Niente acqua su Marte?

I planetologi cambiano idea riguardo all’acqua su Marte: mai esistita, se non per brevi periodi e in quantità limitate, acqua allo stato liquido sul pianeta rosso. Ma questo non esclude la possibilità di trovare la vita.

A meno di non inventarsene uno, nessun pianeta come Marte ha saputo accendere la fantasia degli scrittori di fantascienza e degli scienziati. Forse tutto cominciò con Giovanni Schiapparelli, l’astronomo che sul finire dell’Ottocento vide attraverso il suo telescopio i famosi «canali», che poi il pioniere della moderna fantascienza H.G. Welles citò nel suo La Guerra dei Mondi, dove la prima invasione aliena della letteratura parte proprio da pianeta rosso. 

Grazie ai dati raccolti dalle nostre sonde e dai nostri rover, è ormai noto che i canali di Schiapparelli non fossero altro che illusioni ottiche, ma è altrettanto vero che gli stessi strumenti hanno rilevato altri indicatori della passata presenza di acqua sul pianeta: se anche i canali erano un miraggio, Marte possiede comunque strutture compatibili con l’erosione da parte di acqua allo stato liquido, e recentemente sono stati identificati sulla superficie minerali argillosi, compatibili solo con la sua presenza. Facile cedere all’entusiasmo: c’è chi ha ipotizzato addirittura interi oceani.

Una immagine del pianeta ricostruita sui dati della sonda Viking 1 (Immagine: NASA)

Quello che oggi è un pianeta freddo e arido (cosa che spinse i Marziani di Wells all’invasione) una volta sarebbe stato ricco di acqua, e dal momento che questa è naturalmente associata alla vita, le implicazioni astrobiologiche erano ovvie. Almeno fino a oggi.

«Tropici marziani» addio
Alcuni planetologi, in particolare James Head (Brown University, USA) stanno diventando scettici su questa visione «tropicale» di Marte. Le più recenti ricostruzioni climatiche escludono infatti l’esistenza di acqua allo stato liquido in superficie: troppo freddo. Anche tenendo in considerazione la presenza di un maggiore effetto serra dovuto a all’anidride solforosa emessa in grandi quantità dagli enormi vulcani quando il pianeta era più geologicamente attivo, il nostro Sole era meno caldo di adesso, e probabilmente i letti dei «torrenti» marziani (quando in realtà non derivano da colate di lava) sono dovuti a momentanei aumenti locali della temperatura (magari dovuti all’impatto di meteoriti) che sciogliendo coltri di ghiaccio hanno liberato abbastanza acqua da incidere qualche valle.

E l’argilla? Le analisi dicono che quasi tutti i minerali identificati (80%) sono associati a minerali tipici di alte temperature, e questo indicherebbe che la loro formazione è avvenuta nel sottosuolo in presenza di acqua sotterranea, e per quanto riguarda il restante 20% compatibile con una genesi superficiale, non sappiamo ancora quanto tempo e in che quantità è esistita l’acqua necessaria, e c’è anche chi pensa che gli stessi minerali possano formarsi anche in presenza di ghiaccio. A queste domande, comunque, dovrebbe rispondere il rover Curiosity, il cui atterraggio è previsto il 5 agosto di quest’anno.

Addio anche alla speranza di trovare tracce di vita?
Non necessariamente, poiché se allo stato liquido è esistita pochissima acqua e per brevi periodi, lo stesso non si può dire per il sottosuolo, e comunque abbiamo sotto gli occhi le prove che la vita supera continuamente i confini che le imponiamo. Lo stesso Head è preciso a riguardo: «Comunemente si crede che solo dove è caldo e umido ci sia vita, ma se guardiamo allo vasta gamma di forme di vita sulla Terra, non c’è alcuna ragione per ritenere che la vita si limiti a questo».

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