Metano in fuga

Il riscaldamento degli oceani ha un effetto potenzialmente più catastrofico dello sbiancamento dei coralli o dell’innalzamento del livello dei mari. Enormi depositi di idrato di metano che giacciono nei fondali potrebbero fondere rilasciando il gas in atmosfera, aggravando ulteriormente l’effetto serra.

Metano solido
L’idrato di metano è un cristallo di metano e acqua che si forma alle basse temperature e alte pressioni tipiche delle profondità marine. La maggior parte dell’attenzione degli scienziati si concentra sui depositi dell’Artico, ma una nuova ricerca pubblicata su Geophysical Research Letters fa luce su quanto sta avvenendo al largo della costa dello stato di Washington, nel nordovest degli Stati Uniti. Qui si accumula una quantità di idrato di metano insolitamente elevata a causa delle acque biologicamente molto produttive e dell’intensa attività geologica.

Sconvolgimenti profondi
Quattro decenni di studi mostrano un trend allarmante: a 500 metri di profondità, la stessa a cui il metano passa da solido a gas, l’acqua si sta progressivamente riscaldando, rendendo instabile l’idrato di metano.

Molti degli studi sul riscaldamento degli oceani si concentrano sulla superficie, dove è più facile raccogliere dati, ma è in profondità che si registrano i cambiamenti più significativi. Il confine tra il metano congelato e quello gassoso, per esempio, si sta spostando sempre più in profondità e verso il mare aperto (di 1 km dal 1970 a oggi).

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I puntini gialli mostrano tutte le misure di temperatura dell’oceano al largo della costa di Washington dal 1970 al 2013. I triangoli verdi sono i luoghi in cui scienziati e pescatori hanno visto colonne di bolle. Le stelle indicano le misurazioni effettuate dai ricercatori dell’Università di Washington per verificare se i pennacchi sono dovuti al riscaldamento dell’acqua (immagine: Una Miller/UW)

Abissi gasati
«Calcoliamo che ogni anno al largo della costa di Washington venga rilasciata una quantità di metano equivalente in volume alla fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico nel 2010», ha detto Evan Solomon dell’Università di Washington, che ha preso parte alla ricerca.

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Un’immagine sonar che mostra bolle di metano in risalita dal fondale al largo della costa di Washington. La base della colonna si trova a 515 metri di profondità e l’apice a 180 metri (immagine: B. Philip / Univ. of Washington)

Nel periodo1970-2013, stimano i ricercatori, ben 4 milioni di tonnellate di metano sarebbero state rilasciate dai fondali, a una velocità 500 volte superiore a quella naturale. E nel prossimo futuro l’emissione sembra destinata ad aumentare, fino al quadruplo di quella attuale, con un ulteriore spostamento da 1 a 3 km del confine tra metano idrato e gassoso entro il 2100.

Più metano anche in atmosfera
Dove finirà tutto questo metano? Nessuno lo sa. Potrebbe essere consumato dai batteri nel sedimento del fondale marino o rendere l’acqua di mare in quella zona più acida e povera di ossigeno. Una certa quantità potrebbe anche salire in superficie, dove verrebbe rilasciata in atmosfera come gas serra, aggravando così gli effetti del cambiamento climatico.

A conferma di questa ipotesi, i pescatori della zona stanno segnalando colonne di bolle di gas che dai fondali risalgono in superficie, rilevate coi sonar. Un segnale da non sottovalutare. Sapremo dargli il giusto peso?

Immagine banner in evidenza: Università di Washington

Immagine box in homepage: Wikimedia Commons

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