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La lunga e buia notte dell'inverno

Le memorie di un’avventura straordinaria nell’inverno artico, raccontate nel romanzo Una donna nella notte polare di Christiane Ritter  

La via per il nord è strada verso l’ignoto.

                                                                                                                              Herbert Read

Ciascuno ha un nord diverso, la propria mappa personale di una geografia emotiva – e anzi morale – del nord e del sud.

                                                                                                                                            Peter Davidson

Il buio

L’inverno è lungo e buio. Ma quanto lungo? E quanto buio? Gli aggettivi non sono una scienza esatta. Molti (io) aspettano con trepidazione la primavera e l’estate, e la loro luce, e il loro calore.

Alle nostre latitudini il giro di boa avviene con il solstizio d’inverno, il 21 dicembre, quasi 13 ore di buio. Poi, qualche minuto ogni giorno, i dì si allungano. Ma a causa dell’inerzia termica terrestre gennaio e febbraio sono i mesi più freddi anche se, grazie alla luce, si inizia a intravedere la fine di questo tunnel di penombra.

Ai poli l’inverno è lungo e buio in modo del tutto diverso. Sei mesi di buio assoluto. A fare la differenza è la latitudine.

Alle Isole Svalbard la notte polare dura circa 4 mesi. Da novembre fino a febbraio. Poi il sole, gradualmente, torna a fare capolino. Prima compare la sua debole luce poi il sole, poco per volta, riesce a superare la linea dell’orizzonte, fino al punto di non tramontare più. Cosa si prova, al suo ritorno? Cosa si pensa, dopo mesi trascorsi senza la benché minima luce naturale a parte, talvolta, quella magica dell’aurora boreale?

Le Isole Svalbard sono un arcipelago norvegese nel Mar Glaciale Artico. Qui, oggi, c’è la località più a nord del pianeta: Ny-Ålesund. E in queste isole è ambientato un libro unico.

Una donna nella notte polare

Si intitola Una donna nella notte polare (Keller editore, 2020, 297 pp., euro 18. Traduzione di Scilla Forti), scritto dall’austriaca Christiane Ritter (1897-2000). Ambientato tra il 1934 e il 1935, pubblicato per la prima volta nel 1938, il libro diario/memoriale/racconto naturalistico narra le inconsuete ed estreme avventure dell’autrice, la quale – in modo del tutto anticonvenzionale per l’epoca – decide di raggiungere il marito da tre anni alle Svalbard, in una baracca nella parte nord dell’isola maggiore Spitzbergen (dall’olandese: “montagne appuntite”), nell’attuale Andrée Land (ancora più a nord di Ny-Ålesund). Nessun albero presente.

Adesso attorno a noi è tutto orrendo e morto, poiché è finito anche il fragore della bufera. Una nebbia fitta grava su ogni cosa. La capanna è immersa nel silenzio e nell’oscurità. Mi sembra che la vera notte stia arrivando solo ora, e a poco a poco il mio morale cola a picco. «Forse il sole non tornerà mai più. Forse tutto il mondo è al buio.» Mio marito mi tranquillizza. Continua a disegnarmi su pezzetti di carta la curva del sole, che già dal ventitré di dicembre è sulla via del ritorno. Calcolando gradi e gradi e minuti mi spiega che oggi il sole si trova alla stessa distanza del nove di dicembre. Ma io sono disperata. I suoi discorsi non fanno che darmi un'idea di quanto il sole si sia allontanato. Non c'è nemmeno un bagliore che possa lasciar presagire la sua vicinanza, e anche se abbiamo già alle spalle settantotto giorni di buio, ce ne vorranno altri cinquantaquattro prima che il sole spunti di nuovo per pochi secondi sopra l'orizzonte meridionale. [p. 181]

Lettura assai coinvolgente, in questo libro l’autrice ha rielaborato i diari redatti durante la sua avventura. Gli elementi scientifici sono indiretti: è una testimonianza letteraria e il resoconto di un’esperienza dura e meravigliosa, che cambia la vita per sempre. E che fornisce ai lettori l’immersione in un’esperienza estrema che pochi hanno avuto o avranno la fortuna (e il coraggio) di vivere.

Con il passare del tempo iniziano a tremarmi le mani. Mi sorprendo a sgattaiolare piano nella capanna, a svolgere ogni lavoro con gesti misurati, come se non volessi attirare l’attenzione della furente divinità là fuori.
Davanti a una bufera artica gli esseri umani regrediscono allo stato di creature primitive, piccole e piene di premonizioni. È la vendetta degli dèi. La coscienza insorge e si scaglia contro gli uomini al pari di una bestia. [p. 124]

Se ci si approcciasse al libro senza saperne nulla, si potrebbe pensare che sia stato scritto una decina di anni fa, non 85. Almeno fino al proposito dei protagonisti di uccidere un orso polare per sopravvivere, una volta che il mare fosse finalmente ghiacciato e dunque percorribile sia dagli umani che, soprattutto, dagli orsi.

L’orso polare (Ursus maritimus) conta oggi circa 20.000 esemplari ed è protetto. Per fortuna ora ci sono altri modi per assumere vitamine senza essere costretti a nutrirsi di carne di orso in via di estinzione…

In questo sito puoi visitare in modo virtuale l’area in cui sono vissuti per un anno Christiane Ritter e  suo marito.

La luce

Ciò che emerge dal racconto è l’assoluta dipendenza del genere umano dalla fatalità degli eventi atmosferici. Se per giorni e giorni c’è bufera, l’unica cosa possibile da fare è restarsene chiusi nella piccola baracca malamente riscaldata. Così se c’è nebbia, con il rischio di perdersi e morire assiderati. Se la bufera o la nebbia si placano, si parte per dieci giorni per andare a caccia di qualsiasi cosa sia commestibile, preferibilmente foche. Che stanno vicine alle poche aperture sull’acqua del pack ghiacciato, per sfuggire agli orsi.

Solo con la primavera arriveranno gli uccelli di mare e di tempesta, veri padroni di quei luoghi impietosi e abbaglianti.

Perché a un certo punto la luce ritorna, seguita dal sole. Ecco cosa si prova, ecco cosa scrive Christiane Ritter:

25 febbraio. Oggi si respira un’atmosfera solenne, perché per la prima volta rivedremo il sole. […]
Nel punto più estremo del Woodfjorden c’è uno spazio vuoto tra le alte montagne. È lì che abbiamo visto il sole per l’ultima volta ed è lì che tornerà a splendere per la prima volta. Lo aspettiamo dal mare ghiacciato. Seguiamo il vivido chiarore che affiora dalla catena montuosa. Ecco, ci siamo! Tra i pendii spunta un bagliore accecante, poi il riverbero avanza verso ovest. Per un attimo abbiamo visto il sole.
Un gabbiano si dirige verso l’interno del fiordo. È il primo a tornare. Vola ad alta quota, ma quando ci vede si abbassa, ci gira intorno e prosegue il suo viaggio.
Il regno dei ghiacci è avvolto da una bellezza incontaminata, da una quiete sacra. L’uccello si libra nel cielo splendente, sorvolando il fiordo con lenti colpi d’ala, come se fosse il primo essere vivente a varcare la soglia di un mondo appena nato, magnifico e intatto. [pp. 210-211]

Questo libro è un piccolo gioiello. Prezioso ancor più se ricordiamo le famose parole di Umberto Eco: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: […] perché la lettura è un’immortalità all’indietro.»

Le esperienze della coraggiosa autrice diventano anche le nostre, avvezzi a bufere più metaforiche che reali.

No, l'Artide non svela il suo segreto al prezzo di un giro in piroscafo. Bisogna avere attraversato la lunga notte, le bufere, l'annientamento del dispotismo umano. Bisogna aver visto la morte di tutte le cose per comprenderne la vitalità. Il mistero dell'Artide e l'immensa bellezza delle sue terre stanno nel ritorno della luce, nell'incanto dei ghiacci, nel pulsare degli animali ascoltato di nascosto nella natura selvaggia, nella legge dell'esistenza che qui si manifesta nella sua forma più piena. [pp. 291-292]

Per approfondire:

  • Barry Lopez, Sogni artici, Baldini Castoldi Dalai 2006 (fuori catalogo);
  • Peter Davidson, L’idea di Nord, Donzelli editore 2005;
  • Arthur Conan Doyle, Avventura nell'Artico. Sei mesi a bordo della baleniera Hope, UTET 2016.

Ricordiamo che proprio a Spitzbergen è sita l’importante banca dei semi Svalbard Global Seed Vault, come racconta Elisabetta Tola qui e nel libro scritto a quattro mani con Marco Boscolo Semi ritrovati (Codice editore, 2020).

Ritter-1

La baracca dove l’autrice ha vissuto un anno con il marito Hermann e con il giovane cacciatore Karl Nikolaisen

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La copertina di Una donna nella notte polare

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