L’esperimento del venerdì pomeriggio

Quando ti invitano qualche mese prima, dici sì con entusiasmo. Poi gli impegni si addensano. Ti sembra di essere appena tornata da Cambridge, Ferrara, Venezia, Verona. E devi già ripartire per Varsavia.

Prepari qualche appunto mentale, pensi a qualcosa da dire di non troppo cretino su “come remunerare il rischio nella ricerca e nell’innovazione“. Poi il mattino della partenza, mentre togli dalla valigia struccante e altri liquidi da sequestro sicuro, ti chiedi se il viaggio varrà la fatica. Imparerai qualcosa sul “nuovo concetto dell’eccellenza nella ricerca“?

La parola eccellenza ti fa pensare a Totò, a Fanfani, non a un ricercatore fuori dall’ordinario. Sei viziata da un Paese che fa di tutto per prendersi poco sul serio. Ma appena arrivi a Varsavia capisci che quel termine pomposo causa qualche disagio anche a persone più autorevoli di te. Jean Pierre Borguignon, matematico francese e Presidente dell’European Research Council (ERC), dice di non amare questa parola intensiva che implica una sola scala. Le scale sono multiple e non sempre comparabili. Soprattutto per un ente finanziatore come l’ERC che sostiene progetti europei in ogni ambito del sapere, dall’archeologia alle scienze dure.

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Jean-Pierre Bourguignon (foto: Euroscience)

«Qual è la grandezza ideale di un gruppo di ricerca, la sua massa critica?», si chiede Bourguignon. Un gruppo di matematici può essere piccolissimo, perfino unitario; in biologia 10-20 persone sono la norma; in fisica si va sulle centinaia o addirittura le migliaia. Qual è il costo corretto di un progetto? Se costa troppo poco, il valore della ricerca è irrisorio? E c’è una durata giusta? La lettura di un gene che dura pochi minuti è a un estremo, ma la sperimentazione di un farmaco richiede non meno di dieci anni, e la costruzione di un acceleratore di particelle o l’avvio di una missione spaziale sono progetti da almeno mezzo secolo. Difficile dunque standardizzare l’eccellenza. E poi ci sono eccellenze che non ci interessano affatto, come «il tabacco che può essere eccellente!».

Anche Silvio Garattini è un po’ perplesso. Ammesso che sappiamo metterci d’accordo su che cosa sia l’eccellenza, e che la sappiamo individuare, «ciò che è eccellente oggi può rivelarsi sbagliato domani, se non regge alla prova del tempo». Il Direttore dell’Istituto Mario Negri preferisce misure più pragmatiche, al servizio dei pazienti che sono sempre prioritari nella sua mente. «Come si misura quanto è rilevante una ricerca? Si può per esempio chiedere ai ricercatori quanti pazienti saranno curati se il progetto avrà successo. E quanti euro risparmierà il Servizio sanitario nazionale».

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Silvio Garattini (foto: Istituto Mario Negri)

«L’eccellenza non si improvvisa» dice Ann Glover, la biologa scozzese che è Chief Scientific Advisor del Presidente UE Barroso. Arrivarci è possibile, ma richiede una strategia coerente e comporta anni e anni di lavoro. Prendete la scoperta del bosone di Higgs: la notizia è di fine estate 2012 al CERN, ma le ricerche hanno richiesto cinquant’anni anni di sforzi ingenti e ingenti scommesse. Scommesse costate tanti mal di pancia ai Paesi che hanno creduto nel CERN e nei suoi obiettivi a lunghissimo termine. Avrebbero potuto fare altre scelte: lasciare agli americani investimenti e gloria. Invece no. I Paesi europei hanno accettato di correre il rischio, nient’affatto trascurabile, che il bosone di Higgs non fosse trovato mai.

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 Ann Glover (foto: University of Aberdeen)

L’intervento che vale il viaggio è quello di Maria Leptin, Direttore scientifico dell’European Molecular Biology Organization e fra le maggiori esperte al mondo di biologia dello sviluppo. Alla professoressa Leptin tocca parlare del rischio nella ricerca, un concetto ancor più ambiguo e arduo da definire dell’eccellenza.

Si parla molto di “high risk, high gain”, un’espressione da finanzieri che si può tradurre con “alto rischio, alto guadagno” (o con il vecchio proverbio “Chi non risica non rosica”). Tutti veri a metà, detti e proverbi: se infatti è indubbio che per rosicare bisogna rischiare, l’alta resa è rarissima e il fallimento è la norma di quasi ogni esperimento audace. «A noi umani piace guardare a un solo lato della medaglia, il più piacevole, e ignorare l’altro».

Il punto vero è: come possiamo rendere tollerabile il rischio? Come accettare l’alta probabilità di fallire quando si cerca qualcosa di nuovo e inatteso, per cui il rischio è implicito? Tentare, fallire, ritentare finché qualcosa riesce: non è un caso se la resilienza, la tenacia, la determinazione sono alcune delle qualità che contano di più in uno scienziato.

«In Europa abbiamo troppa paura di fallire e i tipici finanziamenti che durano tre anni soltanto non lasciano il tempo di riprendersi dagli inevitabili intoppi». Lo dicono i risultati di un sondaggio che ha raccolto l’opinione degli EMBO Gold Medalists e degli EMBO Young Investigators, un gruppo di ricercatori europei di alto profilo nel campo della biologia molecolare. A questi ricercatori è stato chiesto quali fattori avessero più contribuito alle loro “eccellenti” scoperte. Fra le risposte ricorrenti: un finanziamento stabile, di almeno di cinque anni, rinnovabile, competitivo, flessibile; la libertà di fare ricerca senza troppi vincoli; un ambiente culturale stimolante; infrastrutture tecnologiche di avanguardia.

Come si valuta l’eccellenza di una ricerca e come si incoraggia il rischio? Il metodo “meno peggio” è a detta di tutti il vecchio e un po’ bistrattato peer review, o valutazione da parte di pari. Il vantaggio è che ogni progetto è valutato da almeno tre esperti nello stesso campo di ricerca. Per valutare, i revisori devono avere competenza, autorevolezza ed esperienza almeno pari a quella dello scienziato che ha proposto la ricerca (e nessun conflitto di interesse!). Ma i problemi del peer review non mancano, soprattutto per i progetti ad alto rischio.

«Innanzitutto ai revisori si chiede di arrivare a un consenso» continua Maria Leptin. E ciò non è sempre possibile perché è legittimo che a volte ci siano idee diverse e inconciliabili. La personalità dei revisori poi incide: se uno è più visionario e ha il coraggio di concedere il beneficio del dubbio, di dare fiducia a un’idea radicale, non è detto che gli altri la vedano nello stesso modo o siano altrettanto inclini al rischio.

Maria Leptin

Maria Leptin (foto: University of Heidelberg)

«Gli scienziati sono educati a essere super-critici». Lo scetticismo è la forma mentale del mestiere. Un pregio che protegge dagli entusiasmi fallaci e creduloni. Ma l’altro lato della medaglia è che quasi nessun progetto, a volte neppure il proprio, è mai abbastanza brillante, innovativo, credibile e fattibile per passare la soglia della sufficienza e del finanziamento.

La comunità degli scienziati è poi sempre più ampia e meno elitaria. È finita l’epoca dei “club di amici” sparsi in una ventina di centri di ricerca dove tutti si conoscevano per nome e si davano pacche sulle spalle. Con le dimensioni aumenta la qualità media degli scienziati? Non è detto. E per distinguere con rapidità fra grandi masse di ricercatori a caccia di fondi, i numeri sono un comodo, suggestivo espediente.

Le varie metriche in uso per misurare il valore della ricerca sono un po’ come i voti a scuola. Dicono alcune cose, poche, mai tutte. Alcuni indici possono in certi casi misurare il valore di un articolo, quanto è stato difficile pubblicarlo e quanto è stato letto, apprezzato, citato. Come fanno però i numeri a misurare da soli le qualità e i difetti di uno scienziato nel tempo? Se usati come come rozze clave – vali o non vali, dentro o fuori – gli esiti possono essere sconcertanti.

Il caso di Peter Hegemann è esemplare secondo Maria Leptin. Hegemann ha scoperto l’alorodopsina, un canale molecolare che si apre in seguito a uno stimolo luminoso. Senza alorodopsina non avremmo l’optogenetica, la tecnica che sta rivoluzionando le neuroscienze, permettendo di stimolare con la luce singoli neuroni in modo non invasivo e con grande precisione. Se guardate le citazioni che hanno ricevuto gli articoli di Hegemann fino ai primi anni Duemila, fanno abbastanza pena. Poi si impennano. Per non parlare dei premi: nulla o quasi fino al 2010, dopo non si contano.

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Le citazioni ricevute dagli articoli pubblicati da Hegemann dagli anni ’80 al 2014

Hegemann è sopravvissuto perché le istituzioni che lo hanno ospitato lo hanno “tollerato” con piccoli finanziamenti. Ma un più giovane Hegemann, oggi, come se la caverebbe? Sarebbe escluso a causa delle sue metriche ben prima di arrivare alla scoperta? L’eccellenza di un Hegemann matura in tempi lunghi e non è detto che sia prevedibile.

Badate che non si sta parlando di incoraggiare la mediocrità, il sei politico o altre baggianate del tempo andato. Si tratta piuttosto di mitigare il rischio e offrire una maggiore stabilità ai ricercatori seri, che meritano un contesto meno incerto. Non solo per un atteggiamento più umano, ma per non perdere i risultati di valore che richiedono tempi lunghi. O che vengono dalla libertà di fare un esperimento imprevisto il venerdì pomeriggio.

La «difesa dell’esperimento del venerdì pomeriggio» è la storia che mi è piaciuta di più fra quelle che ha raccontato Maria Leptin. Andrej Gejm ha scoperto il grafene di venerdì: stava per uscire dal laboratorio per godersi il fine settimana quando gli è venuto in mente un esperimento un po’ folle, da ispirazione impetuosa ed estemporanea. Con quell’esperimento Gejm ha meritato il Nobel e da allora chiede ai ricercatori del suo laboratorio di dedicare il venerdì pomeriggio a esperimenti imprevisti, che non sono scritti nei loro progetti. Secondo Maria Leptin tutti i finanziamenti alla ricerca dovrebbero lasciare un 5-10% di tempo e denaro da dedicare a esperimenti non pianificati.

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Andrej Geim (foto: Wikipedia)

Resta il tema di come valutare un progetto e chi lo propone. Non ci sono ricette magiche. Tutti gli ingredienti – da quel che uno ha scritto in un progetto, al curriculum, alle metriche – dicono qualcosa di utile all’esperto che valuta. Purché quegli ingredienti siano considerati nei limiti di ciò che possono dire, con onestà e senso di responsabilità.

Dopo avere letto i progetti, possono aiutare le interviste ai ricercatori che sulla carta sembrano più promettenti. Parlando con loro, l’intuito di un gruppo di esperti può cogliere se in un giovane c’è l’occhio che brilla. Se ci sono originalità, capacità, voglia di fare qualcosa che nessuno ha fatto prima, alla guida di un gruppo di persone.

Intendiamoci, nessuno è capace di prevedere il futuro. I revisori sono esseri umani e i processi di valutazione continueranno a prendere buone decisioni insieme a qualche cantonata.

È facile riconoscere la genialità a posteriori. Ma prendete Leonardo da Vinci. I fogli del “Codice atlantico” sono un insieme di appunti illeggibili. Tanti disegni di macchine di cui soltanto una, un leone meccanico, pare sia stata costruita da Leonardo stesso. Per non parlare del ritmo di lavoro: a dipingere “L’ultima cena” andava un giorno qualche minuto; un altro giorno stava fino a tarda notte; un altro ancora non ci metteva piede. Pensate a una commissione di valutazione davanti a quel materiale sparpagliato. Avrebbero considerato fattibili i suoi progetti? O Leonardo avrebbe mollato il colpo? Per fortuna aveva un mecenate.

Gli esempi del passato lasciano un po’ il tempo che trovano, ma un migliore sistema di valutazione dovrebbe forse tenere insieme aspetti diversi. Uno spazio per lo stupore verso la fantasia, il coraggio, perfino l’incoscienza di un giovane scienziato. Uno spazio per le considerazioni della ragione e della concretezza. E uno spazio per non dimenticare che un ricercatore è, come ogni essere umano, un arcipelago di isolotti: c’è l’isolotto dell’intelligenza per alcune cose, quello della mediocrità per altre, quello della gentilezza, dell’arroganza, dell’ingenuità e così via (mie le licenze poetiche…). Considerare questi aspetti insieme, senza che creino conflitti nella mente di chi valuta, potrebbe portare a valutazioni più inclusive.

«Il mestiere dello scienziato rischia di diventare poco attraente» dice in chiusura Maria Leptin. La pressione è altissima, la competizione è estrema. Ma i ricercatori coraggiosi e tenaci, che non saprebbero mettere altrove la loro creatività, non hanno paura di questo. Hanno paura della burocrazia, degli ostacoli, delle incertezze che tolgono respiro, ardore, spazio alla fantasia.

La conferenza “Towards a new concept of excellence in research?“, organizzata a Varsavia dall’European Foundation Center e dalla Foundation for Polish Science, si è tenuta dal 13 al 14 ottobre 2014 presso il Copernicus Science Center di Varsavia. In apertura, il biglietto per l’esposizione della Dama dell’ermellino di Leonardo da Vinci al Castello Wawel di Cracovia (foto: Lisa Vozza).

Per la lezione

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