A est della Siberia con i gufi pescatori

Qualcuno mi ha chiesto se durante le vacanze di Natale avessi letto un bel libro. Perbacco, sì, ho risposto: ho avuto la fortuna di leggere un libro splendido, Owls of the eastern ice, dell’ornitologo americano Jonathan Slaght.

Mi sono imbattuta in Jonathan Slaght nel 2016, girovagando sul sito di Scientific American. Sporadicamente mandava esotiche cronache naturalistiche dalla regione di Primorie, a est della Siberia, corredate da splendide fotografie.

Primorie è una propaggine estrema orientale della Russia, ai confini con Cina e Nord Corea, più vicina all’Alaska che a Mosca. Da qui Jonathan raccontava dei vari esseri viventi che incontrava. Principalmente gufi, ma anche tigri e curiosi esseri umani.

Mi ha colpita la semplicità della sua cronaca, quasi stesse parlando dei suoi vicini di casa in Minnesota. Invece scriveva da un luogo remoto e ostile, in cui è davvero complicato fare qualunque cosa. Dopo averlo un po’ perso di vista, l’ho ritrovato su Twitter, mentre iniziava a raccontare qualcosa del libro che stava scrivendo.

I protagonisti del libro sono i gufi pescatori di Blakiston, una specie di rapaci dai favolosi occhi gialli che vive nelle foreste di Primorie. I rari esemplari, che formano coppie stabili, fanno il nido nelle cavità sufficientemente grandi di alberi piuttosto alti. Il loro habitat è sempre vicino ai corsi d’acqua dove trovano le proprie prede, soprattutto lucci, trote e salmoni.

Sono i gufi più grandi al mondo, con un’apertura alare di quasi due metri, come quella delle aquile. Poco meno di un metro di altezza e più di tre chili di peso, riescono a non farsi notare, nonostante le dimensioni.

Diffidenti e guardinghi, si proteggono da predatori come gli orsi mimetizzandosi perfettamente fra gli alberi dove fanno il nido. Anche quando non si fanno vedere, gli esperti li individuano tramite i richiami con cui ogni coppia comunica e si ritrova.

Pescatori e non cacciatori, nel corso dell’evoluzione hanno verosimilmente perso il tipico disco facciale dei gufi. Dato dalla disposizione delle piume, nei gufi che cacciano prede terrestri il disco convoglia verso le orecchie anche il minimo rumore. Per la stessa ragione, nei gufi pescatori anche le orecchie sono più piccole di quelle di altre specie di rapaci.

Le prede sono soprattutto i salmoni che abbondano nei fiumi della regione, ma quando il pesce è scarso non disdegnano qualche ranocchia. Il cibo lo ingurgitano intero, liberandosi di lische e altri scarti indigeribili con le feci. Queste ultime fanno la felicità degli ornitologi: quando le trovano sul terreno, sono un indizio certo di vicinanza a un nido.

Gli esperti di gufi pescatori di Blakiston nel mondo si contano sulle dita di una mano. Il primo a descrivere la specie è stato Thomas Blakiston, un naturalista ed esploratore inglese dell’Ottocento, che ne aveva incontrato alcuni esemplari in Giappone, dandogli il proprio nome. Poi ci sono state le osservazioni di Vladimir Arsen’ev, famoso esploratore e autore russo, tra le altre cose, di “Dersu Uzala”. Oggi, accanto a Jonathan Slaght, l’altro massimo esperto di gufi pescatori di Blakiston è il giapponese Sumio Yamamoto.

Ai gufi pescatori di Primorie, Slaght ha dedicato la tesi di dottorato. Per anni, da febbraio ad aprile, Slaght è tornato a Primorie. Qui ha cercato tracce dei suoi adorati gufi, li ha identificati e quando possibile li ha catturati temporaneamente per dotarli di quegli aggeggi che tengono traccia della posizione tramite GPS. In tutto questo è stato aiutato dalla dedizione di esperti e collaboratori locali, primi fra tutti Sergej e Shurik, che sono protagonisti del libro tanto quanto gli uccelli.

L’obiettivo era impostare una strategia di conservazione della specie, dopo avere raccolto informazioni sulla densità, il comportamento e la nicchia ecologica di questi animali. L’inverno è la stagione ideale perché con gli alberi spogli e la neve è più facile vedere i gufi e le loro tipiche tracce che ricordano la lettera “k”.

Tutta la tecnica di appostamento e cattura era da inventare. Per acchiappare i gufi, Jonathan, Sergej e Shurik escogitano una specie di gabbietta semiaperta, sotto il pelo dell’acqua. Qui alcuni salmoni vivi, pescati in precedenza, avrebbero attratto con i loro movimenti un gufo affamato. Una volta giunto sui salmoni, il gufo sarebbe rimasto intrappolato in una rete di filo di nylon. Videocamere a infrarossi hanno anche aiutato a cogliere l’attimo in cui i gufi si spostavano.

Bestie non facili da bloccare neppure per qualche minuto. In particolare le femmine, con gli artigli e il becco tagliente hanno più di una volta ferito i ricercatori. Se però stanno covando un uovo, sanno stare immobili nel nido anche per mesi, mentre il maschio pesca salmoni per sfamare la coppia.

Nella regione di Primorie i fiumi in inverno sono quasi ovunque ghiacciati tranne in punti di acqua aperta, riscaldata (si fa per dire!) da bolle di radon che impediscono il congelamento. Qui nidificano i gufi pescatori che, non andando in letargo, hanno bisogno di nutrirsi anche nella stagione fredda.

Gli innumerevoli ostacoli che Slaght e i suoi colleghi incontrano ogni giorno scoraggerebbero il soldato più duro e cocciuto. In inverno nella selvaggia regione di Primorie, vasta centinaia e centinaia di chilometri, ci si sposta con pick-up, camion e motoslitte lungo i fiumi ghiacciati. Le strade invece non sono quasi mai percorribili.

Il disgelo arriva ogni anno sempre prima e allora ogni guado diventa un’avventura. Quando Slaght e i suoi colleghi sono obbligati a spostari a piedi in sci, a volte sono costretti a immergersi nell’acqua gelida che, nonostante gli stivaloni, si infila in ogni fessura, e anche solo a leggere fa venire la pelle d’oca.

Per dormire l’alloggio è, quando va bene, una capanna di legno con toilette all’aperto. Se disabitata, non significa che si debba stare in solitudine: infestazioni varie, di ratti o nidi di vespe, sono frequenti.

Se invece l’ospite è umano, di solito è gentile e pittoresco. Non sempre raccomandabile, è felice quando i naturalisti portano con sé cibo per un mese.

Il poeta Iosif Brodskij, che negli anni Sessanta era stato spedito in Siberia orientale a lavorare per una spedizione geologica, aveva incontrato spesso orsi e lupi e via dicendo. Ma la volta che aveva incontrato un uomo si era spaventato più che per qualsiasi altro animale.

Follia o fuga? Le ragioni che hanno indotto alcune delle persone a vivere in luoghi tanto ostili non sono sempre chiare. Eppure a questi tipi ci si affeziona. Forse per il modo disincantato ed equanime con cui Slaght parla della precarietà di esistenze fragili e fatte di niente.

Fanno pensare ai “vecchi credenti”, auto-esiliati in questi luoghi dopo che dal 1657 erano perseguitati dalla Chiesa ortodossa, per il rifiuto di adeguarsi ai nuovi riti. Loro e i loro discendenti hanno vissuto per qualche secolo accanto alla popolazione indigena degli Udege.

Quando non trovano ospitalità, Slaght e colleghi a volte dormono in una specie di camion sovietico attrezzato a camper, o addirittura in tenda. Il crepuscolo e l’alba sono naturalmente il momento ideale per incontrare i gufi in movimento. Inutile dire che, dato il gelo, scorrono fiumi di vodka che il nostro Jonathan ha imparato presto a evitare, per quanto possibile.

A Primorie non c’è solo un mondo di sussistenza congelato nel tempo. Ci sono anche bracconieri e tenute di caccia date in concessione a oligarchi più o meno locali. Sono questi i luoghi dove il giovane Putin si faceva ritrarre in compagnia di tigri e orsi.

Ci sono società che, con mezzi pesanti e notevoli risorse, tagliano ed esportano grandi quantità di legname verso Cina e Sud Corea. Così può capitare che da un anno con l’altro un albero dove una coppia di gufi pescatori aveva fatto il nido sia stato tagliato alla base. E allora bisogna ricominciare da capo a capire dove si sono spostati.

Per questi animali, in pericolo di estinzione, la minaccia principale è, sorprendentemente per dei volatili, la prossimità a una strada. A Primorie si stima che ci siano da 200 a 400 individui. Le strade offrono un accesso facile ai pescatori che decimano le prede, a volte costruendo dighe in grado di bloccare la risalita dei salmoni. Oltre ai bracconieri, anche gli addetti delle società di legname disturbano tanti animali oltre ai gufi pescatori.

Perfino in questi anfratti remoti l’occhio dell’FSB è vigile. Ogni movimento dell’ornitologo americano è stato annotato da un agente del servizio segreto russo. Questi, durante un’escursione in barca, si premura di ricordargli che non ha dimenticato l’incontro di circa dieci anni prima tra Jonathan e una certa persona.

Il racconto, che si dispiega su più stagioni, è appassionante anche per il contrasto tra la stranezza di luoghi e persone e la calma e assidua determinazione di Jonathan, che si riflette in una splendida scrittura. Nonostante gli innumerevoli ostacoli e difficoltà pratiche da superare ogni volta, Slaght è risoluto a portare a termine il proprio studio.

Nelle foreste di Primorie, quando si arriva alla fine del libro, ci si sente un po’ a casa, in luoghi dove è improbabile che uno capiti nella vita. Il libro, che ha già ricevuto numerosi premi, sta avendo notevole successo, grazie anche a recensioni su giornali come il New York Times e altri. C’è da sperare che qualche editore italiano prenda nota.

 

Per scrivere questo post ho letto Owls of the eastern ice di Jonathan Slaght, Farrar, Straus and Giroux (2020). In apertura una femmina di gufo pescatore mentre cova le uova nel nido (foto: Jonathan Slaght).

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