Albert e Mary Lasker: filantropi della ricerca

I premi Lasker mi emozionano quasi più dei Nobel. Riconoscono scoperte fondamentali in medicina e biologia; sono stati 81 volte l’anticamera del Grande Premio; arrivano giusto dopo le vacanze.

Mi piacciono anche perché sono l’eredità ideale e materiale di Mary Woodward e Albert Lasker, una coppia americana che ha fatto cose fuori dal comune. Mary Woodward era un’imprenditrice che si era fatta da sola all’epoca della Grande Depressione. Nel 1940, dopo aver perso la madre per una lunga malattia, dichiarava a un giornalista di essere «contro gli attacchi di cuore e il cancro come altri ce l’hanno con i peccati». Iniziava così un’energica missione laica contro malattie che, secondo la signora Lasker, dovevano trovare una soluzione tramite la ricerca. Ma occorrevano quattrini.
 
«Ci sono fondi illimitati: ti farò vedere come raccogliergli» diceva Albert Lasker a sua moglie. Siamo alla fine degli anni Quaranta e l’ottimismo post-bellico fa sembrare ogni sfida possibile. Lasker, che dirige una delle principali agenzie di pubblicità di New York ed è considerato come uno dei fondatori della moderna comunicazione, sa di che cosa sta parlando. «Se un dentifricio merita un budget pubblicitario di 4 milioni di dollari l’anno, allora la ricerca contro le malattie che mutilano e storpiano la gente negli Stati Uniti e nel mondo ne vale qualche centinaio.» Dopo questa dichiarazione di Mary, i Lasker sono pronti.
 
Albert Lasker in un'illustrazione tratta dal libro The Man Who Sold America
di Jeffrey L. Cruikshank e Arthur W. Schultz, Harvard Business Press Books (2010)
 
Nel giro di poco tempo Mary Lasker diventa la «fata madrina della ricerca biomedica», come la definisce all’epoca Business Week. In un’alleanza stretta con il mondo della ricerca, i Lasker sostengono molte cause mediche e scatenano una guerra contro il cancro. Ma soprattutto i Lasker inventano la moderna raccolta di fondi per la ricerca e creano la fondazione che ancora oggi premia ogni anno le più importanti scoperte biomediche.
 
La guerra contro il cancro ha avuto vittorie insperate e perdite dolorose. Senza la pubblicità e i fondi raccolti dai Lasker, non è detto che oggi avremmo le cure contro le leucemie infantili sviluppate dal grandissimo medico di Boston, Sidney Farber. Ma si dice anche che «una guerra richieda una definizione chiara del nemico», e all’epoca le idee su che cosa fosse il cancro erano piuttosto rudimentali.
 
Il lascito dei Lasker è comunque grandioso e lo vediamo, una volta di più, nei premi che portano il loro nome nel 2012.
 
Oggi più di 50.000 persone sono vive grazie a un trapianto di fegato. Senza, sarebbero tutte morte. Sir Roy Calne è un chirurgo inglese; Thomas Starzl un chirurgo americano. Un po’ colleghi, un po’ rivali, questi due uomini, immersi nelle loro sale operatorie separate da un oceano, a Cambridge e a Pittsburgh, hanno messo a punto una delle operazioni più complesse della storia della medicina, espianto dopo espianto, organo dopo organo, paziente dopo paziente. E hanno sperimentato un’infinità di farmaci contro il rigetto, vincendo un muro di ostilità e pessimismo, e trovando infine le migliori molecole per efficacia e limitati effetti collaterali.

 
Sir Roy Calne, a sinistra, e Thomas Starzl, a destra
 
Ecco perché Calne e Starzl hanno meritato il premio Lasker-DeBakey per la ricerca medica. Ignazio Marino, che è stato allievo di entrambi, ha dipinto un ritratto appassionante di questi due grandi medici e delle loro idiosincrasie, in Idee per diventare chirurgo dei trapianti (Zanichelli sta fra l’altro preparando una nuova edizione e l’e-book di questo piccolo, prezioso libretto). Qui potete vedere un video con interviste ai due premiati:

 

 
I motori molecolari che permettono i movimenti della cellula, fanno contrarre i muscoli e spostano i “cargo” cellulari sono la scoperta che ha motivato il premio Albert Lasker per la ricerca medica di base. I vincitori sono Michael Sheets, della Columbia University di New York, James Spudich, dell’Università di Stanford, e a Ronald Vale, dell’Università della California a San Francisco. Potreste dire che è da mo’ che conosciamo i movimenti dell’actina, della miosina e dei microtubuli, spinti dall’energia dell’ATP. Hugh Huxley e Andrew Huxley sono gli eroi di questa storia, che era però rimasta soprattutto una teoria, perché all’epoca dei loro studi era impossibile costruire un sistema sperimentale in cui riprodurre e verificare il motore del movimento cellulare. Sheets e Spudich hanno fatto proprio questo: dopo quasi 15 anni di tentativi, nel 1985 sono riusciti a riprodurre il movimento di actina e miosina, estratte dalle cellule di un’alga, in una piastra osservabile al microscopio. In altre parole hanno creato un sistema per studiare in vitro il movimento delle fibre cellulari e analizzarne le componenti.
 
Da sinistra a destra, Michael Sheets, James Spudich e Ronald Vale
 
Ispirato da Sheets e Spudich, Ronald Vale ha cercato di fare lo stesso con le cellule animali. Trovandosi in California, aveva scelto di studiare il calamaro dall'assone gigante, che vive abbondante nell’oceano Pacifico. Ma non aveva fatto i conti con El Nino, un fenomeno climatico che a metà degli anni Ottanta aveva fatto scomparire misteriosamente i calamari dalle acque della baia di San Francisco. Vale però non si è arreso: con la tipica intraprendenza americana ha fatto armi e bagagli e ha traslocato il laboratorio a Woods Hole, a 8000 km di distanza sull’Atlantico, dove i calamari erano abbondantissimi. Lì ha messo a punto il sistema in vitro per il movimento delle cellule animali, analogo a quello dei colleghi. E ha anche scoperto che nelle cellule nervose il movimento cellulare non è a base di actina e miosina, ma di microtubuli. È inutile dire quanto queste scoperte siano importanti per capire come funzionano le cellule (proteine come la kinesina e la dineina sono state scoperte in questi sistemi in vitro) e quante malattie dipendano da difetti della motilità cellulare (dalla cardiomiopatia ipertrofica, a causa della morte di parecchi atleti in erba, a molti tipi di tumori e a malattie neurologiche). Qui il video con le interviste ai tre scienziati:
 

 
Il nome Maniatis fa suonare una campanella nella testa di qualunque biologo che sia transitato in un laboratorio a partire dagli anni Ottanta. Il “Maniatis” era infatti il manuale che conteneva praticamente ogni tecnica di biologia molecolare esistente, quando la possibilità di manipolare il DNA era appena cominciata. Era un libro di nessuna pretesa: sembrava una pila di fotocopie spiralate in plastica, e giaceva aperto (e macchiato) su ogni bancone, in mezzo a provette, soluzioni, quaderni. Eppure quel manuale, pubblicato per la prima volta nel 1982 e venduto in 62.000 copie (92.000 con la seconda edizione), era una risorsa incredibile: con la sua aria da nulla e il prezzo relativamente modesto, rappresentava la libertà per ogni giovane studente che sognasse di fare il «suo» esperimento. Lì dentro stavano infatti le ricette e le soluzioni per quasi ogni problema tecnico che uno potesse incontrare. Senza dover per questo dipendere dal sapere (o piuttosto, dal non sapere) del barone di turno, in capo al laboratorio. Non mi stupirebbe che qualcuno serbi religiosamente qualche copia del Maniatis, come quelli che collezionano i primi computer Apple.
 
Molecular Cloning, il primo manuale di biologia molecolare
pubblicato da Tom Maniatis (Cold Spring Harbor, 1982)
 
Tom Maniatis, della Columbia University di New York, non è stato solo un generoso disseminatore di tecnologie rivoluzionarie alla comunità scientifica. Se ha vinto il premio speciale Lasker-Koshland nelle scienze mediche, è anche perché ha fatto scoperte eccezionali sulla natura dei geni e sul modo più semplice per studiarli in vitro, ben prima che ci fossero le PCR e i sequenziatori. Condivide il premio con Maniatis Donald D. Brown, della Carnegie Institution for Science di Baltimore, per le sue scoperte sui geni dell’RNA ribosomiale e per aver fondato la Life Sciences Research Foundation, che fornisce borse di studio a giovani ricercatori meritevoli.
 
Tom Maniatis, a sinistra, e Donald D. Brown, a destra
 
Qui la videointervista a Brown e Maniatis:

Ora avrete capito perché i premi Lasker di quest’anno mi hanno emozionato tanto: hanno aperto un mucchio di squarci piacevoli fra i miei ricordi.
 
Quello che so sui Lasker lo devo a The emperor of all maladies, di Siddartha Mukerjee (Scribner 2010). Premio Pulitzer nel 2011, è uno dei 100 libri più influenti degli ultimi 100 anni secondo Times, ed è un testo da cui continuerò a lungo a imparare (le citazioni di Mary e Albert Lasker sono tratte da questo libro). La fotografia di apertura di Mary Lasker è tratta dal sito Profiles in Science della National Library of Science ed è conservata presso la Columbia University. Rare Book and Manuscript Library. Mary Lasker Papers. Il cartoon che ritrae Albert Lasker è tratto dal sito della Harvard Business Review e deriva dal libro The Man Who Sold America: The Amazing (But True!) Story of Albert D. Lasker and the Creation of the Advertising Century di Jeffrey L. Cruikshank e Arthur W. Schultz, Harvard Business Press Books (2010). Le foto dei premiati e del manuale di Maniatis lo ho trovate sul sito della Lasker Foundation.

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