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Un brodo di meduse

La pesca, l'inquinamento, i cambiamenti climatici sono all'origine delle invasioni di meduse? La scienza non lo può dire ancora con certezza, poiché le meduse sono animali poco studiati, ma il censimento globale di questi animali, che è appena cominciato, potrebbero rispondere presto al quesito.

Proiettatevi al 2 settembre. È l’ultimo giorno di vacanza e il traghetto per tornare sul continente parte fra tre ore circa. L’umore è basso. «Non vorreste fare un ultimo bagno? Ci sarebbe giusto una caletta con l’acqua turchese dove non siete ancora stati…» suggerisce l’amico tentatore che conosce l’isola come le sue tasche. In men che non si dica siamo in macchina, costipati da ogni genere di bagagli, eppure diretti alla meta cui affidiamo un esorcismo impossibile: eliminare il pensiero del lavoro, della scuola, della vita di città con un ultimo, meraviglioso bagno. Dopo una lunga serie di curve e curvette, la caletta e l’acqua turchese appaiono in tutto il loro splendore. L’amico aveva ragione. Scendiamo dalle macchine arroventate già in costume, pronti a tuffarci, il piede in acqua, quando veniamo bloccati da un urlo: «Fermi! Qui c’è un brodo di meduse».

Le invasioni di meduse sono un evento ricorrente delle cronache non solo vacanziere. Branchi di animali gelatinosi hanno bloccato più di una centrale nucleare, in Israele, Scozia, Giappone. E nelle acque orientali ci sono bestie, come le meduse di Nomura, che pesano più di 200 kg.
Un esemplare di medusa di Nomura
 
Da tempo si sente dire che gli esseri umani hanno creato le condizioni ideali per l’aumento massiccio della popolazione globale di meduse, un fenomeno che sembra essere sotto gli occhi di tutti. Grazie infatti agli eccessi della pesca, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici le meduse si troverebbero oggi in acque più calde, più ricche di nutrienti e popolate da un minor numero di predatori. Ma i dati scientifici sorreggono queste affermazioni?
 
La ricerca ha ancora poco da dire sulle meduse e la loro crescita apparente, almeno da quanto risulta dai risultati preliminari di uno studio condotto da Robert Condon del Dauphin Island Sea Lab, in Alabama. Insieme ad altri scienziati Condon ha analizzato i dati che i biologi marini hanno accumulato sulle circa 2000 specie che chiamiamo genericamente meduse e che appartengono a numerosi gruppi di animali, fra cui gli cnidari e gli ctenofori. Se volete farvi un’idea della varietà di meduse esistenti (alcune davvero belle!), guardate questo video:
 

Studiare le meduse non è facile, né allettante. Se molte specie sono urticanti, alcuni esemplari pesano come due San Bernardo e i ricercatori devono stare attenti a non farsi ribaltare nelle loro imbarcazioni quando cercano di recuperare un esemplare.
 
Il ciclo di vita è assai complicato da seguire. Molte specie si riproducono sessualmente, dando luogo a larve che si depositano sul fondo del mare. Dalle larve si sviluppano formazioni chiamate polipi (da non confondere con i polpi!). Se le condizioni sono favorevoli, da un solo polipo possono gemmare anche 20 meduse galleggianti, ma in condizioni avverse i polipi si difendono producendo ulteriori polipi e formando un involucro resistente nel quale attendere tempi migliori. Quando questi arrivano, ciascun polipo può dar luogo a una “fioritura” massiccia di meduse che sembra comparire dal nulla.
 
Il ciclo di vita di una specie di medusa
 
Individuare le colonie di polipi che causano le grandi “esplosioni” di meduse è estremamente difficile. Anche per questa ragione i dati sono scarsi e gli scienziati non sono in grado di confermare l’ipotesi che la “fioritura” sia legata ai cambiamenti stagionali di temperatura. Tuttavia, alcune osservazioni sporadiche sembrano puntare in questa direzione.
 
È possibile che l’incremento di meduse sia reale e che sia dovuto ad attività umane e non soltanto a una fluttuazione di natura. A rendere il sospetto una certezza occorrono tuttavia più osservazioni e studi. La Jellyfish Database Initiative (JEDI), partita nel 2010, ha l’obiettivo di registrare ogni dato scientifico inerente alle meduse. Per raggiungere questo risultato e riempire il database, alcune istituzioni cercano l’aiuto del pubblico. Per esempio il Monterey Bay Aquarium Research Institute, in California, ha lanciato il sito Jelly Watch, dove scienziati e persone comuni possono segnalare ogni avvistamento di branchi di meduse; la Mediterranean Science Commission (CIESM) di Monaco ha dato il via a un progetto analogo per il nostro mare.
 
Le meduse sono gli spettatori ideali dello stato di salute delle acque, poiché noi umani preferiamo tenerci alla larga da queste bestie fastidiose e dunque non esercitiamo alcun effetto diretto sulle dimensioni delle loro popolazioni. Conoscere meglio le meduse, il loro ciclo di vita, lo stato delle loro popolazioni e le loro reazioni ai cicli naturali oceanici permetterà di imparare di più sullo stato dei nostri mari. E insieme alle conoscenze aumenterà anche la possibilità di arginare le invasioni (incluse quelle che impediscono il bagno dell’ultimo giorno di vacanza).
 
Per scrivere questo post mi sono basata soprattutto sul bel reportage di Mark Schrope, Attack of the blobs, pubblicato su Nature il 2 febbraio 2012. Le immagini del post sono tratte dallarchivio Shutterstock (lapertura) e da Wikipedia (la medusa di Nomura e il ciclo di vita).

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