Non solo parole, parole, parole…

Il linguaggio non è solo un insieme di parole, ma anche la capacità di strutturarle in senso logico all’interno di una frase. Studiando pazienti afasici, un team di neuroscienziati italiani e americani ha messo in luce come il cervello organizza le parole in frasi.
Che cosa sarebbe la comunicazione umana senza quel gioco complesso di lessico, sintassi e significati semantici che costituiscono il linguaggio? Forse, come cantava Mina, solo un fluire disconnesso di «parole, parole, parole»: questo è infatti quello che accade ad alcune persone affette da diverse forme di afasia, un disturbo del linguaggio dovuto a danni neuronali di varia natura.
Con l’ausilio delle nuove tecniche di brain imaging, gli scienziati sono finalmente riusciti a mettere in luce nuovi aspetti chiave delle aree del cervello che controllano il linguaggio. Un recente studio, pubblicato sulla rivista Neuron, dimostra per la prima volta come le funzioni cerebrali alla base del linguaggio siano molto più complesse di quanto ritenuto finora: non solo particolari regioni della corteccia entrerebbero in gioco in questo fenomeno – le aree di Broca e di Wernicke – ma anche la fitta rete di fibre nervose che le connette.
Area di Broca e Area di Wernicke
I primi studi sulle aree del cervello preposte al linguaggio risalgono alla fine del Diciannovesimo secolo. Studiando pazienti affetti da afasia, Paul Pierre Broca e Carl Wernicke identificarono due aree della corteccia cerebrale dell’emisfero sinistro coinvolte nel controllo della parola. Queste due zone, che prendono il nome dai loro scopritori, giocano però un ruolo funzionale ben distinto: i pazienti affetti da un danno all’area di Broca hanno difficoltà nel comprendere e formulare frasi complesse (afasia di Broca), mentre le persone affette da afasia di Wernicke parlano in modo fluente, ma senza senso logico.

Grazie alla risonanza magnetica è possibile mettere in risalto le due aree principali preposte al linguaggio: l’area di Broca (in giallo) e l’area di Wernicke (in fucsia). (Immagine: Stephen Wilson, University of Arizona)

Stesso punto di partenza e di arrivo, ma strade diverse
Le aree di Broca e di Wernicke sono connesse tra di loro da fibre nervose raggruppate in un fascio superiore e in un fascio inferiore. Lo studio pubblicato sulla rivista Neuron va, per la prima volta, a chiarire il ruolo giocato da questi percorsi neuronali nella formulazione del linguaggio. Un danno nel fascio nervoso inferiore produce deficit lessicali e semantici: chi ne è colpito non ha difficoltà a costruire una frase, ma tende a dimenticare il nome delle parole o il loro significato. Al contrario, un danno nel fascio superiore produce il risultato opposto, cioè deficit prevalentemente sintattici: i pazienti sanno perfettamente il significato delle singole parole, ma rimangono disorientati quando queste vengono inserite in frasi grammaticalmente complesse.
Deficit neuronali: non solo una questione di materia grigia
Lo studio mette in luce per la prima volta un aspetto finora sottovalutato: i deficit del linguaggio non derivano solo da danni alla materia grigia (aree di Broca e di Wernicke), ma anche da alterazioni funzionali nella cosiddetta «materia bianca» dei fasci nervosi che le connettono. Questa scoperta potrebbe far vedere sotto un’altra ottica non solo i fenomeni di afasia, ma anche molte altre disfunzioni neuronali: il cervello non è un semplice conglomerato di diversi tipi di cellule che, a seconda della zona della corteccia in cui si trovano, controllano determinate funzioni. Per comprendere come il cervello controlli certe funzioni (e come queste vengano alterate in certe malattie), è quindi sapere il punto di partenza e il punto di arrivo dell’informazione nervosa all’interno della corteccia cerebrale, ma anche il percorso seguito e le eventuali deviazioni.
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