Rinoceronti e bracconieridivisi dall'esame del DNA

Un elicottero si abbassa verso la radura di una riserva naturale dove alcuni rinoceronti pascolano nel fango. Nel giro di pochi minuti gli animali sono immobilizzati e muoiono. Siamo nella provincia del Limpopo, nel Sudafrica settentrionale, a marzo 2011. La causa dei decessi, si chiarirà poi, è un’overdose di tranquillanti somministrata da un lanciasiringhe, azionato dall’interno dell’elicottero.

Pochi giorni dopo, all’aeroporto di Johannesburg, un vietnamita di 29 anni viene arrestato mentre si sta imbarcando su un volo che lo dovrebbe riportare a casa. Nella valigia di Xuang Hoang gli addetti ai controlli con i raggi X non intercettano armi, né droga, ma la forma inconfondibile di sei corna di rinoceronte. Questo tuttavia potrebbe non bastare a incriminare il giovane asiatico. In Sudafrica, infatti, il bracconaggio è reato, ma la caccia grossa invece è lecita. Perciò, oltre a trovare il corpo del reato occorre anche dimostrare che esso proviene da uno specifico incidente di bracconaggio.
 
Da Johannesburg ci spostiamo nel laboratorio di genetica veterinaria diretto da Cindy Harper all’università di Pretoria, dove arrivano le corna confiscate dalla polizia. Qui per la prima volta riesce un esperimento ritenuto molto difficile: il DNA contenuto nelle corna (un materiale biologico considerato poco adatto a test legali sul materiale genetico) viene estratto con la punta sterile di un trapano e viene quindi amplificato con la PCR e sequenziato. Fra due delle corna confiscate e le carcasse dei rinoceronti uccisi nel Limpopo c’è una corrispondenza perfetta: la probabilità che un altro rinoceronte abbia lo stesso profilo genetico è una su un milione, ma in un continente con solo 25.000 esemplari la prova è schiacciante. Il corriere vietnamita si becca 10 anni di galera.
 
Pochi mesi dopo la polizia arresta Dawie Groenewald, un ex poliziotto, e sua moglie Sariette. Ufficialmente la coppia è proprietaria di una riserva naturale che offre safari ai turisti, ma per l’accusa i due sono il fulcro di una rete di bracconaggio internazionale che commercia in corna di rinoceronti con il Vietnam. Nella loro riserva la polizia scopre una fossa comune contenente le carcasse di almeno 20 rinoceronti. Complici dei Groenewald sono anche diversi veterinari locali che hanno aiutato la coppia a uccidere centinaia di animali.
 
Il caso è forse l’unico finora a essere stato risolto, ma il traffico illecito in corna di rinoceronti è pervasivo in Sudafrica. La ragione è il denaro che i trafficanti possono ricavare: fino a mezzo milione di dollari per ogni corno da 15 kg circa. In questo video potete vedere un rinoceronte curato in un parco, dopo che gli è stato asportato un corno:

Perché le corna di rinoceronte valgono tanto? Fino a pochi decenni fa erano un ingrediente della medicina tradizionale cinese e in Medio Oriente si usavano come impugnature per i pugnali. Negli anni Novanta, tuttavia, una forte pressione internazionale aveva indotto la Cina a rimuovere le corna di rinoceronte dagli ingredienti approvati dalla farmacopea ufficiale, mentre i paesi arabi avevano cominciato a promuovere l’uso di impugnature sintetiche. Grazie a queste misure il numero di rinoceronti africani aveva ricominciato a crescere.
 
La tregua però è durata poco. Attorno al 2008 il prezzo delle corna raggiunge un massimo storico, con rapine effettuate addirittura nei musei di diversi paesi e aste in cui un corno antico è stato venduto per più 100.000 dollari. In questo quadro le riserve sudafricane, che contano la più grande popolazione vivente di rinoceronti, diventano il centro del commercio: con circa 4000 esemplari, il Sudafrica attira i bracconieri come le mosche. I numeri ufficiali di animali uccisi sono passati da 13 nel 2007 a 333 nel 2010.
 
Le corna di rinoceronte avrebbero curato una persona molto in vista da un tumore terminale del fegato in Vietnam. Anche se il paziente guarito non è stato visto da nessuno e la cura miracolosa è chiaramente una truffa, la diceria continua a imperversare e i rinoceronti muoiono.
 
Questa storia sembra incredibile, eppure è vera, ed è stata raccontata in un magnifico reportage da Richard Conniff sulla rivista Smithsonian. Nell’articolo originale, che vi consiglio di leggere, Conniff spiega anche la strategia di conservazione che ha permesso di far tornare a crescere la popolazione dei rinoceronti in Sudafrica negli ultimi decenni: una vicenda molto interessante, basata su una partnership fra i servizi dei parchi e i proprietari delle riserve, sull’equilibrio fra caccia e conservazione e sullo sviluppo di sofisticate tecnologie di monitoraggio degli animali. La strategia stessa, seppur efficace per la crescita controllata della popolazione, è anche uno dei punti di debolezza della crisi di bracconaggio. Dato infatti l’alto valore degli animali e delle corna, i proprietari delle riserve cadono facilmente in tentazione di un’attività che pur essendo illecita consente guadagni vertiginosi.
 
Il pianeta conta oggi cinque specie di rinoceronte, due in Africa e tre in Asia. Mentre le specie asiatiche sono in estinzione, le due africane sono in crescita, nonostante il bracconaggio. I rinoceronti africani, bianchi e neri, sono animali massicci: un esemplare bianco può pesare quasi 3 tonnellate, mentre uno nero, sebbene più leggero (si fa per dire, arriva pur sempre a una tonnellata e mezzo!), è in genere più aggressivo. I loro occhi sono piccoli e poco efficienti, ma in compenso hanno orecchie grosse e potenti e un odorato finissimo. Entrambi vegetariani, i rinoceronti bianchi passano il tempo a brucare l’erba a testa bassa, mentre i neri si nutrono dei rami che strappano dagli alberi di acacia e da altre piante.
 
Assolutamente da non perdere è la straordinaria galleria di immagini del servizio di Conniff, in cui ritroverete tutti i personaggi di questa storia da film: prima di tutto i rinoceronti, ma anche i bracconieri incriminati, la genetista di Pretoria e i poliziotti di frontiera.
 
La foto di apertura proviene dall'archivio Shutterstock, mentre lo schema sulle specie di rinoceronti è tratto da Wikipedia.

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