De bello chimico

Nelle celebrazioni per i 100 anni dalla Prima Guerra mondiale, c’è un episodio poco felice che riguarda da vicino la chimica e un acido. Nella cosiddetta Battaglia delle frontiere, che iniziò nell’agosto del 1914 sul fronte franco-tedesco (lungo i territori del Belgio, delle Ardenne e della Lorena), per la prima volta fu impiegato un particolare tipo di granata. Messa a disposizione di alcuni soldati francesi, questo piccolo ordigno conteneva una soluzione di acido bromoacetico (CH2BrCO2H), un composto che evapora a temperatura ambiente con un forte effetto irritante per occhi e naso di chi vi entrava in contatto. Era l’atto di nascita del primo gas lacrimogeno.

L’utilizzo della chimica nei conflitti armati è considerata una delle innovazioni tecnologiche, per quanto tristi, più significative della Grande Guerra. Oltre al lacrimogeno, l’altro noto protagonista di questa storia è il tioetere del cloroetano (C4H8Cl2S). Il suo nome comune, iprite, si deve alla cittadina belga di Ypres dove fu impiegato per la prima volta il 22 novembre di quell’anno nel corso di una battaglia tra francesi e tedeschi. Sia l’iprite che l’acido bromoacetico sono armi chimiche che vengono dichiarate proibite in guerra già nel 1922, durante la Conferenza di Washington, uno dei passaggi che portano alla vera e propria Convenzione sulle armi chimiche firmata dai governi di quasi tutti i paesi del mondo.

Una storia più lunga di un secolo

L’apporto della chimica ai conflitti, però, è più longevo. Secondo un recente articolo di Matthew Wills su Jstor Daily, infatti, “anche le frecce avvelenate possono considerarsi armi chimiche”. Magari ricavandolo dalla Rana dardo (o freccia), Phyllobates terribilis, dalla cui pelle i nativi della regione del Choco, in Colombia, ricavano un velenoso alcaloide con cui intingono le frecce per cerbottana che usano per cacciare. E, dal punto di vista strettamente tecnico, anche la polvere da sparo è un’innovazione che viene della chimica. Nella Cina del IX secolo si capì che una mistura di zolfo, carbone e nitrato di potassio ha proprietà esplosive, ma si tratta di una scoperta che venne inizialmente utilizzata per i fuochi d’artificio e non per scopi bellici.

800px-Goldenergiftfrosch1cele4

Due esemplari di Phyllobates terribilis: il veleno ricopre quasi completamente la sua pelle (Immagine: www.tierlexikon.ch via Wikimedia Commons)

Sappiamo meno, racconta Wills, del fuoco greco, eppure da come ci è stata tramandata la storia della potenza militare di Bisanzio, già nel VII secolo si usavano proiettili incendiari particolarmente efficaci contro la navi di legno. Lo storico Alex Roland ha proposto diverse ipotesi sulla sua composizione. La classicista D’Arcy Wentworth Thompson, invece. ipotizza che la sostanza che già nell’antichità veniva usata per abbattere i cavalli nemici fosse un gas a base di «polvere e la resina o il succo essiccato di Euphorbia resinifera», una pianta diffusa nell’attuale Marocco.

chemicalwarfare-1050x700

Rappresentazione bizantina del fuoco greco da Codex Skylitzes Matritensis, Biblioteca Nazionale di Madrid (Wikimedia Commons, pubblico dominio)

Non tutto il male viene per nuocere

Per tornare al gas lacrimogeno, secondo alcune fonti anche Annibale lo impiegava nelle sue campagne militari. Secondo lo storico A. Dawson, riporta Wills, potrebbe trattarsi di una miscela a base di ammoniaca.

Durante la Prima Guerra mondiale, proprio la produzione di ammoniaca ebbe un ruolo centrale, poiché era essenziale per la produzione di munizioni. Il processo di produzione industriale messo a punto negli anni Dieci da Fritz Haber e commercializzato da Carl Bosch, noto appunto come processo Haber-Bosch, permette di produrre grandi quantità di ammoniaca a partire da azoto e idrogeno, in presenza di un catalizzatore a base di ferro.

Haber_Ammonia

L’attrezzatura usata da Fritz Haber per ottenere per la prima volta l’ammoniaca con il procedimento che porta il suo nome conservata al Museo Ebraico di Berlino (Immagine: pubblico dominio)

Al termine del conflitto, il processo chimico venne utilizzato con uno scopo diverso: produrre i primi fertilizzanti chimici della storia. Si tratta di una delle più grandi innovazioni dell’agricoltura moderna e uno degli elementi chiave della cosiddetta Rivoluzione Verde degli anni Settanta: la capacità di aumentare la capacità di produrre cibo dei terreni agricoli grazie a un miglioramento delle tecniche di coltivazione e, in particolare, dell’impiego della fertilizzazione.

Immagini in homepage e apertura: Wikimedia Commons (pubblico dominio)

Per la lezione

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *