Cellule pluripotenti STAP: tutto da rivedere?

I riflettori della comunità scientifica tornano ad essere puntati sulle cellule STAP, membri recentissimi della “famiglia” di cellule staminali pluripotenti indotte. Il nuovo metodo di riprogrammazione di cellule staminali ha visto il loro riconoscimento ufficiale appena pochi mesi fa, con due pubblicazioni apparse sullo stesso numero della rivista Nature, entrambe a firma Haruko Obokata.

Per l’innovatività della scoperta, la trentenne scienziata giapponese ha visto il suo nome dare la scalata alle maggiori testate scientifiche. Insieme agli onori, sono tuttavia comparsi anche i primi dubbi sulla attendibilità dei risultati pubblicati da Obokata e collaboratori.

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Un’immagine delle cellule STAP, le cellule pluripotenti riprogrammate dopo esposizione ad un ambiente acido (Immagine: Haruko Obokata, RIKEN Center for Developmental Biology, 2014)

Prima di addentrarci nei dettagli della querelle, facciamo un passo indietro. Le cellule STAP, la cui scoperta è stata commentata anche qui sull’Aula di Scienze, costituiscono un nuovo metodo di riprogrammazione delle cellule staminali. Già in passato gli scienziati giapponesi hanno segnato un punto di svolta nell’ambito della riprogrammazione: basti pensare al celebre ”metodo Yamanaka”, premiato con il Premio Nobel nel 2012. Rispetto a questo metodo, basato sulla attivazione di specifici fattori di trascrizione, il sistema messo a punto da Obokata è di una semplicità disarmante: l’esposizione a condizioni di acidità sarebbe sufficiente ad innescare il processo di riprogrammazione. Esponendo linfociti già maturi a potenti stimoli ambientali, come appunto pH molto bassi, Obokata e colleghi sostengono sia possibile riprogrammare le cellule e ricondurle ad uno stadio più immaturo. Haruko Obokata, primo autore di entrambi gli studi pubblicati fianco a fianco su Nature, ha battezzato queste cellule STAP (Stimulus-Triggered Acquisition of Pluripotency), ossia “cellule pluripotenti indotte da uno stress”.

Ad appena una settimana dalla pubblicazione, la comunità scientifica ha però iniziato a sollevare i primi dubbi. E l’ha fatto utilizzando il blog PubPeer, una piattaforma in cui membri della comunità scientifica commentano e si scambiano opinioni sulle pubblicazioni più recenti. Ad attrarre l’attenzione alcuni dettagli nelle immagini che corredavano gli articoli: ad esempio, la stessa figura sembrava essere stata ruotata e riutilizzata in due contesti diversi dell’articolo, facendo tuttavia riferimento a due procedure molto diverse.

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Il RIKEN Center for Developmental Biology di Kobe, in Giappone (Foto: Wikimedia Commons)

A seguito di queste prime denuncie, il polverone si è presto ingigantito, fino a spingere i dirigenti del RIKEN Institute, presso il quale Hobokata lavora attualmente, ad intervenire direttamente nella vicenda. Il 1° Aprile, a soli due mesi dalla pubblicazione degli articoli, il RIKEN Institute ha deciso di istituire una commissione disciplinare, di fronte alla quale Obokata dovrà dimostrare la natura dei suoi errori e la veridicità scientifica delle sue scoperte.

I capi d’accusa sono fondamentalmente due: primo, la difficoltà nel riprodurre i risultati così come sono stati descritti e, secondo, l’utilizzo di immagini che non testimoniano fedelmente la metodica decritta. Obokata è accusata di aver utilizzato per la pubblicazione su Nature immagini già contenute nella sua tesi di Dottorato. Immagini che, tuttavia, si riferivano ad esperimenti e procedure che non coincidono esattamente con quelle descritte nell’articolo: particolari che non potevano che fomentare ulteriormente il fuoco delle polemiche già innescate dalla difficoltà nel riprodurre i dati. A questo si aggiunge una descrizione sommaria e poco dettagliata della procedura seguita: un particolare che rende molto difficile poter riprodurre, in modo fedele, gli esperimenti concepiti da Obokata.

In una recente conferenza stampa, come riportato sul sito di Science, Obokata si è scusata più volte con i colleghi e la comunità scientifica per quella che definisce la sua “scarsa esperienza e superficialità” nel gestire il materiale apparso nell’articolo. La pubblicazione delle foto scorrette sarebbe stato un errore causato da un rimescolamento di immagini: errore del tutto involontario che non offuscherebbe, stando alle sue parole, la validità della scoperta. “Le cellule STAP esistono!” ha ribatito Obokata durante la conferenza stampa, offrendo la propria collaborazione a chiunque, in giro per il mondo, stia cercando di replicare la riprogrammazione delle STAP.

Nel frattempo, ci proveranno proprio al RIKEN Institute a replicare la generazione delle STAP cells: Hitoshi Niwa, co-autore dei lavori pubblicati da Obokata e scienziato storico dell’istituto giapponese, ha annunciato la creazione di un team interno al dipartimento che, nel corso dei prossimi mesi, cercherà di replicare la metodica di riprogrammazione delle cellule in ambiente acido. I risultati definitivi potrebbero non essere disponibili prima di un anno, ma già nei prossimi mesi, promette Niwa, verranno resi pubblici i dati in corso di valutazione. E non c’è dubbio che gli occhi della comunità scientifica, a cui PubPeer ha sapientemente permesso di dare anche una voce, saranno tutti puntati sul RIKEN Institute.

Immagine in homepage: Tissue Culture Method/Shutterstock

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