Quando è arrivato in Italia SARS-CoV-2?

Il paziente zero è la prima persona che ha contratto una malattia infettiva e ha cominciato a diffonderla in una determinata zona. In caso di un’epidemia, gli epidemiologi (per sapere come lavorano, leggi l’articolo di Antonella Amendola in questo stesso speciale) cercano di identificarlo perché, se lo si fa rapidamente, si può tracciare i suoi spostamenti, allertare i suoi contatti, capire come e perché si è infettato. Individuare il paziente zero di una qualsiasi malattia è estremamente difficile e nel caso della pandemia di COVID-19 è stato ancora più complicato: non sappiamo quando la malattia sia arrivata in Italia e non sappiamo neppure dove si sia sviluppato il primo focolaio.

Fino a oggi pensavamo che il primo caso in Italia si fosse manifestato a febbraio 2020, ma ora sappiamo che non è stato così. Uno studio dell’Università Statale di Milano pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases ha dimostrato la presenza di SARS-CoV-2 in un bambino di Milano all’inizio di dicembre 2019. Questo risultato sposta indietro di almeno 3 mesi la data del primo caso di COVID-19 in Italia.

La scoperta è avvenuta dopo aver rianalizzato i campioni di sangue prelevati nel periodo settembre 2019 – febbraio 2020 in pazienti che manifestavano irritazioni cutanee simili al morbillo. Nonostante i sintomi, però, quei pazienti erano risultati negativi al test per il morbillo. Oggi sappiamo che l’infezione da SARS-CoV-2 può dare luogo a manifestazioni simili a quelle del morbillo e di altri virus.

La malattia, quindi, circolava a Milano e in Lombardia già all’inizio di dicembre 2019, ma non c’era consapevolezza del pericolo incombente. Il virus si è così diffuso indisturbato nel nord Italia e questo potrebbe spiegare, almeno in parte, l’impatto della prima ondata di COVID-19. La ricerca non ha dunque individuato, il paziente zero dell’epidemia di COVID-19, ma ha dimostrato che «un sistema di sorveglianza virologica sensibile e di qualità è uno strumento fondamentale per identificare tempestivamente i patogeni emergenti e per monitorare l’evolversi dei focolai in una popolazione». Lo afferma Antonella Amendola che, oltre a essere autrice Zanichelli, è la prima firmataria dell’articolo e responsabile dell’attività di sorveglianza del morbillo in MoRoNET, la rete di laboratori italiani che monitora la diffusione del morbillo e della rosolia.

 

 

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