di balena, sostituito dal petrolio/kerosene.

Anatomia

Ecco dunque due grandi balene, le teste raccostate; uniamoci a loro accostando anche la nostra.”

Nel grande ordine dei leviatani In folio spiccano di netto il Capodoglio e la Balena Franca. Sono le uniche balene cacciate con regolarità dall’uomo. Per uno di Nantucket rappresentano i due estremi di tutte le varietà di balena conosciute” (Capitolo 74, La testa del Capodoglio: esame comparato).

Da qui, per circa 25 pagine e 7 capitoli, Melville si dedica all’anatomia del capodoglio (e in parte della balena franca). Descrive ciò che vede fin nei minimi particolari, e non vede di buon occhio il fatto che il capodoglio abbia due occhi in posizione diametralmente opposta, così che la balena sia impossibilitata a vedere avanti e dietro. Di questo, naturalmente, si avvantaggiavano le barche dei balenieri per attaccare gli animali da dietro, lanciando l’arpione non visti:

D’accordo, tutti e due gli occhi agiscono da soli simultaneamente, ma ha un cervello a tal segno più inglobante, connettivo e perspicace di quello umano da consentirle nello stesso preciso momento di esaminar con cura due distinte prospettive, una da un lato e l’altra puntata in direzione totalmente opposta? Se è così, gode di una facoltà mirabile, come se un uomo fosse in grado di dimostrare simultaneamente due distinti problemi di Euclide. […]

“Magari sarà solo un’oziosa fisima la mia, però mi è sempre parso che gli straordinari vacillamenti riscontrati nelle evoluzioni di certe balene allorché incalzate da tre o quattro lance, l’irresolutezza e il cedimento a spaventi astrusi così tipici di tali balene, tutto ciò secondo me trae indirettamente origine dall’inanità perplessa della volizione in cui devono gettarle le facoltà visive divise e diametralmente opposte.

E come è prevedibile, viene ignorata l’ecolocalizzazione.

Ma nel capitolo 76, L’ariete, Melville centra nel segno quando descrive la parte anteriore della testa come un ariete, appunto, in grado di sfondare una nave senza danneggiarsi, come accadde nel 1820 con l’affondamento dell’Essex da parte di un maschio infuriato. È noto infatti che molte volte i maschi arrivino in soccorso di altri individui o di intere “scuole dell’infanzia” sotto attacco.

Nel capitolo 77, nel capitolo La grande botte di Heidelberg si fa riferimento con precisione all’organo dello spermaceti: “come quella di Heidelberg era sempre colma dei più prelibati vini delle valli renane, così la botte della balena contiene di gran lunga la più pregiata di tutte le vendemmie olearie, ossia l’apprezzatissimo spermaceti allo stato assolutamente puro, limpido e fragrante. Né questa pregiata sostanza si trova incontaminata in altra parte del corpo. Vivo l’animale, rimane perfettamente fluida; dopo la morte invece, esposta all’aria inizierà preso a rapprendersi, mettendo bellissimi getti cristallini, come le prime formazioni di ghiaccio sottile e delicato sull’acqua.

Nel capitolo 79, La prateria, infine (potremmo andare avanti a lungo, ma meglio lasciare ai lettori il piacere di altre scoperte), Melville si abbandona all’entusiasmo descrivendo la fronte del capodoglio come quella di un genio:

Ma come? Il genio del Capodoglio? Ha mai scritto un libro il Capodoglio? No, il suo genio si manifesta nel non fare nulla di speciale per dimostrarlo.

 

Comportamento

Per finire, nel capitolo 87, La Grande Armada, Melville descrive un comportamento particolare e suggestivo. Un numero enorme di capodogli riuniti insieme nelle acque tiepide tra Sumatra e Giava. Si tratta a tutti gli effetti di quello che oggi i biologi chiamano “branco di riproduzione”. Maschi e femmine di tutte le età riuniti insieme in grande numero (da poche decine a più di un migliaio di esemplari!) per interagire e riprodursi. In questo caso, ci sono anche femmine gravide o che hanno appena partorito. In un furore predatorio, gli uomini lanciano quanti più arpioni possibile, per ferire e raccogliere poi… ma a un certo punto si ritrovano bloccati (“abbonacciati”) al centro di questo enorme branco, e nel mezzo della mattanza tutto per un po’ si ferma: “Sospese sotto quelle volte equoree fluttuavano le sagome delle madri che allattavano e di quelle che a giudicare dall’enorme girovita sembravano ormai prossime a diventare madri. Il lago, come accennavo, era fino a una notevole profondità di una trasparenza eccezionale, e come i neonati umani durante la poppata distolgono dal seno lo sguardo placido e fisso, quasi conducessero a un tempo due vite diverse e, nel suggere un nutrimento fisico, si pascessero pur sempre spiritualmente di qualche reminescenza ultraterrena, allo stesso modo i piccoli di quelle balene parevano guardare verso di noi ma non noi, neanche fossimo ridotti ai loro occhi neonati a un lacerto di sargasso. Fluttuando sul fianco anche le madri sembravano tranquille rimirarci. Uno dei piccini, che da certi curiosi indizi doveva avere al massimo un giorno, sarà stato lungo sì e no quattordici piedi per sei di circonferenza. Per essere vivace lo era eccome, anche se il corpo non pareva essersi ripreso dalla posizione scomoda occupata fino a poco tempo addietro nel reticolo materno dove, testa contro coda, e prontissimo allo scatto finale, il balenotto sta riccurco come l’arco di un Tartaro. Le delicate pinne laterali e le palme della coda serbavano ancora l’aspetto spiegazzato e grinzoso delle orecchie di un bebè appena giunto ai lidi stranieri.

Tutta questa abbondanza di esemplari e di arpioni lanciati, sia detto, porterà ad appena un esemplare ucciso.

 

La balena bianca

Ovviamente la storia di Moby-Dick, benché intrisa di elementi mitici e religiosi, è del tutto plausibile. I maschi possono essere molto aggressivi, se stuzzicati anche molto meno di quanto fa Ahab, e l’albinismo, ovvero la depigmentazione dell’epidermide, per quanto estremamente raro, è un fenomeno reale, ed esistono cetacei albini anche oggi. In Australia è famosissima la megattera bianca chiamata Migaloo, e in questo documentario, narrato dalla voce inconfondibile di Sir Richard Attenborough, parente stretto per tutti noi che amiamo i documentari naturalistici, c’è una grossa sorpresa, “a baby Moby-Dick”:

Salutiamo la grandezza delle balene con questo umano componimento di un poeta inglese vivente, di nome Heathcote Williams:

Dallo spazio il pianeta è blu

Dallo spazio il pianeta è il territorio

Non dell’uomo, ma delle balene.

Carl Sagan e soci hanno fatto bene, quindi, a inserire il canto delle balene, più precisamente delle megattere, nel Voyager Golden Record, un disco con la registrazione di suoni rappresentativi della specie umana. Fra 40.000 anni, quando le sonde Voyager 1 e Voyager arriveranno ognuna nei pressi della stella più vicina, ci auguriamo che le balene nuotino ancora nei mari della Terra, come fanno da molti di milioni di anni. Noi umani ormai pentiti di aver ucciso tante balene, se continuiamo così, chissà.

 

Altri libri consigliati

moby-5Philip Hoare, Leviatano ovvero la balena, Einaudi, 2013, pagine 427, euro 22.

Se Moby-Dick è il libro dell’Ottocento statunitense, questo è il saggio contemporaneo migliore che esista sulle balene, corposa e densa costola di quel mondo raccontato da Melville. È un libro imprescindibile per chiunque abbia lettoMoby-Dick e per chiunque sia interessato ai temi superficialmente esposti in questo percorso di lettura. È un saggio tipicamente inglese, ovvero con l’autore che è anche attore, con una forte sensibilità nei confronti di ciò che lo circonda, sia nello spazio che nel tempo. Non a caso, Hoare lavora per la BBC.

Un libro da leggere, che aggiorna il capolavoro di Melville contestualizzandolo e aggiornandone molti aspetti, dalle conoscenze scientifiche che abbiamo oggi del capodoglio al tipo di società che ha portato Melville a scrivere il suo capolavoro di grande insuccesso, con un approccio storico, scientifico e letterario. Scritto in modo mirabile, è un libro importante anche per capire il rapporto tra cultura umana e natura cetacea.

Le fondamenta dell’impero poggiarono su entrambe le attività: sulla tratta degli uomini, per lo zucchero; su quella delle balene, per l’olio. Fu così che Londra divenne la metropoli meglio illuminata al mondo. Verso la metà del Settecento erano cinquemila i lampioni che, bruciando olio di balena, bandivano il buio primordiale dalle vie cittadine” (p. 267).

 

Mark Carwardine, Erich Hoyt, R. Ewan Fordyce, Peter Gill, Balene e delfini, De Agostini, 2007, pagine 288, euro 12,90 (edizione italiana a cura di Michela Podestà).

Ritroviamo, in questo libro e nel successivo, Mark Carwardine (quel Mark Carwardine), autore dei due migliori manuali dedicati alle balene e ai cetacei. Questo in particolare è fatto molto bene e approfondito in tutti gli aspetti importanti, dall’identificazione, al comportamento, alla biologia, addirittura alle zone migliori del mondo per dedicarsi al whalewatching. Unico difetto: è aggiornato al 1998, ma d’altra parte il mercato editoriale italiano non offre di meglio e tutti i libri sulle balene sono datati, per quanto validi come questo.

 

Mark Carwardine, Balene e delfini. Guida illustrata ai cetacei di tutto il mondo, Dorling Kindersley Handbook, 2004, pagine 256 (fuori stampa).

Della famosa serie “La biblioteca della natura”, poi ripubblicata da Fabbri, è un agile catalogo delle 81 specie conosciute dei cetacei. Difficilmente troverete di più sul Tasmaceto o sulla Feresa. Anche questo libro andrebbe aggiornato, risalendo al 1995, dunque, per esempio, con il Lipote non ancora estinto.

 

Pino Cacucci, Le balene lo sanno – Viaggio nella California messicana, Feltrinelli, 2009, pagine 143, euro 12.

È prima di tutto un libro di viaggio nella penisola più grande del mondo, la Baja California, lunga quasi duemila chilometri e luogo di riproduzione e svezzamento per molti cetacei, dai capodogli alle megattere, e che può vantare una popolazione stanziale di balene boreali. Un luogo di grande fascino, abitato da pochi esseri umani e da molti cetacei. Vale la pena leggerlo, anche per le tre incredibili storie di balene che racconta. Raramente un titolo può essere più azzeccato. Le balene, in effetti, sembrano sapere molte cose…

Per la lezione

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