Vedere la scienza

Una quarantina di film in venti ore. Pasquale Tucci, direttore del festival Vedere la scienza (oltre che del Museo Astronomico-Orto Botanico di Brera), mi aveva avvertito mentre mi invitava a fare parte della giuria dell’edizione 2011: “Sarà un tour de force”. A un’amante del cinema e delle buone storie di scienza, il tour de force è parso fin dal principio una delizia e un grande privilegio.

Sono sempre andata al cinema, da bambina con i miei genitori, poi con gli amici, a volte anche sola (guai a perdersi un film perché nessuno può venire!). Quando entro in sala mi siedo davanti, nei posti che la gente di solito scarta, e da lì entro dritta nel film per uscirne, un’ora o due dopo, senza che nient’altro sia passato per il mio campo visivo.
 
Che si tratti di fiction o di non fiction, un film mi deve raccontare una storia (una collezione di fatti o una serie di immagini non bastano). Per raccontare una storia bisogna conoscere il linguaggio cinematografico, rispettandone la grammatica e la sintassi. Se la storia parla di scienza, poi, è importante che sia solida e autorevole. E se infine il film è in concorso in un festival, occorre che sia la scienza, sia il modo di illustrarla siano almeno un po’ innovativi.
 
Questi sono gli ingredienti che ho cercato, insieme ai miei compagni di viaggio, nei circa 40 film che ci sono passati davanti agli occhi. Li abbiamo trovati? Speriamo. Certamente abbiamo fatto del nostro meglio per confrontare le nostre diverse visioni, prospettive, punti di vista, e lo abbiamo fatto con pazienza, cura e attenzione.
 
A questo punto vi chiederete chi ha vinto. Nella categoria più affollata, i documentari per l’home video e la televisione, non è stato facile scegliere. C’erano tantissimi titoli, di cui almeno quattro o cinque avrebbero potuto ambire al premio. Alla fine è risultato vincitore Tipping point, un documentario che racconta come studiare l’acidificazione degli oceani e le sue conseguenze sulla vita acquatica. Vi potrà sembrare un tema astruso, ma la questione è più semplice di quel che sembra: l’anidride carbonica che è emessa nell’atmosfera finisce in buona parte nei mari, aumentandone l’acidità. Le conseguenze sono molte e non tutte chiarissime, ma una delle più evidenti è che i molluschi hanno più difficoltà a formare i loro involucri calcarei. Raccogliere conchiglie sulla spiaggia potrebbe diventare un passatempo vintage in seguito a questo sbilanciamento chimico, ma una delle conseguenze più significative riguarda la catena alimentare marina: molte specie si nutrono di animali che si proteggono dentro una conchiglia.

Ci sono due cose che mi sono particolarmente piaciute in questo documentario: 1) si vedono gli scienziati fare esperimenti in cui, ad acidificazioni via via crescenti, testano ipotesi di cambiamenti biologici; i dati che elaborano sono reali e raccolti sul campo; non derivano, come spesso accade nella scienza del clima, da modelli matematici che cercano di prevedere il futuro. 2) Il film non è a tesi: le conseguenze dell’acidificazione sulla vita oceanica vanno esaminate e non sono necessariamente negative a priori. Per esempio a Ischia, dove per l’influenza del vicino Vesuvio il mare è più acido da millenni, i ricercatori hanno trovato molluschi che si sono adattati a queste condizioni, particolarmente ostili agli involucri di carbonato di calcio, sviluppando una pellicola protettiva al di sopra della conchiglia.
 
Nella categoria di film prodotti da centri di ricerca, università e musei, ha prevalso Marco Polo, il racconto di un gruppo di medici genetisti, partiti da Trieste lungo la via della seta, alla ricerca di geni coinvolti nelle preferenze per il dolce e il salato. L’indagine è di quelle un po’ azzardate (quante variabili ci sono in un genoma rispetto all’infinita varietà dei sapori, e quante associazioni non causali si possono trovare fra le une e gli altri?), ma il film è ben costruito e avvincente, e mostra una ricerca sperimentale che si svolge in ambienti inusuali e bellissimi, fra popolazioni sperdute che è raro incontrare altrimenti.

Fra i corti ha vinto Breve storia della sterilità in Italia, un vivacissimo cammeo animato dallo studio Bozzetto. Nell’ambito dei film su parchi, fiori e giardini (quest’anno, oltre alla chimica, si celebrano le foreste, lo sapevate?) si è invece aggiudicato il premio Nella mente delle piante, un’escursione fra i processi per così dire “cognitivi” del regno vegetale. Anche se non si può certamente dire che le piante abbiano un cervello, è chiaro che i vegetali reagiscono ai cambiamenti ambientali e in alcuni casi riescono anche a comunicare fra loro, attraverso messaggi chimici diffusi nell’ambiente.
 
Il film che mi ha divertito di più è Dossier Plutone, un brillantissimo viaggio nella storia del declassamento dell’ex nono pianeta del Sistema solare, l’unico scoperto negli Stati Uniti. Potete vedere l’intero film sul sito di NOVA PBS. Purtroppo è in inglese e senza sottotitoli, ma provate a guardarlo comunque: le immagini dicono moltissimo e il narratore, Neil DeGrasse Tyson, è straordinario.

Il film che più mi ha commosso e fatto pensare è Great Ormond Street: oltre ogni ragionevole speranza. Il documentario è girato in un ospedale pediatrico inglese dove arrivano da tutto il mondo bambini che, per la rarità e gravità delle loro malattie, sono già stati considerati incurabili dai principali centri ospedalieri dei loro paesi. In un’epoca dove i medici sembrano più attenti al rischio di finire in tribunale che a quello di perdere una vita umana, colpisce il coraggio di questi pediatri, pronti a esplorare ogni strada pur di dare a ciascun bambino la speranza di una vita il più possibile normale. Le inevitabili questioni etiche (ci sono molti interventi che si possono fare, ma non è detto che si debbano fare), piuttosto che i dialoghi fra medici e genitori, sono riportati con candore, onestà e rispetto. Tutti gli aspetti, le condizioni cliniche dei bambini, le considerazioni etiche dei genitori e dei clinici, la particolare situazione di ogni famiglia, sono elementi che devono concorrere a stabilire, caso per caso, fino a che punto è possibile spingere la scienza e la tecnologia medica.

Sempre sul tema della malattia e della sofferenza, vi segnalo un film fuori concorso che mi sta particolarmente a cuore: Mi piace quello alto con le stampelle. Il film, nato da una coproduzione tra Università degli Studi di Milano e la Fondazione Magica Cleme, in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori di Milano e l’Ospedale San Gerardo di Monza, mostra in concreto come vivono, studiano, amano, soffrono ragazzi e ragazze che sono, o sono stati, malati di tumori o leucemie.
 
Chiudo raccomandandovi un piccolo film che riesce a essere allegro, nonostante parli di pericolo sismico. Si chiama Non chiamarmi terremoto ed è stato girato insieme a un gruppo di bambini de L’Aquila e la speciale partecipazione di Luciana Litizzetto. Il fine è didattico: spiegare ai più piccoli che cosa è un terremoto, perché avviene e che cosa è importante sapere in caso se ne presenti uno nuovo. Anche se i terremoti non si possono prevedere, conoscerli può aiutare a evitarne, se possibile, le conseguenze più catastrofiche.

Se vi ho incuriosito potete continuare a esplorare il sito del Festival, dove trovate tutte le schede dei film in programma in questa edizione, come pure nelle precedenti.
 
Grazie di cuore, dunque, a Pasquale Tucci, ad Antonella Testa, a tutti i collaboratori e i volontari che anno dopo anno danno vita a questo prezioso Festival, conosciuto anche dai giornalisti di Science, di cui si è appena chiusa la 15° edizione. Vedere tutti questi film è stato un vero piacere. Peccato non poterlo condividere con altri spettatori, visto che le televisioni italiane (a differenza di quelle europee) difficilmente trasmettono queste gemme di divulgazione.

Per la lezione

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