Senza cioccolato non si vince il Nobel?

Il consumo di cioccolato fa funzionare meglio il cervello e dove se ne mangia di più ci sono più premi Nobel. Lo sostiene, dati alla mano, il dottor Franz Messerli, professore di medicina alla Columbia University di New York, in una “nota occasionale” che ha pubblicato sul New England Journal of Medicine.

“Sarà uno scherzo?” mi ha chiesto l’amica che me lo ha mandato. Sì, certo che è uno scherzo, a partire dalla domanda assurda da cui Messerli è partito (se il consumo di cioccolato favorisca la possibilità di vincere un premio Nobel).  E l'articolo è una caricatura esemplare delle innumerevoli correlazioni che implicano una causa (senza mai provarla!) e circolano in abbondanza nella letteratura scientifica e sui media. Ma per scrivere la sua burla, Messerli ha dovuto raccogliere e analizzare seriamente parecchi dati.

Il dottor Messerli ha studiato il consumo di cioccolato in diversi Paesi e la distribuzione dei premi Nobel, e ha trovato un’associazione statisticamente significativa fra i due: il consumo annuo pro capite di cioccolato nei 23 Paesi presi in considerazione risulta linearmente proporzionale al numero dei premi Nobel assegnati ogni 10 milioni di abitanti.

Il consumo pro capite di cioccolato in 23 Paesi è associato 
al numero di premi Nobel conferiti ogni 10 milioni di abitanti.

La migliore performance è degli svizzeri, che mangiano oltre 11 kg di tavolette a testa all’anno e si sono aggiudicati più di 30 premi Nobel ogni 10 milioni di abitanti. Ai cinesi invece il cioccolato probabilmente non piace e a Premi Nobel se la cavano maluccio (lo studio però si è fermato al 2011: sono sicura che Messerli sta già indagando se l’ultimo premio alla Letteratura sia andato di pari passo con un aumento del consumo di cioccolato fra i cinesi).

L’unico Paese che si discosta dalla curva è la Svezia, ma Messerli ha una spiegazione convincente per questa eccezione: “O il Comitato che assegna i Nobel ha qualche parzialità patriottica che interferisce con la valutazione dei candidati, o forse gli svedesi sono talmente sensibili al cioccolato che le loro funzioni cognitive aumentano grandemente anche per quantità minime” di cacao (la seconda interpretazione è stupenda!).

Messerli comunque non vuole trarre conclusioni affrettate: “Ovviamente, una correlazione fra X e Y non prova un nesso di causa ed effetto, ma indica che X determina Y, oppure che Y influisce su X, o ancora che X e Y sono entrambi condizionati da un meccanismo comune sottostante”. Ecco qui la correlazione che non prova ma indica!

Quale può essere, dunque, il meccanismo che lega cioccolato e Nobel? In base a cinque studi citati (questo, questo, questo, questo e perfino quest’ultimo, in cui hanno dato cioccolato ai ratti), mangiare cioccolato migliora la funzione cognitiva. Perciò Messerli ritiene plausibile che assumere cioccolato “crei quell’abbondante terreno fertile necessario al germogliare dei premi Nobel”. in modo dipendente dalla dose, ovviamente.

Ci potrebbero essere anche altri meccanismi in gioco, e una mente aperta come quella di Messerli non vuole certo escludere nessuna ipotesi a priori. “È possibile che persone con funzioni cognitive superiori siano più consapevoli dei benefici del cioccolato amaro e siano perciò più inclini ad aumentarne il consumo”. Invece, “che il conferimento di un Premio Nobel possa di per sé far aumentare l’assunzione di cioccolato nel Paese sembra improbabile” a Messerli, “anche se le celebrazioni associate a questo straordinario evento potrebbero scatenare un incremento ampio, ma transitorio” dei consumi.

L’autore esprime però tutta la sua cautela quando aggiunge che: “ovviamente queste osservazioni sono soltanto generatrici di ipotesi e dovranno essere testate in una sperimentazione prospettica e randomizzata”. Il che, in parole povere, significa questo: arruolare un gruppo ampio e casuale di persone, dividerle in gruppi e a ciascun gruppo assegnare dosi diverse di cioccolato, variabili per esempio da zero a 20 kg pro capite, da assumere nel corso di diversi anni. Quindi occorrerà osservare quanti premi Nobel saranno conferiti all’interno dei gruppi tanto choco, medio choco, poco choco, per nulla choco. Capite bene che, data la rarità dei premi Nobel, le persone selezionate per lo studio dovranno essere TANTISSIME e lo studio è INFATTIBILE (oltre che insensato).

Messerli ha anche divulgato un potenziale conflitto di interessi, dichiarando di consumare quotidianamente cioccolato, soprattutto ma non esclusivamente nelle varietà amare di marca Lindt (questo è uno scherzo dentro lo scherzo, e una frecciata ai tanti studi che, oltre a essere mal impostati, celano un conflitto di interessi).

La parodia mi ha molto divertito perché contiene tutti gli ingredienti tipici del modo di presentare le correlazioni, perché sembrino un nesso di causa ed effetto: l’associazione è sorprendente e statisticamente significativa; non manca mai l’ipotesi di un possibile meccanismo d’azione (che però non è mai provato); in conclusione si invoca la necessità di ulteriori studi (spesso infattibili) per dimostrare il nesso causale (generalmente inesistente) dietro la correlazione. In genere è anche assente un elemento essenziale (nel nostro caso scherzoso, Messerli non ha domandato a nessun premio Nobel se ha mangiato cioccolato!).

Malgrado la facezia sia evidente, c'è chi ha preso Messerli sul serio: diversi siti (questo e questo e questo) hanno riportato la notizia alla lettera, con titoli privi di dubbi (“Mangiare il cioccolato fa vincere il Nobel” e simili corbellerie).

Sulle correlazioni è facile fare ironia e Messerli lo ha fatto con bravura non solo scientifica, ma anche letteraria. Occorre però fare attenzione e distinguere. Certamente ci sono tantissimi studi che associano fenomeni senza che vi sia alcun nesso causale e alcuna ragione di buon senso per farlo (vi avevo parlato della pillola anticoncezionale associata al tumore della prostata). Ma ci sono tante correlazioni emerse da studi epidemiologici seri, a cui molte persone devono la vita. Prime fra tutte quelle fra il fumo e il tumore al polmone, di cui vi ho raccontato gli esordi la settimana scorsa.

Le grandi industrie del tabacco hanno giocato molto sul fatto che non è possibile provare un nesso causale fra le sigarette e i tumori ai polmoni soltanto con studi epidemiologici. Per ragioni etiche non è stato ovviamente possibile arruolare un gruppo ampio e casuale di persone, dividerle in gruppi e a ciascun gruppo far fumare quantità diverse di sigarette, variabili da zero a qualche pacchetto al giorno per diversi decenni. Per poi vedere quanti si ammalano di tumore al polmone nei diversi gruppi.

Ma gli epidemiologi non si sono lasciati intimidire e, anzi, hanno approfittato della provocazione per rafforzare i loro metodi e il significato dei loro studi. Alla fine hanno avuto ragione, almeno sulla sigaretta. Come hanno fatto? Ne parliamo nel prossimo post.

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