L’eco radioattiva di Fukushima: gli effetti sull’oceano

Sentiremo ancora parlare a lungo dello tsunami che ha investito la città e la centrale nucleare di Fukushima in Giappone l'11 marzo del 2011. Gli effetti della radioattività nelle vicinanze, ma non solo, sembrano siano ormai una certezza come ci raccontano i primi studi di cui vi parliamo.
 
All’indomani dello tsunami che l’11 marzo del 2011 ha danneggiato i reattori della centrale di Fukushima, l’attenzione di tutti si è concentrata sugli effetti della radioattività nelle immediate vicinanze della centrale nucleare.
Ma quanto lontano si è estesa l’eco radioattiva di quel terribile incidente? Per scoprirlo, nel giugno del 2011 un gruppo di diciassette ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) si è spinto al largo delle coste giapponesi e per quindici giorni ha raccolto campioni in punti diversi dell’oceano. Oltre a prelevare campioni di acqua fino ad un chilometro di profondità, gli scienziati hanno raccolto anche fitoplankton, zooplankton e pesci di piccole dimensioni, al fine di testare la presenza di radioattività e il suo impatto sulla vita marina. I campioni raccolti sono stati analizzati per la presenza di ben quindici radioisotopi diversi riconducibili all’incidente all’impianto di Fukushima.
 
 

Il viaggio dei ricercatori del WHOI alla ricerca della radioattività dispersa in mare: i puntini in bianco indicano i punti di campionamento dell'acqua dell'Oceano, in rosso e giallo è invece indicata la corrente oceanica di Kuroshio (Credit: Steven Jayne, Woods Hole Oceanographic Institution)

 
I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista PNAS, indicano che l’incidente nucleare di Fukushima ha portato ad un notevole incremento di materiale radioattivo nell’Oceano Pacifico: una volta rilasciati dai reattori danneggiati, i radioisotopi si sono dispersi rapidamente nell’acqua e, complici le correnti oceaniche, si sono diffusi su un’area particolarmente vasta e a notevoli profondità. Le stesse correnti hanno fatto sì che la distribuzione della radioattività non fosse però uniforme: il risultato è che certe zone dell’oceano risultano più contaminate di altre, nonostante si trovino a distanze maggiori dalla costa di Fukushima. Nonostante i risultati ottenuti, gli scienziati sottolineano che il livello di radioattività nell’acqua rimane comunque al di sotto dei limiti di rischio fissati dall’EPA, il cui superamento ne comprometterebbe invece l’uso e la potabilità.
 
Il lungo viaggio della radioattività: dal Giappone alla California
Mentre i ricercatori del WHOI erano impegnai a raccogliere campioni al largo delle coste giapponesi, altri scienziati studiavano la presenza di radioattività lungo le coste meridionali della California. Ad un mese di distanza dall’incidente di Fukushima, anche le foreste di alghe che crescono in questa zona (della specie Macrocystis pyrifera) presentavano tracce di Iodio radioattivo, ad indicare che gli effetti dell’incidente nucleare in Giappone erano evidenti anche ad un oceano di distanza. Dopo il terremoto del Marzo 2011, gli scienziati hanno constatato nelle alghe un aumento di Iodio radioattivo fino a duecentocinquanta volte il livello basale prima dell’incidente.

Una foresta di alghe al largo delle coste californiane: anche in questi organismi marini sono state rinvenute tracce della radioattività rilasciata dall'incidente alla centrale di Fukushima (Immagine: Wikimedia Commons)


Domande ancora aperte
Nonostante i livelli di radioattività riscontrati nelle acque e negli organismi dell’Oceano Pacifico non superino i livelli di guardia, la complessità dell’ambiente marino impedisce di dichiarare chiusa la questione. Gli studi pubblicati recentemente indicano in modo piuttosto chiaro che l’incidente di Fukushima ha liberato grandi quantità di radioisotopi in mare e fissano un importante punto di riferimento per le analisi future. La radioattività rilasciata potrebbe, con il passare del tempo, accumularsi nei sedimenti oceanici e provocare conseguenze a lungo termine sull’ecosistema marino. Quali conseguenze? Difficile prevederlo oggi, ma proprio perché non lo sappiamo – sostengono gli scienziati – è bene tenere gli occhi aperti.

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