Come mi piace raccontare la scienza

Mi hanno chiesto di spiegare come racconto la scienza ad alcuni studenti che seguono il corso di Filosofia del Web all’Università Vita Salute San Raffaele. Per chi ama sedere accanto al finestrino e guardare fuori non è facile osservarsi allo specchio. La domanda però è intrigante e anche utile. Soprattutto è l’occasione per ripensare e dare ordine alle miriadi di azioni, più o meno implicite, che stanno dietro l’elaborazione di idee, scelte, stili.

Innanzitutto devo dire che sono molto fortunata perché le mie materie del cuore – biologia e medicina – sono arcifeconde: basta tenere occhi e orecchie aperte, e non c’è alcun rischio di annoiarsi o rimanere a secco. Semmai la difficoltà è proprio scegliere. Il tempo, la curiosità, l’attenzione di lettori e lettrici sono risorse preziose, da scomodare soltanto per storie con le carte in regola, e anche qualcosa di più. Quella che segue è la mia personale lista di ingredienti che cerco ogni volta in una vicenda scientifica prima di convicermi che valga la pena di raccontarla. Non tutti i sapori possono essere presenti in ogni storia. Alcuni sono indispensabili, altri possono esserci in diverse combinazioni.
“Let me tell you a story. It is about two ants”. Dalla vicenda di due formiche comincia un articolo di E.O. Wilson, etologo di Harvard e divulgatore senza eguali, sul potere delle storie (American Educator, 2002). “La scienza è fatta di milioni di storie, alcune elettrizzanti, la maggior parte pedestri. Le storie diventano scienza quando possono essere testate e quindi intessute nell’ordito di una spiegazione di causa ed effetto, fino a formare una parte della visione materiale del mondo di un gruppo di esseri umani.” Ma la loro forza è ancora maggiore se possono diventare una narrazione. “La narrazione è il modo che noi umani usiamo per dare senso a un mondo caotico e refrattario” a ogni coerenza. La psicologia cognitiva insegna che è anche uno dei modi più facili per imparare e ricordare cose complicate (mi chiedo perché a scuola si diano liste di vocaboli da imparare a memoria: non sarebbero meglio storie?). E una storia, se raccontata in modo rigoroso, non è affatto un tradimento del processo per prove ed errori che permette di arrivare, in laboratorio o sul campo, a una scoperta scientifica. Semmai è un modo diverso di spiegarlo.
Storie solide. Sarà forse un’ovvietà, ma una condizione essenziale per scrivere una storia è che la fonte sia seria e autorevole. Le persone, le istituzioni, le publicazioni sono le gambe su cui poggia la credibilità di una scoperta. E devono essere tanto più conosciute, reputate, meritevoli, quanto più è eclatante la novità. Un vaccino finalmente efficace contro l’AIDS, testato all’Università dell’Albenistan e publicato sul Bollettino virologico di Bora Gora, ha più probabilità di rivelarsi una bufala rispetto alla stessa notizia uscita da un laboratorio dei National Institutes of Health e pubblicata su Science. Nel dubbio, meglio dare una controllatina anche a indici quantitativi come l’Impact factor o l’Indice H, seppur nei limiti di quel che possono descrivere i numeri.
Rendere tangibile l’invisibile. Si dice che il nostro cervello ragioni per immagini. Quando posso cerco di descrivere i fenomeni della biologia e della medicina in maniera visiva perché credo che le immagini, reali o mentali che siano, aiutino a collegare elementi astratti, o distanti dalla percezione sensoriale, alla nostra esperienza concreta.
Un esempio è il “facciatone” incompiuto del Duomo di Siena, forse il più grande monumento esistente alla forza distruttiva delle malattie infettive. È un’immagine tangibile che ci parla di un passato glorioso, quello di Siena (forse la New York del Medioevo), una città spazzata via in meno di tre mesi da Yersinia pestis, un esserino di dimensioni risibili e invisibile a occhio nudo. L’abbiamo scelta come storia di apertura ne I vaccini dell’era globale con Rino Rappuoli, proprio per la sua forza a un tempo concreta e simbolica di un fenomeno altrimenti invisibile e perso nel passato.
Storie (se possibile) edificanti. Faccio mie le parole dell’ultimo libro di Matt Ridley, The rational optimist.“Per quanto ci piaccia pensare che oggi si sta peggio di ieri, al contrario le cose vanno decisamente meglio. Oltre 10.000 anni fa c’erano meno di 10 milioni di persone sul pianeta. Oggi siamo più di 6 miliardi, nel 99 per cento dei casi meglio nutriti, meglio riparati, meglio considerati e più protetti dalle malattie rispetto ai nostri antenati dell’Età della Pietra. La disponibilità di quasi ogni cosa di cui una persona può avere bisogno o desiderio è cresciuta, seppure in modo erratico, per 10.000 anni, con una forte accelerazione nel corso degli ultimi due secoli: calorie; vitamine; acqua pulita; macchine; privacy; mezzi per viaggiare più velocemente di quanto possiamo correre; e la possibilità di comunicare lungo distanze più lunghe rispetto alla portata della nostra voce. Eppure, stranamente, per quanto le cose migliorino rispetto al passato, la gente è aggrappata all’idea che il futuro potrà essere soltanto disastroso.” Ecco perché provo a raccontare storie (se possibile) edificanti.

Ieri, oggi, domani. Mi piace raccontare la storia delle idee anche dal punto di vista dei limiti, imposti alla conoscenza, dalle possibilità non solo intellettuali, ma anche materiali, di ogni epoca. Una volta ho scritto che “i biologi adorano la PCR almeno quanto le donne amano la lavatrice” (e non è un commento maschilista). La PCR, i sequenziatori di DNA e la forza di analisi dell’informatica hanno liberato tempo ed energia da tediosi lavori manuali e hanno accelerato il ritmo delle scoperte. Ma hanno soprattutto cambiato in modo radicale l’idea della complessità che abbiamo del mondo biologico, proprio come la possibilità di osservare la Terra dallo spazio ha modificato la nostra visione del mondo rispetto a quando l’osservazione aveva un punto di vista più ravvicinato.
Storie che parlano di persone. Nella scienza, come in tutte le discipline dove la creatività umana è essenziale, sono le persone a fare la differenza. Mi piace raccontare il ruolo che ha avuto il pensiero di alcuni, ma anche il contributo dei tanti altri che hanno cooperato a diffondere benefici di conoscenza, di benessere, di cultura. Un esempio è la storia che ho scritto sulle vite umane salvate da una buona stufa.
 
 
Storie che fanno vedere il mondo diverso da come appare. Abbiamo un cervello straordinario che a volte sbaglia. Gli errori in cui incappiamo a causa dei limiti della percezione, dei problemi di memoria, delle malattie neurologiche sono sempre affascinanti e istruttivi. Il maestro è Oliver Sacks (in America è appena uscito il suo ultimo libro, The minds eye, sulla visione). Nel mio piccolo ho cercato di raccontare qualcosa sui falsi ricordi e sulle memorie collettive.
Storie che ispirano, storie che salvano viteJonas Salk, dopo aver messo a punto il vaccino anti poliomielite, intervistato da un giornalista. «Chi detiene il brevetto su questo vaccino?» «ll vaccino appartiene alla gente, non c’è nessun brevetto. D’altronde si potrebbe brevettare il Sole?» È una storia di altri tempi, ma non smette di ispirare.
Storie che sfatano miti. Il baccano che si sviluppa periodicamente attorno ad alcuni temi scientifici è intriso di credenze, illusioni, miti da sfatare. Nelle Chiavi di lettura, i libri che curo per Zanichelli con Federico Tibone, ne abbiamo fatto una sorta di rubrica fissa: li inseriamo ogni volta che un tema si presta. Nel libro “OGM tra leggende e realtà” Dario Bressanini è riuscito a trovarne 28!
Storie che aspettano una scintilla. Come ha scritto Olivia Judson nel suo meraviglioso blog, l’ispirazione è “capricciosa”. Arriva “nei momenti più imprevedibili (a volte importuni) e va colta al volo”. A volte una storia è quasi pronta, ma manca un ingrediente, una finitura che la renda vivace, curiosa, attuale. Mi è capitato con la resistenza dei batteri agli antibiotici: un argomento importante, ma poco sexy finché non se ne è occupato Obama (non proprio lui in persona, ma la sua amministrazione). Idem per geni e ambiente: era tanto che volevo scriverne, ma mi mancava un bell’esempio. Mi ha aiutato Steve Jones, con un bellissimo gatto siamese.

Polemiche? Poche, lievi e forti. La maggior parte delle scaramucce mi sembrano inutili e per niente costruttive. A volte però zitti non si può stare, e allora le le cose vanno dette con poche parole, leggere e incisive. Per esempio, Darwin 1809 2009 è stata una mostra imperdibile per autorevolezza, bellezza e intelligenza. A Milano ha avuto una programmazione balneare a scuole ermeticamente chiuse (tranne per la breve coda autunnale). Una scelta oculata del Sindaco Moratti, una sincera amica dell’evoluzione e della formazione scientifica dei giovani, fin dai tempi in cui era Ministro dell’istruzione.
Storie che hanno uno stile. Chiaro, esatto, rapido è il motto del linguaggio delle Chiavi di lettura. Parole semplici, precise, non una più del necessario. Metafore ed elementi narattivi utili a stimolare l’attenzione, a chiarire passaggi difficili, mai a soddisfare il narcisismo di chi scrive. In chiusura, un vezzo che è anche una fonte di ispirazione. Vorrei raccontare la scienza come Natalia Aspesi racconta il cinema, la società, il costume. Imitando imperfettamente lo stile elegante, divertente, acuto che lei ha usato per ritrarre plotoni di registi e attori, io ho provato a dirvi di babbuini e vermetti.
La foto in apertura  un particolare degli affreschi del palazzo di Cnosso a Creta l’ho trovata su questo sito ed è un esempio di storia scientifica. La foto di E.O. Wilson è di Jim Harrison è apparsa su Plos nel 2003. La foto del “facciatone” del Duomo di Siena è di Giorgio Corsi. Il video di Matt Ridley è una Ted Conference (con sottotitoli in italiano). La foto di Jonas Salk l’ho trovata su questo sito, mentre quella di Natalia Aspesi l’ho trovata su questo sito.
Le storie sono al centro anche dell’analisi dei discorsi in pubblico che ha fatto Nancy Duarte, una delle più note esperte di public speaking. Ne ha raccontato i suggerimenti Elisabetta Tola nell’Aula di Lettere.

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Commenti [1]

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  1. Moreno Colaiacovo

    Grazie per questo bel post che svela un po’ di “trucchi” per fare della buona divulgazione scientifica! Per quello che mi riguarda, la difficoltà più grande che incontro quando provo a parlare di genetica è trovare il modo di far comprendere a un pubblico generalista (che non necessariamente conosce la biologia) dei concetti complicati, spesso associati a termini molto tecnici. La soluzione ottimale sarebbe trovare delle metafore ad hoc, ma occorre tanta creatività e non è così semplice inventarle!

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