La fauna abbonda 30 anni dopo Chernobyl

Trent’anni fa la centrale nucleare di Chernobyl è diventata la protagonista di uno dei più grandi disastri nucleari di tutti i tempi. Una serie di errori umani, un esplosione, un reattore nucleare fuori controllo e una grossa, enorme, nube radioattiva che ha contaminato nel giro di qualche giorno più di mezza Europa. Da allora, nelle aree circostanti la vecchia centrale non vive più nessun essere umano. In compenso, la fauna selvatica si è impossessata di quei territori, considerati tra i più contaminati della Terra. Uno studio pubblicato su Frontiers in Ecology and the Environment fornisce per la prima volta dettagliate prove fotografiche proprio della vivace attività animale che, a dispetto dell’altissima radioattività, si svolge nella cosiddetta “zona di alienazione“.

 

Una grossa luce rossa

Un fascio di luce rosso acceso. Questo ricordano di aver visto gli abitanti di Pryp’jat’, alla cui periferia sudorientale sorge la centrale nucleare, all’una e trenta di notte di sabato 26 aprile 1986. Una luce rossa accompagnata dal rumore di qualche esplosione e da un odore pungente. Nessuno ancora sapeva che il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl era esploso durante un test di sicurezza, condotto in realtà violando proprio le regole di sicurezza più basilari. Solo 36 ore dopo le autorità ordinarono l’evacuazione della città di Pryp’jat’ e ci vollero altri 8 oggi affinché venisse evacuata anche la cittadina di Chernobyl.

Tra il 29 aprile e il 9 maggio furono 179 i villaggi che vennero svuotati dei propri abitanti, solo per pochi giorni venne detto loro. In realtà nessuno fece più ritorno in quelle terre che resteranno inabitabili per altre centinaia d’anni. Tutta la zona compresa nel raggio di 30 km dalla centrale venne completamente svuotata. Parliamo della “zona di esclusione“, chiamata anche zona rossa, dove tutt’ora l’accesso è fortemente controllato e limitato. Si tratta di territori compresi tra l’Ucraina e la Bielorussia, dove la radioattività è distribuita a macchia di leopardo, a seconda delle piogge e dei venti che imperversavano in quella zona subito dopo il disastro. Cuore della zona di esclusione è la Polesia, una vasta regione coperta di foreste, che è diventata negli ultimi anni oggetto di intensi studi per capire l’effetto che l’incidente di Chernobyl ha avuto sulla fauna selvatica.

 

Fotocamere e profumi

Uno studio precedente, datato 2015, aveva evidenziato una sorprendente ricchezza di fauna selvatica proprio in una delle zone più contaminate del pianeta, favorita probabilmente dalla totale assenza di attività umane negli ultimi 30 anni. Lo studio si basava sulla conta delle impronte fatte in alcuni anni di osservazioni da un elicottero. Un gruppo di scienziati dell’Università della Georgia hanno approfondito i risultati ottenuti dai colleghi l’anno precedente utilizzando per la prima volta delle fotocamere speciali messe direttamente “in campo”. I dati sono stati raccolti, infatti, grazie a 30 fotocamere posizionate sugli alberi in 94 siti diversi all’interno della zona di esclusione insieme a dei particolari “diffusori” di profumo attira-animali. Ogni sito è stato scelto ad una distanza dagli altri sufficiente a impedire che lo stesso animale potesse essere ripreso in due siti diversi nell’arco delle 24 ore.

 

Gli animali di Chernobyl

Questa complessa rete di fotocamere ha permesso di riprendere la quantità e la varietà di animali selvatici presenti nella zona, in particolare dei carnivori. Sono proprio loro, infatti, a essere i più suscettibili all’accumulo di contaminanti a causa della posizione che ricoprono all’interno della catena alimentare. Analizzando le immagini ottenute, gli scienziati hanno contato 14 specie di mammiferi, tra le quali il lupo grigio, la volpe rossa, l’orso bruno euroasiatico e il cane procione.

animali

Gli animali osservato durante lo studio all’interno della zona di esclusione: lupo grigio (a, d), cane procione (b) e volpe rossa (c). Immagine: Webster et al.

L’aspetto che più ha colpito i ricercatori non è stato tanto il numero di questi animali ma la loro distribuzione. Tutte queste specie sono state riprese, infatti, anche dalle fotocamere posizionate nelle zone più contaminate. La distribuzione della fauna selvatica, a 30 anni dal disastro, non sembra essere quindi influenzata dagli altissimi livelli di radioattività ancora presenti ma sembra distribuirsi piuttosto in base alla disponibilità di cibo e acqua. Inoltre, la presenza di carnivori come il lupo, posizionato ai vertici della catena alimentare, fa intuire che l’intero ecosistema del luogo è in buona salute.

Lo studio non vuole minimizzare, tuttavia, gli effetti disastrosi della contaminazione di quelle terre. Altre ricerche saranno necessarie per capire se gli animali selvatici, seppur presenti, si ammalano e muoiono più velocemente rispetto ad altre zone. Certo, l’effetto che l’assenza di vita umana ha sulla prosperità della fauna anche in un territorio così inospitale è evidente e dimostra, ancora una volta, quanto l’uomo possa guidare il destino di interi ecosistemi.

 

Immagini banner e box in evidenza: Wikipedia 

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Commenti [1]

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  1. laura

    a leggere questo documento mi sono stupita del fatto che gli animali non sembrino stare male, e come dice il testo questa è un’altra prova che gli uomini fanno del male alla natura, ma sono ancora convinta che si possa cambiare, e che non tutte le persone facciano del male, però ad esempio tenere gli animali negli zoo non è una buonissima idea perché li rendiamo intrappolati, li obblighiamo a stare li e a guardare dei bambini che gli rompono, io se fossi un animale di quelli dopo il primo giorno di prigionia mi ribellerei e se finora non l’hanno fatto lo faranno presto, o almeno questo è il mio parere, ma infondo nessuno di noi sa come ci si possa sentire, quindi stiamo a vedere.

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