La curiosa storia del gel per lavarsi le mani

Durante la Seconda guerra mondiale Goldie Lippman è una giovane donna che lavora in una fabbrica di gomma nei pressi di Akron in Ohio. Dopo il turno gli operai si smacchiano le mani dal nero fumo con qualche solvente simile alla trielina. Una soluzione pratica per l’epoca, ma poco gentile per le mani, soprattutto delle donne che infatti non amano lo smacchiatore.

Dopo la guerra Goldie convince suo marito Jerry a inventare un prodotto più delicato. Insieme sperimentano varie misture, finché arrivano a una formula che li convince: un gel trasparente senz’acqua, contenente circa il 60-70% di alcol (una concentrazione più bassa di quella dell’alcol puro, ma più efficace) e alcune sostanze emollienti. Miscelano i primi lotti nella lavatrice della casa dei genitori di Goldie e li confezionano in vasetti per sottaceti riciclati, ottenuti da qualche ristorante della zona. Nasce così il primo prodotto di una piccola società, la Gojo, chiamata così dalle iniziali dei nomi dei due fondatori.
 
 
I coniugi Lippman e uno dei loro primi gel
a base di alcol, con erogatore (foto tratta dal sito della Gojo)
 
Oggi il gel inventato dai coniugi Lippman, e le sue innumerevoli imitazioni, si trovano dappertutto. Non potete entrare nel salone ristorante di una nave da crociera o avvicinarvi al buffet senza che vi spruzzino sulle mani qualche goccia di Purell (negli Stati Uniti l’originale si chiama così) e dal 2009, dopo la grande paura dell’influenza A, i dosatori sono appesi in ogni luogo pubblico.
 
Nel 2005 George W. Bush si è lavato con qualche goccia di Purell dopo aver stretto la mano di Barack Obama. Immaginatevi i giornalisti, come ci sono andati a nozze. “Razzista”, “patofobo” sono gli aggettivi più gentili che gli hanno appioppato, commentando il gesto.
 
“È roba buona, ti evita dei raffreddori” aveva consigliato Bush a Obama, offrendo anche a lui una spruzzatina. Per una volta il Presidente più contestato della storia americana aveva ragione, soprattutto se considerate che lui, come poi Obama, avrebbe stretto la mano a circa 65.000 persone per ogni anno di mandato.
 
Il consenso fra gli esperti è che le mani sporche uccidono, soprattutto in ospedale. I Centers for Disease Control and Prevention americani (CDC) stimano che ogni anno, solo negli Stati Uniti, un milione e settecentomila persone circa si ammali in ospedale mentre riceve cure per altre malattie. Sono tre persone infette al minuto o 4600 al giorno. Di queste muoiono 271 al giorno o quasi 100.000 all’anno, più del doppio dei decessi per AIDS e da armi da fuoco, soltanto negli Stati Uniti. E le mani, mai lavate abbastanza, sono certamente uno dei principali veicoli di trasmissione delle infezioni.
 
Il problema delle mani è che vanno dappertutto. Toccano spessissimo la bocca, il naso, gli occhi, e le mani degli altri, che magari hanno coperto la bocca o il naso durante uno starnuto o un colpo di tosse. I CDC raccomandano, in caso di starnuto o di tosse, di coprirsi la bocca con un fazzoletto di carta o piuttosto con un gomito o il braccio. Mai con le mani, come potete osservare in queste istruzioni:
 
 
“Puoi camminare su qualcosa di contaminato e non far male a nessuno, ma se ci metti un dito, allora la tua mano diventa un’arma biologica” ha scritto David Owen in un reportage sull’ascesa di Purell in America, pubblicato dal New Yorker il 4 marzo 2013. In effetti il film Contagion inizia proprio così: un cuoco a Macao dà origine a una pandemia solo perché non si lava le mani, dopo avere maneggiato della carne contaminata, prima di stringerle a Beth Emhoff, la paziente n. 1, impersonata da Gwyneth Paltrow. Direte, ma quello è un film. Sì, è un film, ma la storia è molto credibile dal punto di vista scientifico (leggete a questo proposito Stefano della Casa che ne ha scritto nel 2011 nell’Aula di scienze).
 
Che le mani pulite siano importanti, negli ospedali e non solo, lo sappiamo fin dai tempi di Ignác Semmelweis, un ostetrico ungherese che nel 1847 si rese conto che le morti per febbri puerperali erano trasmesse alle donne dai medici che portavano in sala parto i germi raccolti durante le autopsie sui cadaveri, perché non si lavavano le mani.
 
Purtroppo la lezione del dottor Semmelweis non è entrata subito nella pratica, e non solo perché molti suoi colleghi erano arroganti, presuntuosi, ignoranti, pigri. La ricetta per disinfettare le mani, prescritta da Semmelweis, consisteva in un puzzolentissimo concentrato di cloro con cui medici e infermieri avrebbero dovuto strofinarsi le estremità, prima e dopo il contatto con ogni paziente. Ben pochi erano disposti a quella tortura, terribile per la pelle e per le narici, seppure a fin di bene.
 
Un prodotto non basta che funzioni, perché si diffonda deve essere accettato. Una delle ragioni per cui medici e infermieri si lavano ancora oggi le mani meno del necessario è che a strofinarsi per bene palmo, dorso, polso e dita con acqua e sapone, ci vuole del tempo, e il tempo è forse la risorsa più scarsa in corsia. Il vantaggio dei gel a base di alcol è che non impongono soste: li si può applicare mentre ci si muove, passando da un paziente all’altro, e sono anche piacevoli.
 
Ma alla fine che cosa è più efficace, acqua e sapone o il gel? Nel 2002 i CDC hanno riscritto le linee guida per l’igiene delle mani nelle strutture sanitarie, stabilendo che i prodotti a base di alcol disinfettano meglio le mani rispetto al sapone o ai detergenti antimicrobici. Sette anni più tardi l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha pubblicato un documento analogo.
 
Le proprietà antisettiche dell’alcol sono note da millenni. Nell’antico Egitto si usava il vino come conservante per le mummie e ancora oggi l’alcol è il più veloce ed efficiente disinfettante della pelle. In dosi adeguate uccide molti tipi di batteri pericolosi e inattiva i cosiddetti virus dotati di envelope, come l’influenza e l’HIV che sono rivestiti da una specie di membrana simile a quella cellulare.
 
I disinfettanti a base di alcol non fanno aumentare le resistenze dei batteri agli antibiotici, in quanto uccidono i germi dissolvendo la loro membrana: un attacco talmente devastante che è difficile che possano evolvere un meccanismo di difesa. È un po’ come immaginare che noi umani possiamo diventare insensibili alle pallottole: nulla è impossibile, ma è altamente improbabile, come ha scritto David Owen. A maggior ragione, lavarsi le mani è sempre più importante visto che i microbi intrattabili, resistenti agli antibiotici, sono in grande crescita.
 
La diffusione dei disinfettanti per le mani crea paranoie? C’è gente che non si appoggia ai corrimani per paura dei germi. Vogliono evitare un pericolo e ne corrono un altro, cadere dalle scale. All’estremo opposto c’è chi sostiene che troppa igiene fa male e che la popolazione dei paesi poveri ha un sistema immunitario fortissimo, dovuto a un’infinità di incontri con enormi quantità e varietà di germi presenti nel cibo e nell’acqua. “Sì, certo, gli adulti che sopravvivono alle condizioni sanitarie dei Paesi poveri hanno un sistema immunitario che ha accumulato una notevole esperienza, ma il prezzo da pagare è una mortalità infantile spaventosa” ha commentato Don Schaffner, un microbiologo alimentare della Rutgers University.
 
Per anni Gojo (prima che si chiamasse Purell) era venduto soprattutto alle autorimesse, insieme ai dosatori appesi al muro: un’invenzione richiesta proprio dai proprietari dei garage, che vedevano sparire il prodotto perché molti se lo portavano a casa (la manovella dell’erogatore era riciclata da quelle per aprire i finestrini delle auto, come potete vedere nell’immagine in alto, accanto ai Lippman). Ancora oggi Gojo è molto conosciuto fra chi lavora con il petrolio, i grassi dei motori e altre sostanze difficili da rimuovere.
 
In ospedale ha fatto più fatica a penetrare. Un tempo c’erano altri prodotti a base di alcol, ma erano terribili: lasciavano le mani unte o le facevano diventare bianche, come quando si strofina dell’alcol puro sulla pelle. Poi negli anni Cinquanta sono arrivati i detergenti antimicrobici, ma anche quelli richiedevano tempo e soste, e non erano troppo popolari. Il prodotto nato in Ohio, oltre a essere delicato, è visivamente attraente, con quelle bollicine d’aria che restano in sospensione.
 
La ditta però ci ha perso soldi per anni. Nessuno lo comprava, la gente non sapeva che cosa farsene. Ma la popolarità stava aumentando silenziosamente, per esempio fra le infermiere che lo avevano usato in qualche corsia e iniziavano a contattare la società per chiedere dei campioni da portare a casa (l’azienda non veniva contattata per nessun altro prodotto).
 
Molte società impongono ai lavoratori di lavarsi le mani, come è richiesto dalle leggi nel settore alimentare e nella sanità, ma non si curano di proteggerne le mani. Il CDC stima che la dermatite da contatto costa ai datori di lavoro e ai lavoratori circa un miliardo di dollari l’anno.
 
Alla Gojo hanno un laboratorio con un campionario di ogni tipo di lavandino: da quelli per lavare la frutta e la verdura in una mensa a quelli in cui i chirurghi effettuano il lavaggio antisettico delle mani, da quelli tipici dei bagni pubblici a quelli che abbiamo in casa, fino alle fontanelle dell’acqua potabile. Tutti i dipendenti appena assunti passano due giorni e mezzo in laboratorio, dove ricevono i “Gojo Fundamentals”, una formazione che insegna “capacità esemplari per lavarsi le mani”. Forse come conseguenza, le assenze per malattie alla Gojo sono più basse rispetto alla media nazionale.
 
Quando dal panettiere ci servono coi guanti, o al buffet c’è una pinza per prendere il pane, ci sentiamo rassicurati. In realtà questi oggetti possono fare più male che bene, tanto che gli epidemiologi li chiamano in gergo fòmiti o veicoli attivi di malattie. Mettetevi nei panni di una persona che maneggia del pollo crudo a mani nude: dopo un po’ avrà voglia di lavarsi le mani e magari lo farà prima di toccare la maniglia del frigorifero e di contaminare un mucchio di altre cose. Viceversa, con i guanti uno ha la sensazione di avere le mani pulite anche se i guanti non lo sono, e perciò rischia di contaminare di più che con le mani nude. Insomma, lavarsi le mani è meglio.
 
Ma la sfida maggiore oggi sono gli ospedali. Persino nelle strutture che hanno lavandini e dosatori in ogni stanza, il personale tende a disinfettarsi le mani meno di quanto è necessario e imposto dalla legge. Alla Gojo hanno una finta camera di degenza dove stanno sperimentando un prototipo di dispenser collegato a un sistema per controllare se le persone lo usano. Il dispenser, oltre a distribuire il gel, è munito di un sensore elettronico che è in grado di leggere i codici contenuti nei tesserini di identificazione del personale. In questo modo un ospedale potrebbe verificare se medici e infermieri si lavano effettivamente le mani e riprendere chi non lo fa.
 
Un manifesto dei CDC che dice: "Le mani pulite salvano vite – proteggi i pazienti, proteggi te stesso"
 
“Il futuro dell’igiene e dell’eliminazione delle infezioni ospedaliere sta nei dati” ha scritto ancora David Owen. Quando un ospedale saprà ricostruire (quasi in tempo reale) che l’infezione del signor Rossi è passata tramite il catetere inserito dall’infermiere Verdi, che non si è lavato le mani e non lo ha disinfettato dopo che lo ha tolto al paziente Bianchi, allora le infezioni ospedaliere crolleranno.
 
Fino ad allora è meglio avere con sé del gel. Mi raccomando, se vi trovate in un ambulatorio, dal dentista, dall’estetista, in corsia, offrite qualche goccia di gel alla persona che si occuperà di voi. Ditele che “è roba buona, evita dei raffreddori”.
 
Ogni volta che sento la parola "microbo" mi rivedo insieme a mio cugino Francesco, e anche scrivendo questo post ho pensato a lui. Dovevamo avere sei anni o forse meno. Eravamo seduti su un gradino fuori da una baita chiusa, in un giorno d’inverno in Val Ferret. Era una giornata di quelle che nella vita mi sembra di avere visto solo lì: piene di sole e di neve intatta, purissima e silenziosa, sotto le cime del Bianco. Eppure a Francesco quell’ambiente, quel gradino specialmente, non doveva sembrare tanto limpido. “Sai, mi aveva detto, qui dove siamo seduti ci sono miliardi di microbi”. Lui vedeva già cose che io non sapevo neppure immaginare.
Francesco adesso non c’è più. A portarselo via a quattordici anni ci ha pensato un tumore e non un batterio. Lui, consapevole com’era fin da piccolo, avrebbe amato molto il gel inventato dai coniugi Lippman.
Oggi ci sono dei ragazzi poco più grandi di lui che vengono a fare per la prima volta i volontari in ospedale, tramite l’Associazione che porta il suo nome e assiste i malati del Fatebenefratelli di Milano. A questi ragazzi, i responsabili dell’Ospedale insegnano fin dal primo incontro a lavarsi le mani. “In corsia, gli spiegano, la differenza fra una mano sporca e una lavata può essere la vita o la morte di un paziente”.
 
Le informazioni contenute in questo post sono tratte soprattutto dall'ottimo reportage di David Owen, “Hands across America – The rise of Purell”, uscito il 4 marzo 2013 sul New Yorker. L’immagine di apertura è tratta dall’archivio Shutterstock, mentre le altre immagini derivano dal sito della Gojo e dai CDC.

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