A che cosa può servire l’evoluzione

Forse qualcuno ricorderà una raggiante madame Sarkozy (Cecilia, non ancora Carla), atterrare sul suolo libico in veste di liberatrice di cinque infermiere bulgare e di un medico palestinese.
 
 
Era il luglio 2007. I sanitari erano stati ingiustamente condannati a morte dalla giustizia libica e detenuti per oltre otto anni, in attesa dell’esecuzione. L’accusa? L’infezione intenzionale di oltre trecento piccoli pazienti dell’ospedale pediatrico Al-Fateh di Bengasi con il virus dell’immunodeficienza umana (HIV).
 
 
Dietro al blitz della bella Première Femme c’è stata in realtà una lunga trattativa legale e diplomatica, che la Comunità europea e altre istituzioni internazionali hanno condotto con il governo libico per ottenere la liberazione dei prigionieri. Curiosamente l’evoluzione è stata uno degli argomenti della difesa.
 
Vi chiederete che cosa c’entrino Charles Darwin e la sua teoria con un caso di diritto internazionale. Sappiamo che l’HIV muta con una frequenza raramente osservata in altri germi. Complici di questo alto tasso di mutazioni sono la continua proliferazione del virus nelle cellule umane infette e un sistema di copiatura del materiale genetico virale che non presta molta attenzione agli errori avvenuti durante la trascrizione. Il risultato è che nei quasi trent’anni che ci separano dai primi casi di AIDS, segnalati negli Stati Uniti nel 1981, l’HIV si è evoluto in maniera accelerata rispetto a gran parte degli altri organismi viventi. Oggi le tecniche di filogenetica molecolare, che seguono le differenze presenti nel genoma delle diverse particelle virali di HIV, ci permettono di ricostruire l’albero genealogico di questo prolifico e mutevole virus.
 
Il professor Luc Montagnier, scopritore del virus dell’AIDS, ha potuto analizzare le caratteristiche evolutive dei ceppi virali presenti nei bambini libici che si sono infettati nell’ospedale di Bengasi.
 
 
Insieme al professor Vittorio Colizzi, dell’Università di Roma Tor Vergata, il futuro premio Nobel ha chiarito che all’origine dell’infezione dei bambini c’è stato quasi certamente il virus presente in un paziente, il cui ultimo ricovero nell’ospedale risaliva al 1997. I sanitari stranieri prendevano servizio a Bengasi nel 1998. Dunque – si trova scritto nel rapporto finale di Montagnier e Colizzi – i bambini si sarebbero infettati sì in ospedale, ma a causa di aghi e siringhe contaminati, del cui uso non poteva essere responsabile lo staff incriminato, assente al momento dell’infezione.
 
La storia evolutiva dell’HIV nell’ospedale di Bengasi sarebbe un bel contributo scientifico al compimento della giustizia, se i giudici libici non avessero respinto le prove contenute nel rapporto stilato dai due ricercatori. La liberazione dei sanitari è avvenuta soprattutto per la forte pressione internazionale; le autorità libiche si sono limitate a commutare la pena da capitale a vita e a permettere che fosse scontata in Bulgaria; i giudici bulgari hanno poi concesso il perdono ai sei ex prigionieri.
 
Mi piace tuttavia pensare che la pressione diplomatica sarebbe stata più debole se questo tassello di conoscenza non fosse finito sulle pagine di Science e Nature insieme alla mobilitazione della comunità scientifica.
 
Ci sono altre malattie oltre all’AIDS dov’è visibile l’opera dell’evoluzione. Un esempio fra tanti è l’asma e la sua diffusione nella popolazione egiziana. In Egitto ci sono molte persone asmatiche che per predisposizione ereditaria hanno un’alta concentrazione di immunoglobuline E (IgE), la classe di anticorpi all’origine delle reazioni allergiche. Si trova che gli allergeni degli acari e degli scarafaggi, responsabili di tanti attacchi d’asma, sono molto simili a proteine presenti nei vermi parassiti del genere Schistosoma, responsabili della schistosomiasi o bilharziosi.
 
 
Le persone meglio «attrezzate» per resistere alla bilharziosi, in Egitto endemica da millenni, sono quelle che presentano alte concentrazioni di IgE. Ma proprio quell’alto livello di IgE rende le stesse persone vulnerabili alle allergie più comuni negli ambienti domestici.
 
Conoscere i meccanismi dell’evoluzione non è dunque soltanto un interessante esercizio intellettuale, ma può essere molto utile. Eppure non si può dire che la teoria darwininiana sia un insegnamento comune nelle facoltà di medicina. Anzi, in gran parte delle facoltà non la si insegna proprio. Ma le cose stanno cambiando rapidamente. Programmi di medicina evolutiva si sono avviati all’Università di Auckland, in Nuova Zelanda, e all’Università Johns Hopkins di Baltimora, nel Maryland (USA).
 
A quando il primo corso di medicina evolutiva nelle facoltà dello Stivale?

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