Ti consiglio un libro: L’Imperatore del Male – Una biografia del cancro

Premio Pulizer per la saggistica nel 2011, L’Imperatore del Male non è solo un saggio sulla storia del cancro. E’ la storia di questa malattia dall’antichità ad oggi, è la storia di chi ne è stato colpito e di chi ha cercato di colpirlo, in una battaglia che nel corso del Novecento è uscita dal silenzio delle case ed è entrato nei reparti ospedalieri, nei laboratori di ricerca e  nelle piazze per la raccolta di fondi. L’autore, Siddhartha Mukherjee, è un medico e ricercatore oncologo di origini indiane naturalizzato statunitense: ha studiato al Dana-Farber Cancer Institue di Boston, lì dove la ricerca sul cancro mosse i suoi primi passi in una fredda giornata di dicembre del 1947. In questo volume, Mukherjee intreccia con la storia del cancro le storie di pazienti, di medici e di ricercatori: ecco perché l’Imperatore del Male, non è una semplice biografia, ma è molti libri racchiusi in un unico volume.

L'Imperatore del Male – Una Biografia del cancro, edito in Italia da Neri Pozza, nella collana I Colobrì.

Un libro di storia, un libro di storie
«Ho iniziato a scrivere questo libro immaginando il mio progetto come una “storia” del cancro. Inevitabilmente, però, mi sono sentito come se stessi scrivendo non di qualcosa, ma di qualcuno» scrive Siddhartha Mukherjee, e aggiunge «Questa non era la storia medica di una malattia, ma qualcosa di più personale, più viscerale: la sua biografia». E proprio come ogni biografia che si rispetti, non si può non iniziare dalla nascita del protagonista. Ma risalire alla “nascita” del cancro non è cosa da poco. Si è spesso portati a pensare che i tumori siano una patologia dell’era moderna, ma per molti tipi di tumore non è affatto così. Il miglioramento delle condizioni di vita e il progressivo allungamento delle prospettive di vita degli individui, non ha fatto altro che aumentare – statisticamente – le possibilità che una persona nel corso della propria vita si ammali di cancro. Ma anche in epoche antiche, quando gli individui venivano decimati da molte altre malattie, il cancro esisteva: i reperti a riguardo sono estremamente esigui, ma significativi. In un papiro egizio rinvenuto nel 1862 è stato rinvenuto quello che, con tutta probabilità, rappresenta il primo riferimento esplicito al cancro: insieme ad altri casi clinici e insegnamenti del medico egizio Imhonetep – vissuto intorno al 2625 a.C. – spicca il caso numero quarantacinque. Si parla di gonfiori sul petto, di tumefazioni fredde e dure, diffuse anche ad altre parti del torace: nel leggere quelle parole, un oncologo moderno non potrebbe non pensare immediatamente ad un tumore al seno. Imhonetep non sapeva di che cosa si trattasse, ma è scioccante scoprire che – a differenza di tutti gli altri casi clinici descritti nel papiro – il caso numero quarantacinque sia l’unico per il quale Imhonetep si lasci andare ad un’inusuale ammissione di impotenza. Nella sezione dedicata alle “Terapie”, compare un'unica parola: “Nessuna”. Ma questa non è l’unica testimonianza della storia antica del cancro. Nelle Storie di Erodoto, scritte attorno al 440 a.C., si legge la commovente vicenda di Atossa, la regina di Persia colpita da tumore al seno che decise di “liberarsi” di quella invasione del suo corpo attraverso la mutilazione del seno malato: una storia che non perde di attualità nemmeno oggi, come ha commentato Lisa Vozza nel suo Blog “Biologia e Dintorni”.
Oltre alle testimonianze riportate in documenti antichi, gli scienziati hanno potuto studiare veri e propri reperti istologici di tumori dell’antichità: è il caso dell’osteosarcoma rinvenuto in una mummia della tribù Chiribaya del Perù Meridionale, oppure del tumore all’addome di una mummia egizia vissuta intono al 400 d.C. Se i documenti scritti possono lasciare adito a dubbi interpretativi, questi reperti ci confermano che i tumori hanno accompagnato l’uomo fin dall’antichità.
Ma la storia del cancro è, inevitabilmente, la storia di molte vite. L’autore – medico e ricercatore oncologo alla Columbia University – sa che non può tralasciare quella che del cancro è la biografia ancora in divenire. E prima ancora di parlarci con abilità di storico del calvario di Atossa, ci presenta Carla, maestra d’asilo madre di tre bambini, che in un giorno di maggio del 2004 entrò nel suo reparto con il sangue invaso di cellule leucemiche. Quello è il momento in cui realizziamo che questo non sarà solo un libro di storia – la storia del cancro – ma sarà un libro di storie e di battaglie quotidiane contro la malattia di cui, fino a pochi anni fa, si esitava persino a pronunciare il nome a voce alta.

Un libro di guerra
Lo stesso Mukherjee  ha detto della sua opera che «in un certo senso è un libro di storia militare», un libro in cui viene seguito passo dopo passo il lungo e frastagliato percorso della battaglia della ricerca oncologica. L’autore ci accompagna in una mattina di dicembre del 1947 nei sotterranei di un laboratorio di Boston: lì dove Sidney Farber era in procinto di testare per la prima volta un farmaco contro le leucemie infantili. Ci sembra di condividere la sua stessa tensione e preoccupazione quando inietta per la prima volta l’antifolato aminopterina ad un bimbo con la leucemia. E ci sembra di gioire con lui quando scopriamo che il farmaco, per la prima volta, ha concesso alcuni mesi di tregua ad una malattia che fino ad allora non era mai stato possibile nemmeno rallentare.

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Una fotografia di Sidney Farber, pioniere della ricerca contro le leucemie infantili e fondatore  del Children's Hospital Cancer Research Foundation (Foto: Wikimedia Commons)

Con Mukherjee seguiamo poi un altro campo di battaglia – non farmacologico, ma chirurgico – destinato a rivoluzionare per anni il trattamento del tumore al seno: quello della chirurgia “radicale”, legata da sempre al nome di William Steward Halsted. Spostandosi di fronte in fronte, ci rendiamo conto con quanta difficoltà sia nata e sia stata portata avanti la battaglia contro il cancro: i primi ricercatori che decisero di imbracciare le armi contro questo nemico dovettero lottare non solo contro la malattia, ma anche contro tutto l’impianto culturale che le stava dietro: contro la reticenza a parlare di questa malattia, contro chi sosteneva che non c’era assolutamente nulla da fare, contro chi si opponeva all’utilizzo di farmaci tossici in un paziente già debilitato dal tumore. E poi un po’ alla volta, ecco affiorare in giro per gli Stati Uniti i primi risultati. Chi con combinazioni sempre più complesse di farmaci chemioterapici, chi con la radioterapia o la chirurgia, chi con il supporto psicologico e, infine, chi con la fondazione di associazioni volte a raccogliere fondi per combattere il cancro: diversi approcci, ma tutti accomunati da un'unica convinzione. Un paziente con un tumore può avere dal proprio medico più della antica “distaccata compassione” con cui questa patologia veniva comunemente affrontata: contro il cancro si può fare di più, si può fare qualcosa.

Un libro di avventure

Sorprendentemente, questo è anche un libro di avventure. Non è solo per l’abilità dell’autore nel dipanare con sapienza la tensione narrativa delle singole vicende. C’è qualche cosa di più. C’è il senso di partecipazione che, in modo più o meno consapevole, agguanta il lettore. Quando Farber inietta l’aminopterina per la prima volta, noi vogliamo sapere come va a finire. Quando alla terapia contro il cancro, iniziano ad affiancarsi gli approcci di prevenzione, vogliamo sapere come ci si è accorti che alcune sostanze (come ad esempio il fumo per il tumore al polmone) o virus (come il papilloma virus nel caso del tumore del collo dell’utero) possono causare il cancro. Seguendo la strada degli screening di prevenzione dei tumori – il pap test per il carcinoma del collo dell’utero o la mammografia per quello del seno – arriviamo a quella che è la ricerca oncologica dei nostri giorni, alla consapevolezza che i tumori hanno un’origine genetica e che esistono alcuni meccanismi molecolari che vengono alterati in molti tipi di tumore. Bert Vogelstein, il genetista che ha contribuito a comprendere le mutazioni genetiche alla base dei tumori, insegna che se da un lato l’eterogeneità delle mutazioni genetiche che è alla base dei tumori è a dir poco scoraggiante, dall’altro, queste alterazioni possono essere racchiuse in due classi principali: le mutazioni “passeggere” – quelle che sono presenti nelle cellule tumorali ma non hanno un preciso ruolo patogenetico – e le mutazioni “pilota”, che invece sono le vere e proprie fautrici della trasformazione di una cellula normale in tumorale. Alcune di queste mutazioni sono molto frequenti e partecipano a cascate di trasduzione del segnale che, ad esempio, aumentano la proliferazione della cellula tumorale, come ad esempio i componenti della cascata del segnale Ras. Ma quante sono queste cascate? Sono dodici, le famose “dodici montagne” di Vogelstein (chiamate così perché le mutazioni di questi geni sono così frequenti da dare origine, nei programmi di analisi, a vere e proprie montagne: picchi di segnale la cui altezza è proporzionale alla frequenza con cui quel gene è ritrovato essere mutato in un tumore). Sembra essere così terminata l’era in cui il cancro era una prateria sconfinata senza punti di riferimento, in cui i ricercatori non potevano che muoversi allo sbaraglio. Didici montagne di mutazioni genetiche non sono cosa da poco, ma sono comunque un numero finito e, senza dubbio, un nuovo punto di partenza da cui in futuro potranno prendere il via altrettante spedizioni di scalatori convinti di poterne raggiungere la vetta. Da lassù forse si potrà avere uno sguardo più ampio sul "panorama cancro", uno sguardo in grado di aprire nuove strategie di ricerca e di spostare il fronte della battaglia un po’ più in là.

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