Dall’elezione alla selezione naturale: parole ed evoluzione linguistica ne L’origine delle specie di Darwin

a cura di Vera Gheno

Il 24 novembre 1859 veniva pubblicata L’origine delle specie di Charles Darwin, un testo fondante per l’evoluzione della conoscenza umana, con una particolarità: è un’opera concepita come divulgativa, ossia non riservata agli specialisti. E questo, per l’epoca (ma anche per oggi), era davvero notevole. Qualunque persona interessata all’argomento può accostarsi senza particolari difficoltà al testo, scritto da un uomo che non era solo uno scienziato, ma anche, o forse soprattutto, un intellettuale colto e raffinato, in grado di scrivere testi semplici su concetti altamente complessi.

Per celebrare questa ricorrenza, Zanichelli ha dato alle stampe una ristampa anastatica della prima edizione italiana dell’Origine, uscita nel 1864 per Zingarelli, Modena, con il titolo Sull’origine delle specie per elezione naturale nella traduzione di Giovanni Canestrini e Leonardo Salimbeni. La ristampa odierna è arricchita da due saggi inediti firmati da Marco Ferraguti e Chiara Ceci. Premesso che vorrei avere una vita di scorta per approfondire le teorie di Darwin ben oltre la conoscenza superficiale che ne ho in questo momento, qui, come di consueto, faremo solo un piccolo excursus lessicale analizzando alcune delle parole chiave del pensiero darwiniano.

In un punto rilevante del sommario del Capo IV, Darwin scrive:

“Se gli esseri organizzati variano nelle diverse parti della loro organizzazione, durante il lungo corso dei tempi e sotto condizioni variabili di vita, e io penso che ciò non potrebbe impugnarsi; se essi hanno a sostenere, dietro la forte proporzione geometrica dell’aumento di ciascuna specie, una severa lotta per la vita, in qualche periodo della loro età e in certi anni o in certe stagioni, e questo per fermo non può mettersi in dubbio; se da ultimo considerasi la complicazione infinita delle relazioni di tutti gli esseri organizzati fra loro e colle loro condizioni di vita, relazioni che producono infinite varietà di adatte strutture, di costituzioni e di abitudini, e riescono perciò vantaggiose; sarebbe certamente un fatto molto straordinario che nessuna variazione sia avvenuta mai utile alla prosperità di essi, nello stesso modo, con cui si manifestarono le variazioni favorevoli all’uomo. Ora se produconsi variazioni utili ad un essere organizzato, certamente gli individui così caratterizzati avranno maggior probabilità di essere preservati nella lotta per la vita, e in seguito al forte principio dell’ereditabilità, tenderanno a generare una prole dotata di caratteri simili. Questo principio di conservazione, per amore di brevità, fu da me chiamato Elezione naturale, o sopravvivenza del più adatto. Questa elezione conduce al perfezionamento di ogni creatura, in relazione alle sue condizioni organiche ed inorganiche di vita: e quindi, generalmente, a ciò che deve riguardarsi come un avanzamento nella organizzazione.”

Partiamo proprio da questo brano, in cui compare un termine ripreso nel titolo dell’edizione italiana del 1864, nel quale di parla di elezione naturale e non di selezione (nell’originale inglese era natural selection): come mai questa scelta? Lo racconta Marco Ferraguti nel suo saggio Dopo l’Origine: Il pensiero darwiniano tradotto e interpretato in Italia e nel mondo:

“Può a prima vista sorprendere oggi l’uso dell’espressione elezione naturale invece dell’usuale selezione naturale, ma occorre ricordare che il termine selezione non esisteva nella lingua italiana fino alla sua consacrazione da parte dell’autorevole Dizionario della lingua italiana, che uscì fra il 1861 e il 1874. Gli autori Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini mutuarono il termine dall’inglese selection, a sua volta ricavato dal latino selectio.”

Il problema del termine selezione potrebbe essere stato quello di dare l’idea di richiedere «lo scrutinio costante di un “selezionatore”», spiega Ferraguti. Quindi,

“è forse per sfuggire a questo possibile equivoco che i traduttori adottano il termine elezione, che viene mantenuto inalterato nella traduzione successiva […] e resterà nelle ristampe fino alla nuova traduzione moderna.”

Se elezióne deriva dal latino electiōne(m), da elēctus ‘eletto’, e risale al 1292, selezióne proviene, appunto, dal, latino selectiōne(m) ‘scelta’, da selēctus ‘scelto’, ed è molto più recente, datato 1869. Secondo lo Zingarelli 2020, selezione naturale significa «processo per il quale, nell’evoluzione di una specie, gli individui dotati di caratteri ereditari più favorevoli a un determinato ambiente hanno una maggiore probabilità di riprodursi e perciò di trasmettere tali caratteri ai propri discendenti» in opposizione a selezione artificiale «nell’allevamento e nella coltivazione, scelta degli organismi migliori compiuta dall’uomo per ottenere con la riproduzione razze con pregi particolari». Una delle caratteristiche interessanti che rilevò Darwin è che la selezione naturale sembrava premiare meccanismi che nelle piante impedivano l’autofecondazione (cioè, per esempio, fiori della stessa pianta che si fecondano tra di loro). Lo studioso si convinse di questo attraverso degli esperiménti compiuti sulle piante (dal latino experimĕntu(m), da experīre ‘esperire’, 1294), «osservazione o riproduzione artificiale di un fenomeno per motivi didattici o per scopi di ricerca scientifici», di cui scrive profusamente Chiara Ceci nel suo saggio introduttivo alla ristampa. Nello Zingarelli 2020 si trova invece la bella Definizione d’autore di Fabiola Gianotti:

“Sembra una parola lontana, appartenente all’ambiente ristretto del mondo scientifico. Eppure è così vicina alla vita di tutti giorni. Facciamo esperimenti in ogni momento della nostra vita, quando ci cimentiamo con una nuova ricetta in cucina, mettiamo alla prova la fedeltà di un amico, assaggiamo un chicco d’uva dal fruttivendolo. Sperimenta un bimbo appena nato che ha i primi contatti con il mondo, e continuiamo a voler sperimentare alla fine della nostra vita quando, chiudendo gli occhi, ci chiediamo come sarà il “dopo”. Per me personalmente, in quanto fisico, l’esperimento rappresenta il mio approccio con le meraviglie della natura e il modo per appagare la mia curiosità e la mia sete di conoscenza.”

Sempre attraverso gli esperimenti, Darwin studiò la questione dell’origine della sterilità (dal latino sterilitāte(m), da stĕrilis ‘sterile, 1308). Rimando, per questo argomento, al Capo IX dell’Origine, intitolato proprio Gradi di sterilità.

Scrive ancora Darwin, nel Capo IV:

“L’elezione naturale inoltre fa nascere la divergenza del carattere; perché quanto più gli esseri organizzati divergono nella struttura, nelle abitudini e nella costituzione, maggiore ne sarà il numero nella medesima regione. Noi abbiamo una prova di ciò negli abitatori di ogni piccolo distretto, o nelle produzioni naturalizzate. Quindi durante la modificazione dei discendenti di ogni specie, e durante la continua lotta di tutte le specie per aumentare il numero degli individui, i discendenti più diversificati avranno una maggiore probabilità di succedere agli altri nella lotta per l’esistenza.”

Altra parola chiave è caràttere (dal latino charactēre(m), dal greco charaktḗr, ‘impronta’, da charássō ‘io incido’, 1306), che in sostanza è usato nel testo con il senso di caratteristica.

In biologia per carattere si intende una qualsiasi caratteristica di un organismo o di un taxon; questo attributo è determinato dall’informazione genetica contenuta in uno o più geni nello stesso organismo.

Oggi in genetica parliamo di caràttere dominànte, «che compare in tutti i discendenti della prima generazione in un incrocio» e caràttere recessìvo, «che non compare nei discendenti della prima generazione».

Nella citazione iniziale compare anche il termine ereditabilità, che deriva dal verbo ereditàre, dal corrispondente latino tardo hereditāre, da herēditas ‘eredità’, 1328. Eredità (dal latino hereditāte(m), da hēres, genit. herēdis ‘erede’, 1292), nel senso che ci interessa, è il «complesso delle caratteristiche e proprietà potenziali, in forma di istruzioni chimiche, contenute nei cromosomi, che un organismo vivente riceve dal genitore attraverso le cellule germinali»; altro termine fondamentale.

Torniamo al titolo. L’altra parola che richiama l’attenzione è spècie (e mai *spèce! Inoltre, il plurale è invariabile, come ci insegna anche il titolo di Darwin: non scrivete mai *speci, va bene?). Se consultiamo lo Zingarelli 2020, possiamo leggere che in biologia, in uno dei suoi molti significati, la parola oggi denota il «complesso di individui che hanno gli stessi caratteri biologici e morfologici e che riproducendosi danno una discendenza feconda».

Inoltre, Darwin si occupa di di evoluzióne (dal latino evolutiōne(m), da evolūtus ‘evoluto’, 1640), «trasformazione degli organismi viventi nel corso del tempo, che porta all’affermazione di nuovi caratteri ereditari», una trasformazione lenta, ma in un certo senso inesorabile. Darwin non usa, almeno nella prima edizione dell’Origine, la parola evoluzione e i suoi derivati, se non come ultima parola del libro. Ciò ha fatto, probabilmente, per non essere equivocato. Come nota il filosofo, scienziato ed evoluzionista Telmo Pievani nella sua Definizione d’Autore, più che significare per forza un miglioramento, evoluzione indica, appunto, cambiamento.

La parola evoluzione ha tradito la sua etimologia. Un tempo significava “svolgimento”, come di un rotolo di papiro che viene aperto per esser letto. Tutto era già scritto fin dall’inizio e doveva soltanto “e-volvere”, come un movimento diretto a un fine. Più tardi la parola venne usata per raccontare di come un embrione diventa un adulto, quindi ancora un processo prevedibile. Oggi, non senza fatica, abbiamo capito finalmente che evoluzione non significa né progresso, né avanzamento, né direzione dal peggio al meglio, dal semplice al complesso. Significa cambiamento, trasformazione, il mutare forma, il diversificarsi. Una contingente esplorazione di possibilità. Insomma, anche la parola evoluzione evolve.

L’evoluzione delle specie è tutt’altro che pacifica, come del resto rimarcava Darwin nell’estratto citato all’inizio di questo pezzo: non manca, nella vita, l’elemento della lòtta (dal latino tardo lŭcta(m), da luctāreluctāri, ‘lottare’, 1374), in particolare la lòtta per l’esistènza: «secondo Darwin, quella per la conquista dell’alimento e dello spazio unita alla resistenza ai fattori ambientali avversi». È ben noto che siamo particolarmente feroci quando dobbiamo preservare la nostra discendènza, «rapporto di parentela in linea discendente: discendenza diretta». E quando si tratta di discendenza, ma anche di ascendenza, verrà sicuramente in mente a tutti l’immagine di un àlbero (dal latino ărbore(m), di etimologia incerta, 1249). Nei taccuini di Darwin troviamo un bel disegno del cosiddetto àlbero della vìta: lo studioso fu tra i primi a ragionare approfonditamente sulla possibilità che tutti gli organismi viventi sulla Terra derivassero da un’origine comune. Come possiamo leggere ancora Capo IV dell’Origine,

Io credo che questa similitudine esprima esattamente la verità. I germogli verdi che producono gemme possono raffigurare le specie esistenti, e quelli che furono prodotti in ogni annata precedente possono rappresentare la lunga successione delle specie estinte. Ad ogni periodo di vegetazione tutti i germogli hanno tentato di estendersi da ogni parte e di sorpassare e distruggere i germogli e i rami vicini: nella stessa guisa che le specie e i gruppi delle specie cercarono di dominare le altre specie nella grande battaglia della vita. I rami grossi divisi in ramificazioni, e queste suddivise in rami sempre minori, furono anch’essi semplici germogli quando l’albero era piccolo; e questa connessione fra gli antichi e i recenti germogli, per ramificazioni successive, può darci una chiara idea della classificazione di tutte le specie estinte e viventi in gruppi subordinati ad altri gruppi.

Quando tutto il meccanismo dell’evoluzione si inceppa per quale motivo, arriva invece l’estinzióne (dal latino exstinctiōne(m), da exstīnctus ‘estinto’, 1540) «scomparsa di un gruppo tassonomico dalla biosfera».

Nel suo complesso, Darwin viene considerato uno dei padri dell’evoluzionìsmo, (dal francese évolutionnisme, da évolution ‘evoluzione’, 1878), oggi definito, sempre dallo Zingarelli 2020, «insieme delle teorie filosofico-scientifiche che spiegano la formazione e lo sviluppo dell’universo come il risultato dell’evoluzione da stati della materia omogenei e indeterminati ad altri sempre più specifici e determinati» e, specificamente in biologia, «teoria secondo la quale le specie viventi sulla Terra traggono origine da forme estremamente semplici evolutesi in altre progressivamente più complesse».

Cosa si può notare da questo brevissimo excursus tra alcune delle “parole di Darwin”? Che a parte selezione ed evoluzionismo, che vengono oggi usate in riferimento a Darwin, ma che non sono termini darwiniani, la maggioranza delle parole impiegate dal grande studioso è antica, di derivazione diretta dal latino. Da un certo punto di vista Darwin, come altri studiosi prima di lui, e in questo caso i suoi traduttori in italiano, riusano termini già esistenti, casomai impiegandoli in maniera più specifica (un po’ come aveva fatto Galileo, che più che coniare sostantivi nuovi, aveva sottoposto termini già esistenti a una sorta di ridefinizione semantica). Del resto è chiaro che delle questioni riguardanti l’origine della vita, dell’essere umano, degli animali e delle piante della biosfera si ragionava già da tempo, seppure in maniera meno rivoluzionaria di quanto non fece lui.

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