Aula di Scienze

Aula di Scienze

Persone, storie e dati per capire il mondo

Speciali di Scienze
Materie
Biologia
Chimica
Fisica
Matematica
Scienze della Terra
Tecnologia
I blog
Sezioni
Come te lo spiego
Science News
Interviste
Video
Animazioni
Podcast
L'esperto di matematica
L'esperto di fisica
L'esperto di chimica
Chi siamo
Cerca

Polline indigeno o alieno? Alle api va bene quasi tutto, purché si mangi

leggi

Gran parte delle piante da fiore ha bisogno di un impollinatore e le api sono fra i principali insetti che svolgono questa funzione in tante specie vegetali, alcune molto importanti per la nutrizione umana e animale. A volte gli insetti sono schizzinosi e si nutrono in modo esclusivo del polline di una sola pianta, per cui si sono specializzate nel corso dell’evoluzione; a volte invece sono onnivori e mangiano ciò che trovano. 

La relazione che lega una pianta al suo impollinatore è affascinante quasi come una storia d’amore. La vicenda forse più nota è quella della stella di Betlemme: si tratta di un’orchidea comune nel Madagascar, l’Angraecum sesquipedale, il cui polline si trova in fondo a un calice lungo qualche decina di centimetri. Per l’impollinazione di questo fiore Charles Darwin aveva previsto, nel 1862, che dovesse esistere un insetto dalla proboscide altrettanto lunga. Nel 1903 Lionel Walter Rothschild e Karl Jordan scoprivano in Madagascar una farfalla notturna proprio con queste caratteristiche.
 
Queste architetture anatomiche, plasmate da milioni di anni di coevoluzione, sono piene di fascino, ma la loro bellezza non deve trarci in inganno sui numeri: le specie generaliste, che si adattano a ogni tipo di polline, sembrano essere ben più comuni di quelle specializzate, che si nutrono di un solo tipo di pianta. Almeno, questo è ciò che si osserva nelle api.
 
Quando si tratta di mangiare, per le api contano l’abbondanza e la varietà del polline, e solo pochi ceppi badano all’origine esotica o autoctona delle piante. Questa è la conclusione cui è arrivata Alexandra Harmon-Threatt, una giovane ecologa dell’Università di San Francisco a Berkeley, dopo avere passato gli ultimi tre anni nelle colline attorno al Mount Diablo a osservare come si nutrono le api.
 
Qui il polline trovato sul corpo delle api proviene perlopiù da piante non native e a guidare gli insetti verso una specie piuttosto che un’altra sembra essere la presenza di specifici nutrienti, piuttosto che un adattamento a una pianta particolare. A conclusioni simili è giunto anche Neil Williams, un ricercatore dell’Università della California a Davis, studiando insieme ad altri ecologi il comportamento delle api in tre regioni degli Stati Uniti. Secondo i risultati di questo studio, le api raccolgono polline indifferentemente da piante sia aliene sia native, in proporzione alla loro abbondanza e alla durata della fioritura.
 
Il cambiamento del paesaggio a opera dell’uomo non è un fatto per forza catastrofico per le api, soprattutto se il numero e la diversità delle piante da fiore aumentano e non diminuiscono. È ciò che ha scoperto Rachel Winfree attraverso uno studio in una foresta del New Jersey. Qui Winfree ha trovato che le popolazioni di api erano più abbondanti e diverse in luoghi dove l’intervento dell’uomo ha arricchito la varietà dei fiori disponibili attraverso la creazione di giardini e la coltivazione di campi. Negli habitat molto alterati dagli esseri umani le api fanno un uso maggiore delle piante introdotte, non perché le preferiscano, ma perché queste sono più diffuse dove gli esseri umani hanno modificato il paesaggio.
 
Non tutti i cambiamenti sono però buoni per le api. Nelle monoculture molto estese, come per esempio in America meridionale, una sola specie vegetale cresce per chilometri e chilometri e la fioritura dura tre o quattro settimane al massimo: una situazione impossibile per le api, che non trovano nulla da mangiare per almeno 11 mesi l’anno

Le api sono in declino in molte parti del mondo. Solo negli Stati Uniti il numero di arnie domestiche si è ridotto a 2,3 milioni nel 2008 da circa 6 milioni negli anni Quaranta. Per la cosiddetta sindrome del collasso degli alveari nessuno è ancora riuscito a identificare una causa, ma gli imputati più probabili sono i soliti sospetti: la perdita di habitat dovuta ai 

cambiamenti d’uso della terra, l’avvelenamento da pesticidi, alcune infezioni da virus e da parassiti. L’insieme di questi problemi affligge tanto le api di allevamento, quanto quelle selvatiche e crea un circolo vizioso: meno api danno un raccolto meno ricco; la resa minore spinge gli agricoltori a usare più terra per coltivare; più terra si usa e più si erode l’habitat naturale delle api.
 
C’è qualche soluzione all’orizzonte? Claire Kremen, una ricercatrice dell’Università della California a Berkeley (nonché la mentore di Harmon-Threatt), ha osservato insieme ad alcuni colleghi che l’impollinazione delle colture da parte di api selvatiche aumenta in modo significativo quando un habitat naturale è presente a non più di 2,5 km di distanza dai campi coltivati. Poiché la maggior parte delle coltivazioni non cresce vicino ad ambienti integri, è possibile aumentare il numero delle api lasciando bordure di erbe selvatiche e fiori spontanei lungo i confini dei campi.
 
Se l’origine delle piante non sembra essere il problema, almeno per le api, il tema richiede però approfondimenti caso per caso. Il quadro infatti può essere ancora più complicato, visto che oltre alle piante esotiche ci possono essere anche api esotiche che competono con quelle native.
 
In un mondo dove gli esseri umani continuano a modificare la distribuzione delle altre specie, e dove le crisi degli impollinatori sono in aumento, è importante capire quali sono le forze in gioco nelle relazioni mutevoli fra le api native di una certa regione e le piante che vi sono state introdotte. Purché si vada a osservare ciò che accade davvero sul campo, al di là di dogmi e apparenze, proprio come hanno fatto questi giovani ecologi americani.
 
Gran parte dei temi descritti in questo post sono tratti dall’articolo di Sharon Levy, What’s best for bees, pubblicato su Nature il 10/11/11. Inoltre ho consultato:
Williams N. et al., Bees in disturbed habitats use, but do not prefer, alien plants, Basic and applied ecology 12 (2011) 332-341
Winfree, R. et al., Native Pollinators in Anthropogenic Habitats, Annu. Rev. Ecol. Evol. System. 42, 1–22 (2011)
Kremen, C. et al., The area requirements of an ecosystem service: crop pollination by native bee communities in California, Ecology Letters, 7:1109-1119
Le immagini del post provengono tutte dall’archivio Shutterstock, a eccezione del disegno della stella di Betlemme (di Emily Damstra, Smithsonian Institution).

Devi completare il CAPTCHA per poter pubblicare il tuo commento