Almeno un metro, meglio due

SPECIALE CORONAVIRUS

“Se vedi il colore dei miei occhi sei troppo vicino! Stai ad almeno un metro” dicono con simpatia ed efficacia le pettorine gialle dei commessi del mio supermercato. L’avviso è ancora più vitale oggi che tante attività stanno gradualmente riprendendo, con l’allentarsi delle misure restrittive per l’emergenza Covid-19.

Farmaci e vaccini richiederanno ancora qualche imprevedibile e imprecisabile tempo. Nell’attesa ci conviene negare al virus SARS-CoV-2 ogni opportunità di penetrare nel nostro corpo, o di diffondersi se malauguratamente vi fosse già entrato.

Niente è per questo più efficace della distanza fisica (stiamoci lontani!!!) e dell’igiene (laviamoci le mani!!!). Peraltro sono misure facilissime da mantenere e le sole di cui abbiamo un controllo pressoché totale, perché dipendono da noi e dai nostri comportamenti.

Una persona si avvicina troppo? Possiamo allontanarci. Un autobus ci pare un po’ affollato? Aspettiamo il prossimo. Al parco c’è parecchia gente che corre? Cambiamo orario (o parco).

La distanza minima da tenere è di almeno un metro, pari a circa un braccio, ci dicono le autorità sanitarie da febbraio 2020. Ma da dove è saltato fuori questo numero? Quali studi hanno aiutato a definirlo? La giornalista Sarah Qari, di Radiolab, ha dedicato una puntata molto interessante al tema.

La copertina della puntata di Radiolab sul distanziamento fisico.

Gli studi sembrano essere iniziati negli anni Trenta. Osservando la diffusione di diverse malattie, William Wells, un ingegnere sanitario originario di Boston, aveva scoperto che ogni volta che una persona respira, o anche solo sospira, emette delle particelle dalla bocca. Si tratta delle famose goccioline, o droplet, di cui abbiamo sentito tanto parlare. Queste emissioni avvengono di continuo, quando uno parla o semplicemente apre la bocca, e non solo quando starnutisce o tossisce. Esce del vapore acqueo, una specie di nuvoletta umida e invisibile, che inevitabilmente contiene anche ospiti più o meno graditi come virus e batteri.

Nei decenni successivi alcuni scienziati britannici hanno voluto capire meglio come avvenisse la trasmissione di malattie come il raffreddore. A due persone per volta veniva chiesto di vivere insieme per una decina di giorni, nella campagna attorno a Salisbury, con vitto e alloggio offerto. Il posto dove alloggiavano era soprannominato “Clinica per viaggi di nozze” perché spesso i volontari aderivano in coppia. L’unico fastidio era che le persone erano più o meno costrette a beccarsi un raffreddore (o in alcuni casi addirittura l’influenza). A partire dal 1946, e nel corso di qualche decennio, gli scienziati erano riusciti a reclutare fino a 18.000 volontari.

In pratica funzionava così: i ricercatori mettevano alcune particelle del virus del raffreddore in un contagocce e quindi nel naso dei volontari, e poi osservavano che cosa succedeva. Quanto era facile che le persone attorno ai volontari si infettassero? Era necessario un contatto ravvicinato? O era sufficiente che si trovassero semplicemente nella stessa stanza?

Due volontari coinvolti in un esperimento sulla trasmissione del raffreddore in Inghilterra (New York Times, 14/11/1982).

In esperimenti successivi, non in questa clinica, ad altri volontari veniva chiesto di fare delle cose. Per esempio, persone infette e non infette venivano invitate a stare sedute a un tavolo a giocare a carte per qualche ora, quindi i ricercatori osservavano chi si ammalava e come l’infezione si propagava.

I ricercatori erano anche interessati a capire a quale distanza potessero viaggiare nello spazio le goccioline emesse dalle persone, con uno starnuto o con la tosse. In questo modo è saltata fuori la ormai celeberrima distanza di sicurezza di un metro (tre piedi in misure anglosassoni, equivalenti a poco più di 91 cm), suggerita nelle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dell’Istituto superiore di sanità. Il razionale dietro questa misura è che la nuvoletta che esce dalla bocca sia in grado di viaggiare per un metro circa prima che le goccioline cadano a terra o si depositino su una superficie. Per questo stare ad almeno un metro dagli altri dovrebbe nella maggior parte dei casi proteggere noi e gli altri.

Per questa distanza abbiamo rapidamente sviluppato un istinto fisico che ci viene in aiuto ogni volta che ci troviamo in una corsia un po’ affollata di un supermercato, dobbiamo chiedere un informazione a un commesso o vogliamo proteggere una persona anziana.

Ma siamo sicuri che un metro sia sufficiente? Le epidemie di SARS, nel 2003, e di influenza A, nel 2009, hanno riacceso l’interesse per questi studi. Esperimenti in cui volontari sono stati esposti deliberatamente al contagio non sono più stati possibili, per ovvi motivi etici. Scienziati ed epidemiologi hanno avuto però altre opportunità di osservare come queste malattie si sono diffuse, e a quale distanza, per esempio tramite informazioni fornite dalle compagnie aeree. Si tratta di esperimenti naturali, ovvero di situazioni della vita reale che hanno potuto essere osservate, misurate e studiate.

Facciamo un esempio: una persona prende un aereo mentre ha in corso una malattia respiratoria, o la sta incubando. Se la persona è seduta al posto 12A, tutti gli altri passeggeri del volo vengono tracciati e nel giro di qualche giorno si scopre che si è ammalata anche la persona che occupava il posto 14A. Misurando la distanza tra i posti 12A e 14A, salta fuori che la distanza a rischio in questi casi è di quasi 2 metri (sei piedi in misure anglosassoni, equivalenti a circa 182 cm), pari a due file di posti sull’aereo. Le linee guida dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani raccomandano come distanza di sicurezza proprio 6 piedi, o due braccia.

In questo periodo ulteriori studi sono in corso sulla distanza minima di sicurezza da tenere ed è possibile che i numeri potranno ulteriormente evolvere. Ora però manteniamo almeno le distanze che ci sono raccomandate: un metro come minimo, se possibile due, e laviamoci tanto le mani.

Teniamo la distanza di almeno un metro o di due metri quando è possibile (Immagine: cordis.europa.eu).

Naturalmente, guai a dimenticare guanti e mascherina! Nessuno meglio di Agnese Collino, di Fondazione Umberto Veronesi, spiega come indossare, usare, togliere queste preziose protezioni. Ascoltiamola e seguiamo con scrupolo i suoi consigli!

Ho scritto questo post dopo avere ascoltato Sarah Qari discutere in “Dispacth 4: six feet”, su Radiolab, la scienza dietro le famose distanze, di uno o due metri, da tenere per tutta la durata dell’epidemia di Covid-19. In apertura, la scultura in vetro del virus SARS-CoV-2, dell’artista inglese Luke Jerram, impagabile riproduttore di virus bellissimi e innocui.

Per la lezione

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