Raccontaci ancora delle storie, dottor Sacks

Ci sono stati almeno due Oliver Sacks. Uno era un neurologo, che fino alla rispettabile età di 82 anni ha guardato con stupore a ogni caso clinico e a ogni paziente. L’altro era un motociclista notturno vestito di pelle nera che, arrivato in America a 27 anni, non si sarebbe aspettato di sopravvivere tanto a lungo.

Il cantastorie appassionato di vicende umane è stato forse il ponte tra il medico curioso e il centauro insicuro. La sua storia, raccontata da sé medesimo e da chi lo ha conosciuto bene, si trova oggi anche in un documentario dal titolo “Oliver Sacks: his own life” per la regia di Ric Burns.

“Che cosa ho bisogno di dire prima di andarmene?”. Era il 2015, quando Oliver Sacks ha saputo di avere circa sei mesi di vita. Dopo la diagnosi di melanoma metastatico si è accorto di avere ancora qualcosa da raccontare di sé. Qualcosa che non c’era completamente nella sua autobiografia, “In movimento”, in uscita proprio in quel periodo (in Italia è pubblicata da Adelphi e tradotta come quasi tutti i suoi libri dall’ottima Isabella Blum).

Il documentario è una sorta di video confessione commentata. Oliver parla nel suo studio, davanti ad alcune delle persone che hanno particolarmente contato per lui. Ci sono poi i commenti di amici e collaboratori che lo hanno frequentato a lungo, verosimilmente raccolti dopo la sua morte: da quello del regista e compagno di scuola Jonathan Miller, a quelli del giornalista scientifico Robert Krulwich, dello scrittore di medicina Atul Gawande e altri. Unico intervistato fra gli editori internazionali, Roberto Calasso, a testimonianza dell’amicizia e della dedizione di Adelphi alla pubblicazione dell’intera sua opera.

Si parte da Londra, dalla casa dove è nato nel 1933. Quattro figli maschi, Oliver è il più piccolo. Entrambi i genitori sono medici. Il papà è un dottore di famiglia, mentre la mamma è una ginecologa chirurga, un’eccezione per un’epoca in cui le donne col bisturi sono rarissime. Bellissima la foto di questa giovane ma già numerosa famiglia, con al centro la madre e il suo sguardo serio, dolce, intenso.

Oliver è adorato e precoce, ma è anche goffo, prono a farsi male e incapace di riconoscere le facce. È particolarmente affine alla mamma, che forse voleva che lui diventasse come lei. Durante la Seconda guerra mondiale lui e il fratello Michael sono evacuati in uno spaventoso collegio nel Nord del Paese per 18 mesi, mentre i genitori sono impegnati ad assistere i feriti.

Poco dopo Michael inizia a dare segni di psicosi e la famiglia è sconvolta da questa malattia, all’epoca intrattabile. In casa la schizofrenia di Michael è un’enorme sofferenza e un incubo quotidiano per tutti, per i genitori anche un motivo di vergogna, dato lo stigma associato alle malattie mentali. Oliver è legatissimo al fratello: per lui prova enorme affetto e pena, e la sua condizione influirà sui suoi studi. Da ragazzino sente però istintivamente di doversi in qualche modo proteggere e isolare.

Crea in cantina un laboratorio chimico che diventa il suo mondo a parte. In questo periodo nasce anche la passione per la tavola periodica, un riferimento costante della sua vita: ne terrà vari esemplari, nel portafoglio, stampati sulle calze e sulle tovaglie che mostra con orgoglio nel documentario. Con tutti i suoi elementi, la tavola periodica è un segno tangibile di ordine e stabilità, ma anche di immaginazione, di possibilità e di mistero. Chi ha letto “Zio Tungsteno” (2002) non potrà non ritrovarsi in questa parte della vita di Oliver Sacks.

All’inizio degli studi universitari a Oxford, il padre, preoccupato dalla mancanza di ragazze, intuisce che Oliver è omosessuale. La madre reagisce malissimo e ha un rifiuto totale. Nel documentario Oliver razionalizza il rigetto con il fatto che la madre probabilmente sentiva di avere già “regalato” un figlio alla schizofrenia e temeva di “perderne” un altro all’omosessualità. L’epoca era quella della castrazione chimica di Alan Turing per un “reato”, l’omosessualità, che in Inghilterra non era soltanto illegale ma era lontanissima dall’essere socialmente accettata.

Al momento però il rifiuto della madre è pesantissimo per il figlio, che nel tempo sviluppa una sorta di autocensura e di senso di colpa che si porterà dietro per quasi tutta la vita. Un’esistenza affettivamente e sessualmente solitaria fino all’incontro, decisamente tardivo, con il compagno Billy Hayes. Ma torniamo alla gioventù.

“Quando tua madre ti dice che sei un abominio, tu vai a S Francisco”, racconta lo scrittore e amico Paul Theroux. Pieno di risentimento, arrabbiato con la religione e con l’Inghilterra oltre che con la madre, nel 1960 il giovane dottor Sacks parte per la California.

Di giorno lavora in ospedale, mentre di notte corre in moto per le strade solitarie dell’Ovest. Ha scoperto le anfetamine che gli tolgono la fame e il sonno, e fa anche tanto body building. Parecchio perso e confuso, sta forse cercando di vincere insicurezze con pesi e pasticche.

La droga gli causa più di un problema sul lavoro. Alcuni colleghi testimoniano di una presenza incontrollabile, incompatibile con la rigida routine clinica dei reparti di neurologia di quegli anni. Eppure, perfino in questa situazione estrema e auto-distruttiva, il dottor Sacks dimostra già un’attenzione, una curiosità e un’empatia non comuni per i casi più tragici e deteriorati che incontra in quei terribili reparti.

Non è sicuro di volere fare il medico, forse la ricerca fa per lui. Si sposta a New York per un dottorato in neuropatologia e neurobiochimica, ma anche questo percorso non funziona. È goffo e in laboratorio si muove male. I capi gli consigliano di tornare a visitare i pazienti, dove avrebbe fatto meno danni. Intanto, è il 1965, il suo consumo di droghe è sempre più intenso e distruttivo. L’anno successivo comincia a vedere un analista, Leonard Shengold, che gli dice che deve smettere. Il loro rapporto proseguirà per tutta la vita di Oliver.

L’ultima volta che prende anfetamine legge in una notte un libro di 500 pagine, del 1870, sull’emicrania. Aveva da poco iniziato a visitare pazienti all’ospedale Beth Abrahms, nel Bronx, nel cui reparto di malati neurologici cronici avrebbe lavorato a lungo. Lì incontra alcuni pazienti con emicranie severe e decide di studiare la letteratura, partendo da quella anche molto vecchia. In quella notte di lettura esaltata si identifica con l’autore del libro: è commosso dalle sue descrizioni e decide che vuole scrivere qualcosa di simile, adattato al suo tempo. Nasce così “Emicrania” (1992), il primo di una serie di libri che testimoniano passione per i pazienti, per il cervello e per la neurologia.

La vita e il lavoro stanno diventando più interessanti. Nel ’69 inizia la sperimentazione della L-Dopa in alcuni pazienti immobilizzati da circa cinquant’anni per encefalite letargica provocata da un’epidemia negli anni Venti. La storia, celeberrima, è raccontata in “Risvegli” (1987) da cui sarà tratto un film di successo. Nel documentario si vedono parecchi spezzoni delle riprese effettuate durante lo studio sulla L-Dopa, una ricerca nata dal pensiero terrificante che dentro quei pazienti ci fosse ancora qualcosa di vitale da risvegliare. Le immagini dei pazienti che si alzano, parlano, camminano raccontano meglio di molte parole la curiosità e la speranza di Oliver Sacks per quella malattia misteriosa, ma anche l’audacia morale insita in quel tentativo.

“Risvegli” nasce proprio dal bisogno di raccontare quell’esperienza, di rendere conto delle ore passate con quelle persone ridestate ma anche messe parecchio sottosopra dagli effetti del farmaco. Prova a comporre una narrazione empatica della loro strana esistenza, che renda loro un senso e una dignità. Per scrivere il libro torna a Londra, un’estate, dove la madre anziana è affascinata dalle storie dei suoi pazienti e lo incoraggia ad andare avanti nella stesura. Con lei, che morirà poco dopo, lo scambio intellettuale non si era interrotto, nonostante il tabù gay mai più sfiorato.

La sperimentazione con la L-Dopa è vista con sfavore da parecchi colleghi che non hanno mai osservato nulla di simile e pensano che il dottor Sacks stia edulcorando effetti e risultati. Alcuni ritengono anche che lo studio sia un azzardo etico, con qualche ragione. Dato il clima poco accogliente, fatica a pubblicare articoli scientifici.

Critiche e rigetto accrescono in Oliver la percezione di essere isolato e non accettato, un problema che si accentua ulteriormente quando va a lavorare in un ospedale del Bronx. Nel reparto di bambini schizofrenici e autistici vige una curiosa idea terapeutica: che punizioni come l’isolamento o il digiuno possano cambiare il comportamento dei giovani pazienti, come se i segni e i sintomi di queste malattie avessero a che fare con la volontà. Durante una riunione, il dottor Sacks esprime il proprio dissenso e pochi giorni dopo viene allontanato con la scusa che, secondo alcuni pettegolezzi, avrebbe abusato dei bambini. Un’accusa infondata e mai provata.

In questo clima di malessere per la sensazione di rigetto, nell’estate del ‘74 fa un viaggio in Norvegia. In una passeggiata solitaria si ritrova inseguito da un enorme toro e finisce in fondo a un precipizio con una gamba rotta malamente. Salvato da due che passavano di lì e trasportato in Inghilterra per un intervento, a lungo non riceve segnali nervosi dalla gamba che sente come aliena. Il suo editore inglese gli chiede di scriverne. Impiegherà dieci anni a finire “Su una gamba sola” (1991, traduzione di Rosalba Occhetti).

Ha una specie di blocco grafomane: scrive moltissimo senza che venga fuori niente di buono. Continua a mandare pezzi all’editore, alcuni scritti di getto mentre esce dall’acqua dopo qualche nuotata: bagnati e illeggibili, l’editore non sa cosa farne. Finché gli viene in mente la sola persona che potrebbe tirarne fuori qualcosa: si tratta di Kate Edgar, editor sulla West Coast.

Circa dieci anni dopo la morte della madre, Kate ne prende in qualche modo il ruolo intellettuale di supporto. Dagli sguardi che getta su di lui, nel documentario, si capisce che deve averlo aiutato enormemente anche criticandolo senza mai condannarlo. Come editor, Kate capisce presto che per evitare che Oliver si blocchi è necessario che lei sia anche una specie di terapeuta, sempre disponibile e vicina a lui. Sviluppano un metodo di lavoro intensivo sui testi, che si ripassano l’un l’altra parecchie volte. Kate diventa anche una sorta di tutto fare: gli prenota i voli, gli trova gli appartamenti, dà struttura alla sua vita.

Nella lunga gestazione di “Su una gamba sola”, il dottor Sacks accumula casi clinici, che annota in un’infinità di quaderni e bloc-notes. Ne salta fuori “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” (1986): è il libro che più di ogni altro dice della capacità unica di Oliver Sacks di immedesimarsi nei pazienti più sventurati, di raccontarne le storie restituendo loro dignità, e di far rivivere letterariamente quelle vicende ai lettori che ne diventano osservatori empatici e partecipi. Il libro è un grandissimo e inaspettato successo di pubblico, che porta il dottor Sacks in televisione e trascina con sé anche la tanto sospirata accettazione da parte dei colleghi.

Diventato famosissimo con i suoi libri, Oliver Sacks non vuole sentirsi soltanto un letterato. Vuole essere accettato come scienziato, cosa che avviene, finalmente, con l’età matura. Premi Nobel come Gerald Edelman e Francis Crick lo invitano a conferenze: vogliono farsi raccontare le storie dei suoi pazienti come ispirazione, per intuire che cosa accade nel cervello di chi è cosciente e di chi lo è in parte, in seguito a lesioni di vario tipo. Negli ultimi libri, “Musicofilia”, “L’occhio della mente” e altri, si sente l’eco delle scoperte più recenti delle neuroscienze.

Una traiettoria improbabile, quella del dottor Sacks e della sua vita che non è stata sempre gentile con lui. Avrebbe potuto deragliare giovanissimo o schiantarsi in moto, in un’alba sul Grand Canyon, e nulla sarebbe oggi con noi di ciò che ha poi scritto e raccontato. Eppure, con quella capacità unica di saper guardare dentro i pazienti che si è trovato di fronte, è riuscito a trovare la sua strada contro molte aspettative. A cinque anni dalla morte, grazie ancora dottor Sacks, e grazie a Ric Burns per il bel ritratto.

 

Per scrivere questo post ho guardato da poco “Oliver Sacks: his own life” di Ric Burns (2020). In precedenza, man mano che uscivano, ho letto quasi tutti i libri di Oliver Sacks con grande piacere e curiosità.

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