Uno squalo, ovvero il mare

Frattanto i pesci
Dai quali discendiamo tutti
Assistettero curiosi
Al dramma collettivo
Di questo mondo
Che a loro indubbiamente
Doveva sembrar cattivo
E cominciarono a pensare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare

Lucio Dalla

 

 

Già, com’è profondo il mare… Se volgiamo lo stupore poetico, ammirato e amorevole di Lucio Dalla in domanda, la risposta è: in media, la profondità di tutti gli oceani è 3700 metri. È un mondo verticale, il mare, che nella sua orizzontalità ricopre circa il 70% della superficie terrestre. Allora perché si chiama Pianeta Terra e non Pianeta Acqua? Come disse in una conferenza il regista Werner Herzog:

 

La vita in mare deve essere un vero inferno. Un enorme, spietato inferno di pericolo permanente e immediato. Un inferno tale che nell’arco dell’evoluzione alcune specie, incluso l’uomo, ne sono strisciate fuori, fuggendo su piccoli continenti di terraferma, dove le Lezioni di Tenebra continuano.

 

Infatti, appena fu possibile (cioè nel Devoniano Superiore, 375 milioni di anni fa), un nostro importante antenato uscì dal mare con un tale terrore addosso che nelle pinne si fece crescere le mani, per poter finalmente strisciare nel fango, fuori da quell’orrore di fame furiosa e bocche voraci piene di denti aguzzi.

Nel libro Il pesce che è in noi. La scoperta del fossile che ha cambiato la storia dell’evoluzione (Rizzoli, 2008, 263 pp., fuori catalogo), che forse Herzog ha letto, il fortunato paleontologo statunitense Neil Shubin presenta ai lettori, sotto forma di racconto divulgativo, il suo ritrovamento, nell’Isola di Ellesmere (tra Canada del Nord e Groenlandia), dello scheletro fossilizzato di quello che poi avrebbe chiamato Tiktaalik, il primo pesce “con le mani”, anello di congiunzione tra pesci e anfibi.

Non è esagerato affermare”, scrive Shubin, “che si trattava di un mondo dove pesce mangia pesce. Le strategie per sopravvivere in queste condizioni erano piuttosto scontate: diventa grosso, procurati una corazza, oppure esci dall’acqua. Sembra proprio che i nostri antenati abbiano preferito evitare lo scontro aperto.
Ma la ritirata ha avuto conseguenze più significative. Piegate il polso avanti e indietro, aprite e chiudete la mano: quando lo fate, utilizzate articolazioni che apparvero per la prima volta nelle pinne dei pesci come il nostro fossile. Prima di lui, non esistevano affatto; dopo di lui, le ritroviamo nei nostri arti” [Shubin, Il pesce che è in noi, p. 55].

 

Se le parole riflettono le nostre paure forse, vista la quantità di esseri umani morti in mare nella storia, è la gioia e il sollievo di avvistare terra che ci ha spinto a chiamare il nostro mondo Pianeta Terra. Un pianeta a noi in gran parte estraneo, con quel 70% di mistero rappresentato dal mare e dai suoi oscuri abissi. Cosa sappiamo veramente dell’esistenza che si consuma laggiù? Davvero poco, ma sembra interessarci parecchio, visto che continuiamo senza sosta a scoprire nuove specie viventi, soprattutto abissali. Per esempio, solamente da poco sappiamo che lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) può superare i 400 anni di vita: questo fa di lui l’animale vertebrato più longevo in assoluto. Ed è questo animale misterioso la scintilla che accende il fuoco di un libro memorabile scritto dal norvegese Morten A. Strøksnes. Si intitola Il libro del mare, o come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare (Iperborea, 2017, pp. 330, euro 17,50. Titolo originale: Havboka; traduzione di Francesco Felici).

Narrato dall’autore in prima persona, con uno stile che ricorda Fredrik Sjöberg, altro autore del catalogo Iperborea di meritato successo (per esempio con L’arte di collezionare mosche, già affrontato da Lisa Vozza nell’Aula di scienze), Il libro del mare è un perfetto esemplare di libro narrativo di divulgazione.

Strøksnes, che vive a Oslo, racconta le sue incursioni al nord, oltre il Circolo polare artico, ospite del ruvido amico pittore Hugo, che oltre a dipingere sta sistemando una vecchia fabbrica dismessa dove si lavorava il pesce a Skrova, piccolissimo villaggio nella costa più selvaggia del Vestfjorden, nelle Isole Lofoten. Luogo aspro di pescatori, dove la pesca risulta essere ancora, come in tutta la Norvegia, il mestiere più mortale.

Il libro del mare è la storia di una caccia che diventa ricerca, e la ricerca porta noi lettori verso qualcosa di molto più grande, grande circa come i due terzi del nostro pianeta. La fascinazione per quell’essere ancestrale e inquietante che è lo squalo della Groenlandia è il pretesto per un’indagine profonda del Pianeta Acqua, in ogni aspetto immaginabile. L’autore, spesso amabilmente ironico, altre volte accorato, ma sempre documentato, si muove e ci fa viaggiare con il suo sguardo “geologico” che trafigge i milioni di anni: ha una scrittura ondulatoria che si muove nello spazio, nel tempo e nel linguaggio. Il racconto in prima persona è seguito da racconti di storie del passato che sono a loro volta seguite da approfondimenti scientifici, come onde, appunto, che senza fine si frangono su quello scoglio, reale e simbolico, che diventa lo squalo della Groenlandia.

Il libro del mare parla di balene, di uccelli, di pescatori, di barche (ognuna con il proprio carattere, con pregi e difetti), di oceanografia, di spedizioni, di Moby Dick, di un pittore impazzito perché non riusciva a riprodurre i colori di quei paesaggi nordici che aveva fissato troppo a lungo. Parla della storia della pesca e del commercio del tonno (comprese le nostre tonnare), degli sgombri così simili ai piranha, del vento, delle onde anomale, dei tantissimi morti in mare (noti e sconosciuti), della distruzione degli habitat per profitto, parla di piante e fotosintesi, di costruttori di fari come la famiglia Stevenson (la stessa dello scrittore Robert Louis), di orribili mostri, di cartografia, di merluzzi, di petrolio (“Al merluzzo e alle compagnie petrolifere piace la stessa cosa: il plancton. Mentre il merluzzo se lo mangia fresco in mare, le compagnie petrolifere lo preferiscono invecchiato duecento milioni di anni…” [p. 187]). Poi parla delle parole nordiche per raccontare il mare (parole di paura e di morte), parla di plastica, di meduse, dei danni enormi dell’acidificazione in corso negli oceani, di orche, di gelo, di annegamento e, come se non bastasse, di astrofisica: perché molta dell’acqua terrestre “ha origine dalle comete entrate in collisione con il nostro pianeta nella sua infanzia. È arrivata sotto forma di ghiaccio dai più remoti confini del sistema solare, prima che il sole e gli altri pianeti fossero completamente formati.” [p. 121], e così eccoci su Rosetta e sul suo modulo di atterraggio Philae… Eccoci nelle ombre della nostra mente, inconsciamente ancora là, lontana nel tempo, in un mondo acquatico ostile e vorace, di fronte a tutto ciò che ancora non sappiamo:  “Abbiamo mappato il globo e non riempiamo più le macchie bianche con strani mostri o animali fantastici creati dalla nostra fantasia. Ma forse dovremmo. Perché la vita sul pianeta è ben lungi dalla sua completa rivelazione” [p. 21]. Eccoci di fronte al mistero:

“Non arriviamo a comprendere tempi e distanze di così vasta scala. Siamo creati per vivere sulla terra, in base alle nostre condizioni, e a relazionarci con alberi, auto, scrivanie, montagne, animali, barche, prede, predatori e altri esseri umani. Cose che possiamo capire e percepire, siano esse lisce, ruvide, morbide o dure o, forse ancora più importante, amichevoli o aggressive. È con queste cose vicine che siamo fatti per rapportarci, non con il cosmo e neanche con il mare. Ce lo immaginiamo praticamente infinito, ma non è che una goccia nell’universo.

Eppure qualcosa dev’essere andato storto, o dritto, perché ci pensiamo molto al mare. Forse, come l’universo, anche noi ci stiamo espandendo.” [p. 126-127]

 

Un piccolo esempio di come Stroksnes viaggia e ci fa viaggiare dal grande al piccolo o dal piccolo al grande, senza sosta, è rappresentato dalla vita che prospera nella cosiddetta zona intertidale (o piano mesolitorale), ovvero quello spazio tra la bassa e l’alta marea che non appartiene né alla terra né al mare: “Tutti gli organismi che si sono adattati a quelle condizioni hanno un piede in entrambi i mondi. Un attimo sono sott’acqua, e l’attimo dopo su terra completamente asciutta […] Devono sopportare sale, acqua, pioggia, vento e siccità, nonché proteggersi da tutte le creature che li vogliono mangiare […] Per questo ogni essere che vive sulla battigia ha attributi estremi” [p. 267].

Estremi quanto? I ricci di mare, per esempio, hanno una bocca capace di generare stupore in chi la osserva, composta da cinque parti che si aprono e si chiudono perfettamente, detta “lanterna di Aristotele”, perché il grande filosofo e naturalista greco fu il primo a studiare gli Echinoidei, la classe alla quale appartengono le circa mille specie dei ricci di mare.

Il granchio lira artico ha piccoli aculei sul dorso che hanno la funzione di raccogliere, come un rastrello fa con le foglie, piccole alghe che lo nascondono ai predatori (si chiama mimetismo criptico, o criptismo).

Oppure le patelle, che come tutti i bagnanti sanno sono impossibili da staccare dallo scoglio a mani nude, le quali hanno denti “mille volte più sottili di un capello umano, fatti del materiale biologico più duro del pianeta” [p. 268].

 

E lo squalo della Groenlandia, che Morten e Hugo cercano così ossessivamente? Per quel che ne sappiamo, è una creatura da record. Per esempio, è lo squalo carnivoro più grande (anche dello squalo bianco); nuota nelle gelide acque artiche, fin quasi al Polo Nord, giungendo a profondità di immersione enormi (circa 1500 metri); a causa dell’habitat vicino agli zero gradi e al bassissimo tasso metabolico, vive tra 400 e 500 anni e raggiunge la maturità sessuale non prima dei 100 anni… come se non bastasse, ha una carne velenosa, altamente tossica, che nel migliore dei casi provoca ubriachezza molesta. Dal fegato, in passato, estraevano il grasso usato per produrre nitroglicerina; ha occhi luminosi di colore rosso, a causa di un parassita oculare che gli mangia lentamente la cornea fino a renderlo completamente cieco (la vista in cambio della luce, utile negli abissi per attirare le prede).

Lo squalo della Groenlandia. Visibile nell’occhio il parassita Ommatokoita elongata

Se vi capitasse mai di toccarne un esemplare, accarezzatelo come si fa con i gatti, mai contropelo: i “denti epidermici” che lo ricoprono, affilati come lame di rasoio, vi farebbero sanguinare. Anche chi ha indagato il contenuto dello stomaco ha avuto sorprese: “Come è possibile che Fridtjof Nansen (1861-1930), il noto uomo di scienza, esploratore e politico norvegese, aprendo lo stomaco di un esemplare catturato in Groenlandia, ci abbia trovato dentro una foca intera, otto grandi merluzzi, una molva di 1,3 metri, una grossa testa di ippoglosso e diversi pezzi di grasso di balena? Nansen affermò del resto che questo ‘enorme e inquietante animale’ riuscì a vivere diversi giorni anche dopo essere stato squartato e lasciato sul ghiaccio” [p. 87].

Al termine della lettura, sapremo cose che prima non sapevamo e ci saremo divertiti in compagnia dell’autore e del suo amico Hugo. Probabilmente, oltre a realizzare che “il mare alberga ogni possibile habitat del pianeta” [p. 45], e che per questo dobbiamo avere nei suoi confronti una cura molto maggiore di quella che abbiamo oggi (le enormi isole di plastica sparse negli oceani dovrebbero ricordarcelo), soprattutto ci ricorderemo da dove veniamo. “Come le scimmie e tutta la vita sulla terra, noi veniamo dal mare. Siamo pesci riconvertiti” [p. 280].

La quotidianità delle nostre esistenze fa di tutto per farci dimenticare chi siamo e chi siamo stati. Ma la prossima volta che piangeremo (di gioia, di dolore o perché stiamo tagliando una cipolla, non importa), quando le lacrime raggiungeranno le papille gustative della lingua, approfittiamone. Il sapore salato delle nostre lacrime può darci la consapevolezza che noi tutti, il mare, ce lo portiamo dentro in ogni istante. Dopo tutti questi milioni di anni, il mare è ancora dentro di noi e lo sarà sempre. Mentre ci asciugheremo la faccia, magari, ripenseremo a queste 315 pagine e realizzeremo che se tantissimo tempo fa siamo usciti dall’acqua è per avere salva la vita, quella stessa vita che senza il mare non potrebbe esistere. E allora, forse, ci verrà da ridere.

 

La citazione iniziale del discorso di Werner Herzog è tratta da Il libro del mare, p. 241.

 

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