Escrementi e archeologia

Qualunque naturalista sa che le feci di un animale costituiscono una miniera di dati per conoscere la specie che le ha disperse. Non solo un escremento dà informazioni sulla presenza della specie, ma anche su quello che mangia (e quindi, indirettamente sulle specie che costituiscono il suo alimento) e, inoltre, è sempre più facile dal punto di vista tecnico estrarne il DNA per avere un quadro ancor più accurato della distribuzione e composizione delle popolazioni. Ora tocca all’animale uomo: tramite gli escrementi umani potrebbe addirittura essere possibile ripercorrere la storia delle popolazioni a ritroso fino a migliaia di anni fa.

 

Robert D’Anjou, primo autore della ricerca, al lavoro al lago Lilandsvatnet

Steroli e cere
Le feci umane contengono una combinazione di steroli tipica dei grandi mammiferi, in particolare coprosterolo. Lavorando sui sedimenti lacustri del Nord della Norvegia, un gruppo di ricercatori del Climate System Research Center, dell’Università del Massachusetts (USA), hanno dimostrato che è possibile usare questi composti, trasportati nei laghi dalle precipitazioni, per risalire alla inequivocabile presenza di insediamenti umani (anche in assenza di resti archeologici) e datarla con precisione. Se poi i dati dei resti fecali vengono incrociati con altri marcatori, come quelli delle cere vegetali e degli idrocarburi policiclici aromatici (PAH) di origine pirolitica (in poche parole, i prodotti della combustione) si possono ottenere molte altre informazioni. La combinazione di cere nei sedimenti è infatti diversa seconda che il lago sia circondato da un ambiente a prevalenza erboso o boschivo, mentre i PAH indicano la presenza di fuochi.

Dati questi presupposti, il quadro che emerge è il seguente:  tra i 7300 e i 2250 anni l’uomo non è presente nei pressi del lago Lilandsvatnet. Successivamente un incremento di PAH e materiale fecale costituiscono un segnale inequivocabile che l’uomo si è insediato sulle rive del lago assieme ai suoi animali, e che ne ha cambiato l’ambiente: aumentano le cere legate all’ambiente pratense e diminuiscono quelle rilasciate dalle foglie di ambiente boschivo, cioè l’uomo insediandosi ha cominciato a tagliare e bruciare gli alberi.

Aumento di popolazione. E di feci
Dopo una fase di stasi da 2040 a 1900 anni fa, l’insediamento diventa sempre più popolato e attivo, per poi crollare di nuovo nell’anno 850 e, ancora, nel 1750. Grazie a un lavoro di dendroclimatologia condotto su conifere svedesi, questi dati sembrano indicare che l’andamento della popolazione di questi antichi norvegesi rispondesse ai cambiamenti climatici: estati più fredde, anche di poco, influirono negativamente sulla popolazione.

L’interazione clima-uomo è proprio uno degli obiettivi della ricerca, e di quelle che verranno: grazie a questi marcatori infatti sarà possibile distinguere tra le conseguenze ambientali indotte dalle fluttuazioni climatiche del passato da quelli invece ascrivibili alla presenza dell’uomo. Raymond Bradley, co-autore del lavoro e direttore del Climate System Research Center, ha affermato che «questo approccio apre le porte ad altri studi, dove la presenza umana è incerta; crediamo che abbia un grande potenziale per diverse applicazioni in antropologia».

Per la lezione

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