Lotta alla malaria in Zambia: un approccio innovativo

Martin Edlund racconta come perfino il nome della patologia sia fuorviante. Il termine italiano ‘malaria’, utilizzato anche in inglese e altre lingue, induce a pensare che sia l’aria a provocare la malattia e non il plasmodio che viene trasmesso dalle punture di zanzara. Ma questo è solo uno degli errori che si commettono parlando di malaria: una situazione che Malaria No More, l’ONG di cui Martin è l’amministratore delegato, vuole contribuire a cambiare.

Ad aiutarlo, c’è un grande sforzo economico e politico che per la prima volta arriva direttamente da un paese dell’Africa subsahariana, lo Zambia, che dallo scorso ottobre è teatro di una delle più massicce campagne di informazione, diagnosi e cura degli ultimi anni. Nel 2013 il governo di Lusaka, capitale di un paese dove l’età media è di appena 16 anni e l’aspettativa di vita supera di poco i 40, ha deciso di investire 24 milioni di dollari in un programma di lotta alla malaria. Che tradotto in azioni concrete significa interventi per la riduzione delle aree paludose dove le zanzare si riproducono, distribuzione di zanzariere alle comunità, un miglioramento della distribuzione di medicinali in un territorio periodicamente flagellato da allagamenti e inondazioni. Ma lo sforzo più grande è stato quello di mettere in programma l’abbattimento del numero di morti causate da una malattia, la malaria, che è completamente curabile e prevenibile.

Sono le stesse considerazioni che ha fatto Martin Edlund quando si è reso conto che un altro degli errori che si commettono guardando i numeri della malaria è considerare l’abbattimento del numero di morti come un successo. Sì, è vero che negli ultimi trent’anni ci sono stati molti paesi che hanno eradicato la malaria dal proprio territorio, ma ancora nel 2012 le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parlano di 207 milioni di contagi nel mondo che hanno portato a 627 000 morti, di cui il 77% sono bambini sotto i cinque anni e il 90% avviene nell’Africa subsahariana.

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Distribuzione di zanzariere in un centro medico nella periferia di Lusaka. Le zanzariere hanno contribuito a far scendere sensibilmente il numero di casi di malaria, ma spesso non vengono adeguatamente utilizzate da tutti i membri della famiglia (Immagine: Marco Boscolo)

L’avanzamento tecnologico degli ultimi dieci anni ha permesso lo sviluppo di test di diagnosi rapida (RDT – Rapid Diagnosis Tests) che funzionano in modo simile ai test per la gravidanza: è sufficiente un goccia di sangue e in meno di un quarto d’ora si è sicuri di essere o meno malati di malaria. Dal 2003-2004, inoltre, sono a disposizione nuovi farmaci ottenuti da estratti di Artemisia annua (le cosiddette Artemisin-based Combination Therapies o ACT), che si sono dimostrati estremamente efficaci in un momento in cui i derivati del chinino stavano mostrando minor efficacia. Malaria No More ha bussato alle porte di Novartis, il più grande produttore di ACT del mondo, e di Alere, il leader mondiale per i test diagnostici, e li ha convinti a partecipare alla campagna di distribuzione in Zambia di 3 milioni di test e dosi di medicinali nell’arco di 3 anni. Si tratta esattamente della quantità che il sistema sanitario zambiano ha individuato come necessaria per curare la propria popolazione infantile.

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Utilizzo di un rapid diagnosis test in un centro medico alle porte di Lusaka, in Zambia (Immagine: Marco Boscolo)

Un’altra concezione errata che Malaria No More vuole sfatare con questa campagna è l’incapacità dell’Africa di raccogliere fondi autonomamente e di possedere tecnologie sufficienti per combattere questa battaglia. Il sistema distributivo di medicinali messo in piedi negli ultimi anni dimostra che l’Africa ha la stessa capacità innovativa di qualsiasi altra parte del mondo. Magari si tratterà di innovazioni a basso contenuto tecnologico, ma pur sempre innovazioni sono. Per esempio, lo Zambia è stato anche uno dei pochi paesi africani in cui si sono condotti studi scientifici sull’efficacia degli ACT: segno che se c’è la volontà è possibile fare ricerca scientifica anche in un paese con scarse risorse economiche. La campagna prevede che chiunque possa donare un dollaro, il denaro sufficiente per consegnare a un bambino africano un test e la dose di medicinali necessari. Un dollaro è una cifra che non solo gli europei o gli americani si possono permettere di donare, ma possono farlo anche gli stessi africani.

La campagna è stata ufficialmente lanciata il 17 ottobre, giorno dell’indipendenza dello Zambia, e si concluderà fra tre anni. Ma tutti gli attori coinvolti sperano che si tratti di un primo passo perché le innovazioni che si sono messe in campo in Zambia possano essere esportate anche in altri paesi. Già da una decina d’anni Malaria No More ha solidi rapporti con il governo del Senegal, ma ora anche il Botswana sta mostrando interesse per le innovazioni messe in atto in Zambia. Ma c’è un aspetto fondamentale per il successo di qualsiasi lotta alla malaria, o a qualsiasi altra malattia infettiva, che nessuna campagna di nessuna ONG può migliorare: la stabilità politica, perché la pace sociale e un governo affidabile permettono sperimentazioni e investimenti sul medio-lungo termine. Questo è il terreno sul quale si deve impegnare maggiormente la comunità internazionale per garantire sostegno a politiche sanitarie di più ampia prospettiva.

Per approfondire:
World Malaria Report pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: contiene tutti i dati più aggiornati (2012) e le stime più accurate (in inglese)
Scheda sulla malaria redatta dal Ministero della Salute italiano (in italiano)

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