Premi Nobel e paradossi

La domanda

Ho pensato di portare il paradosso e il modo in cui è stato studiato da diversi premi Nobel, per ora ho pensato a Schrödinger, e il suo famoso gatto, in fisica; a Beckett e il teatro dell’assurdo, in inglese; a Russell e al paradosso del barbiere, in filosofia.
Mi piacerebbe però anche portare qualcosa in scienze (chimica, biologia o biotecnologie) ma non mi è venuto in mente nulla.

Rebecca, Liceo Scientifico

La mia risposta

Il legame fra la lista dei premi Nobel in ogni disciplina e il tema dei paradossi è in parte arbitrario, ma potrebbe offrire l’occasione per alcune interessanti discussioni. Non so se Beckett sia l’autore più giusto per parlare di paradossi o di uso del paradosso in letteratura: l’assurdo, concetto usato in maniera sistematica per analizzare la sua opera, non è la stessa cosa del paradosso. Trovo più esplicitamente paradossale l’affermazione su cui si conclude Il mito di Sisifo di Albert Camus, “Dobbiamo immaginare Sisifo felice.” Un altro premio Nobel, molto diverso da Beckett e Camus, che ha fatto molto uso di paradossi nella sua opera, è George Bernard Shaw. Con questo non intendo sostenere che Beckett vada scartato, ma soltanto invitare a esaminare le alternative.

In medicina, in biologia e in chimica il concetto di paradosso ha un significato un po’ diverso da quello che ha in scienze con un più forte elemento teorico, come la fisica e naturalmente la matematica. Ho trovato soltanto due esempi degni di nota: Il cosiddetto “paradosso della cocaina” nell’opera di Robert F. Furchgott (premio Nobel per la medicina nel 1998), e il paradosso immunitario affrontato da Susumu Tonegawa (premio Nobel per la medicina nel 1987).

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