Recensione film: Prometheus

Uscito in Italia a quasi quattro mesi di distanza rispetto a buona parte del pianeta, in tanti aspettavano Prometheus

Non solo perché segnava il ritorno alla fantascienza di Ridley Scott, ma anche perché, a 33  anni dall’uscita del primo capitolo della saga di Alien, il regista (che ha al suo attivo, sia film di culto come Blade Runner, sia blockbuster come Il Gladiatore) era pronto a tornare nell’universo da lui creato.

Nel primo Alien (1979) l’astronave mineraria Nostromo intercettava una trasmissione proveniente da un desolato pianeta. Pensando di trovarsi di fronte a una richiesta di soccorso, atterrava alla ricerca della fonte. L’equipaggio, dal quale emerge l’eroina Ellen Ripley (Sigourney Weaver), si trovava quindi a fronteggiare una minaccia terrificante…

Ridley Scott, prendendo le distanze dal termine prequel, prometteva una storia originale che avrebbe però sciolto qualcuno dei misteri insoluti del primo film.

Ora, in tanti, dopo aver visto il film, pensano che quei misteri potevano anche rimanere tali.

La locandina del film Prometheus (Crediti: Twentieth Century Fox)

La trama: un coppia di archeologi, analizzando le iscrizioni lasciate da diverse antiche civiltà, sparse per il globo e mai venute in contatto le une con le altre, scopre che migliaia di anni fa la Terra era stata visitata da creature provenienti da altri pianeti. Erano forse i nostri creatori, o Ingegneri, come decidono di battezzarli?
Seguendo la mappa stellare (il disegno di una costellazione) lasciata dai nostri progenitori, viene identificata una luna, LV233, a 35 anni luce di distanza, ed è lì che gli scienziati sperano di trovare le risposte.
Il ricco e anziano magnate Peter Weyland, proprietario della compagnia Weyland Industries, finanzia una spedizione che porta il vascello interplanetario Prometheus sull’inospitale satellite che, almeno all’apparenza, sembra totalmente senza vita. Per loro sfortuna non è così.

Anche se Prometheus ha vinto al botteghino (complice una massiccia campagna di marketing, che comprende addirittura un sito delle Weyland Industries), si è però guadagnato una disfatta sullo scivoloso terreno che è la presentazione della scienza al cinema.

Pochi giorni fa (Prometheus è appena uscito in DVD negli USA) il popolare biologo e blogger americano Paul Zachary PZ Myers scriveva su Twitter:
«Appena visto Prometheus. Perché Ridley Scott odia così tanto la biologia? Ragazzi, è stato orribile.»

Fin dall’inizio, infatti, Prometheus si pone in antitesi a tutto ciò che sappiamo della vita sulla Terra e sulla sua storia, cominciata miliardi di anni fa. Che tutti gli esseri viventi condividano un antenato comune e debbano la loro esistenza all’evoluzione è un fatto, ed è un fatto che l’evoluzione non sia frutto di un progetto, ma viaggi sui binari della selezione naturale e delle altre "forze" evolutive che sappiamo descrivere in termini naturalistici.

E sappiamo anche che l’uomo è solo una tra i miliardi di specie che si sono avvicendate sul nostro pianeta, e che non ha avuto alcun trattamento particolare in questo processo.

Se poi, con uno volo di fantasia, ammettiamo che gli "ingegneri", come li definisce Scott nel film, abbiano usato la Terra come una capsula Petri, precipitiamo presto. Il film infatti suggerisce nelle sequenze iniziali (ma anche durante tutto il film) che, per creare specie a loro immagine e somiglianza, ai nostri creatori sia bastato giocare un po’ col loro DNA e "seminarlo" sui pianeti. Nella scena iniziale si vede chiaramente un gigantesco umanoide (un Ingegnere, appunto) che, in un passato non meglio specificato, si immola diffondendo il proprio DNA precipitando da una cascata, non prima di aver ingerito un misterioso liquido nero che lo polverizza. E successivamente, nell’acqua, pare anche parassitare le sua doppia elica. 

Il pianeta dove ha luogo questa scena, secondo il regista, potrebbe essere la Terra come qualsiasi altro pianeta. Da notare però che, dalle chiazze di vegetazione (e nel caso della Terra, anche dalla geologia), si capisce perfettamente che la vita è già cominciata.

Gli autori pensano quindi che sia possibile prevedere l’evoluzione e che una manciata di materiale genetico, per quanto fantascientifico, sia sufficiente a ottenere dopo milioni di anni una specie in tutto simile a quella di partenza (più avanti nel film sarà rivelato che una non meglio specificata sequenza genetica è identica negli uomini e negli "ingegneri"). 

E Prometheus non ha fatto storcere il naso solo ai biologi, ma anche agli astronomi.

Mentre la Prometheus avanza nello spazio, una scritta ci informa che in prossimità di LV233 siamo a 35 anni luce dalla Terra, chilometro più, chilometro meno. Durante il film si suggerisce che la nave prosegua a velocità superiori a quelle delle luce, mentre l’androide di bordo, David (da segnalare a questo proposito l’interpretazione davvero eccezionale di Michael Fassbender), sorveglia pazientemente il sonno criostatico dei membri dell’equipaggio. Eppure il viaggio dura solo due anni e sei mesi.

Se i due anni e sei mesi si riferiscono al tempo  trascorso sulla Terra dalla partenza, allora l’astronave deve aver superato la velocità della luce: non solo è abbastanza acclarato che superare la velocità della luce è impossibile, ma è difficile da credere che una tecnologia di questo tipo possa svilupparsi entro la fine di questo secolo, cioè dove si svolge l’azione.

Se invece la durata del viaggio si riferisce al tempo trascorso sull’astronave, allora per effetto della dilatazione del tempo, è stato calcolato che deve aver viaggiato poco al di sotto della velocità della luce. Fermo restando il fatto che al momento una tecnologia di questo tipo è ai limiti del possibile (quasi tutti gli esperti prevedono che eventuali viaggi interstellari saranno molto, molto, lunghi), sorge il sospetto che questa versione sia solo un tentativo di razionalizzare il film, anche se vano: stando a un’intervista a Jon Spaihts, uno degli sceneggiatori, sulla rivista Forbes, questi non sembra certo aver considerato la dilatazione del tempo come una via di fuga dallo scontato deus ex machina (che si concede a classici come Star Trek e a pochi altri), ma ammette di aver usato la velocità della luce a fini narrativi, aggiungendo che, come se non bastasse, a suo (modesto, si spera) parere l’uomo non raggiungerà mai un’altra stella.

Per finire con le distanze, vale la pena segnalare anche che nel film c’è un generoso "arrotondamento" sui fatidici 35 anni luce, che non poteva sfuggire all’astronomo Neil deGrasse Tyson, che già aveva bacchettato James Cameron per alcune scene del film Titanic (1997), dove il cielo stellato non era fedele alla realtà (il regista ha da poco annunciato che nella versione in 3D l’errore sarà rimediato), e di cui riportiamo il tweet:

«La Prometheus viaggia 35 anni luce nello spazio, ma Charlize Theron fa una gaffe "Siamo a mezzo miliardo di miglia dalla Terra" – appena dopo Giove.»

Per il resto, ha ragione chi dice che Prometheus è pieno di atmosfera: le scenografie ricalcano e aggiornano l’impronta estetica del designer del primo Alien, il visionario artista H. R. Giger (che per il suo lavoro si conquistò l’Oscar assieme al nostro Carlo Rambaldi, da poco scomparso) e gli effetti speciali sono (quasi sempre) di prim’ordine.

Come già detto, l’androide David è in assoluto il personaggio più complesso e interessante e, assieme alla spigolosa ed enigmatica direttrice della missione interpretata Charlize Theron, ruba la scena a ognuno degli altri attori, protagonisti inclusi. 

Prometheus ha inoltre il pregio (chiaramete dipende dai punti di vista) di trasformare i difetti di una sceneggiatura lacunosa in punti di forza: lo spettatore alla ricerca delle origini di Alien esce dalla sala con le idee ancora più confuse, ma sicuramente pronto a precipitarsi a vedere l’immancabile sequel.

Speriamo che lì la scienza, come la trama, sia trattata un po’ meglio.

Per la lezione

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