Fukushima, il boccone più amaro

Dal giorno del devastante terremoto del 2011, la regione attorno a Fukushima, un tempo centro focale dell’agricoltura giapponese, è diventata una regione fantasma. Chi è sopravvissuto al terremoto è stato fatto evacuare dalle autorità. C’è però qualcosa che, nonostante lo tsunami e le evacuazioni forzate, ha continuato a vivere all’ombra dell’impianto nucleare per tutti questi anni: la flora e la fauna locali. A tre anni dal giorno del terremoto, vedono la luce i primi risultati condotti direttamente sul campo: un iniziale tentativo di capire se e quanto il terremoto abbia scosso in profondità l’ecologia locale.

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Un esemplare di farfalla blu Zizeeria maha, molto diffusa in Giappone (Foto: Wikimedia Commons)

Sono passati oltre tre anni dal devastante tsunami che ha colpito il Giappone occidentale, causando danni irreparabili all’impianto nucleare di Dai-ichi Fukushima. L’onda di tsunami innescata dal sisma e alta fino a 15 metri mandò in tilt i sistemi di contenimento della centrale, causando il rilascio nell’ambiente e nell’acqua del mare di materiale radioattivo. Due mesi dopo l’incidente, un gruppo di ricercatori giapponesi ha iniziato a raccogliere esemplari di farfalla Zizeeria maha, una specie molto diffusa in Giappone e oggetto di studio da molti anni per la sua spiccata sensibilità ai cambiamenti ambientali. Le farfalle sono state collezionate da dieci località diverse, tra cui anche Fukushima.

Ali più piccole
Da una prima analisi, è emerso subito che le farfalle delle zone con un maggior accumulo di radioattività presentavano ali più piccole del normale e occhi sviluppati in modo anomalo. Per comprendere l’origine di queste alterazioni morfologiche, i ricercatori sono tornati a Fukushima sei mesi più tardi, riscontrando un numero ancora maggiore di malformazioni. È a questo punto che si è fatta strada l’ipotesi che le mutazioni alla base delle anomalie fossero dovute non solo all’esposizione diretta alle radiazioni durante l’incidente, ma anche a quella indiretta, ovvero la radiazione accumulatasi nelle foglie di cui le larve si sono cibate. La prova del nove è arrivata con un ultimo esperimento: se le larve provenienti da zone non contaminate venivano nutrite con foglie cresciute nella zona di Fukushima (contenenti Cesio-137 radioattivo), la metà di esse moriva e, nella quota che sopravviveva, comparivano malformazioni. Questi dati suggeriscono che non solo l’esposizione diretta alla radioattività può causare alterazioni genetiche, ma anche quella indiretta, attraverso cibo contaminato.

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Esempi di malformazioni accumulate dalle farfalle in seguito all’ingestione di foglie contamiate con materiale radioattivo (Immagine: Hiyama et al. Scientific Reports 2014).

Prossimi passi
Rimane da sondare la rilevanza generale di questi risultati: la dose di radioattività accumulata con il cibo nell’organismo potrebbe avere effetti nocivi nelle larve, ma rivelarsi trascurabile nell’uomo. Inoltre, è indispensabile ampliare l’analisi e confermare i risultati ottenuti dal team di Otaki: proprio per la spiccata sensibilità che le farfalle Zizeeria maha hanno nei confronti dei cambiamenti ambientali, sarà indispensabile provare che le alterazioni osservate non siano riconducibili, ad esempio, a pesticidi o a contaminazioni batteriche nel cibo. Allo stesso tempo, però, questo studio preme ufficialmente il tasto di avvio su di un filone di ricerca che, negli anni, è destinato a produrre dati senza precedenti, facendo di Fukushima, nostro malgrado, il più grande laboratorio a cielo aperto di ecologia della radioattività.

Immagine box: Wikimedia Commons

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