Ebola, sorvegliato speciale

Il virus Ebola, originario dell’Africa equatoriale, da diverse settimane è sotto i riflettori dei media di tutto il mondo per il timore di una possibile pandemia (un’epidemia su scala globale), dopo che sono stati accertati casi negli Stati Uniti, in Spagna e in Germania. Anche le istituzioni sono in allerta e il 16 ottobre si è svolta a Bruxelles una riunione straordinaria dei ministri della salute europei. Obiettivo dell’incontro, fare il punto sull’epidemia che sta imperversando nei paesi dell’Africa centro-occidentale, coordinare aiuti sanitari e aumentare i controlli agli aeroporti internazionali, per evitare che passeggeri infetti possano diffondere l’epidemia nei paesi europei. Tracciamo allora l’identikit del virus ebola, che per decenni è rimasto quasi sconosciuto e poco studiato, cercando di capire come mai, oggi, fa così tanta paura.

Di che virus si tratta?
Il virus ebola appartiene alla famiglia dei Filovirus, chiamati così per l’aspetto filiforme (a spaghetto) delle particelle virali osservate al microscopio elettronico. Ad oggi sono noti almeno 5 generi di ebola, quattro africani (Zaire, Sudan, Bundiburgo e Tai o Costa d’Avorio) e uno asiatico (Reston). Solo i primi tre sono letali per l’uomo e lo Zaire ebolavirus (in acronimo ZEBOV), responsabile dell’attuale epidemia in Africa occidentale, è quello più pericoloso. Gli umani tuttavia sono solo ospiti occasionali. Il virus ebola colpisce infatti soprattutto le popolazioni di gorilla di pianura e scimpanzé dell’Africa centrale, ma può infettare anche altri mammiferi come le antilopi e tre specie di pipistrelli. Questi ultimi non manifestano i sintomi e sono quindi ritenuti possibili serbatoi, anche se una riserva virale certa non è ancora stata identificata.

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Il virus ebola osservato al microscopio elettronico a trasmissione (immagine: Wikimedia Commons)

Come si trasmette dagli animali all’uomo e quali sono i sintomi?
La trasmissione all’uomo avviene attraverso il contatto con la carne di animali infetti (il cosiddetto bushmeat) o gli escrementi dei pipistrelli. I sintomi compaiono da pochi giorni a tre settimane dopo il contagio e consistono in febbre alta, forte emicrania, intensi dolori muscolari, nausea, diarrea e vomito.

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Il virus ebola può infettare solo mammiferi, come antilopi e primati, inclusi gli esseri umani che però sono solo ospiti occasionali. I pipistrelli rappresentano invece una probabile riserva virale (immagine: CDC)

Il nostro corpo reagisce al virus con una violenta risposta infiammatoria e il rilascio di grandi quantità di citochine. È proprio l’accumulo di queste molecole proteiche, più che i danni cellulari del virus, a causare la distruzione dei vasi sanguigni. Ne derivano emorragie interne ed esterne (si parla infatti di febbre emorragica) e gravi danni agli organi, fino alla cosiddetta sindrome da disfunzione multiorgano. La mortalità varia dal 40% al 90% dei casi a seconda del tipo di ebola.

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I sintomi di ebola (immagine: Wikimedia Commons)

Come avviene il contagio da persona a persona?
La trasmissione tra esseri umani avviene esclusivamente in seguito al contatto con fluidi corporei come sangue, saliva e sperma di persone infette che manifestano già i sintomi della malattia. Il virus sopravvive alcune ore all’esterno del corpo, e fino a 3 mesi nello sperma di chi è guarito. I rituali di pulizia dei cadaveri, molto diffusi e radicati nei paesi africani d’origine, rappresentano occasioni ideali per la diffusione del virus.

Allo stato attuale, l’unica variante del virus ebola a trasmissione aerea è il Reston, che però colpisce solo le scimmie. La mascherina e gli occhiali che indossa il personale sanitario nelle zone colpite impediscono a goccioline in sospensione (per esempio la saliva in uno starnuto) di entrare in contatto con le mucose degli occhi (altamente permeabili al virus), del naso e della bocca. Gli esperti affermano che le possibilità che il virus muti attaccando le vie respiratorie dell’uomo e diventi trasmissibile per via aerea sono altamente improbabili. Per saperne di più puoi leggere questo approfondimento di Scientific American.

Esiste una cura o un vaccino?
Al momento non esistono cure o vaccini, se non in fase sperimentale. L’unico modo per evitare il diffondersi dell’epidemia è isolare le persone malate e adottare precauzioni (come indossare speciali tute ed evitare ogni contatto con i fluidi corporei infetti). A due operatori sanitari statunitensi che avevano contratto il virus in Africa è stato somministrato un farmaco sperimentale che si chiama Zmapp, a base di anticorpi monoclonali prodotti dalle cavie. Sono in fase di studio anche diversi vaccini, ma servono molti mesi e grandi investimenti economici per le necessarie sperimentazioni e la produzione su vasta scala.

Perché ebola fa così paura?
A causa della sua elevata mortalità, il virus ha causato in passato relativamente poche vittime. I tre ceppi Zaire, Sudan e Bundibungo sono stati responsabili negli ultimi 25 anni di focolai epidemici in Africa, concentrati soprattutto nelle zone rurali di Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Guinea e Sudan. Le vittime accertate dal 1976 – anno in cui il virus fu identificato la prima volta in Congo – ad oggi sono poche migliaia, a conferma della sua bassa trasmissibilità rispetto ad altri virus: la normale influenza stagionale, in confronto, causa oltre 500 000 morti ogni anno nel mondo, di cui 40 000 in Europa e 8000 solo in Italia.
Perché allora l’ultima epidemia di ZEBOV sta destando così tante preoccupazioni? Tra le diverse varianti, questa è la più letale, ma paradossalmente è proprio una riduzione della sua mortalità la chiave della sua diffusione. In un piccolo villaggio isolato dell’Africa rurale, in cui le condizioni igienico-sanitarie sono precarie e non vengono adottate precauzioni, il virus può uccidere in pochi giorni la maggior parte delle persone, ma poi muore con loro. Se invece i malati, com’è successo, fanno in tempo a spostarsi in una grande città (la capitale della Guinea, Conakry, conta oltre un milione di abitanti) e a venire in contatto con molta altra gente, allora i rischi di una pandemia si fanno più concreti. Le misure di contenimento che hanno funzionato in passato, come isolare le persone infette e rintracciare i loro contatti, si sono rivelate insufficienti, e il virus è uscito dall’Africa.

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L’aumento dei casi di ebola e dei decessi in Africa occidentale negli ultimi mesi (immagine: Wikimedia Commons)

C’è il pericolo di una pandemia?
Secondo l’ultimo rapporto dell’OMS, dall’inizio ufficiale dell’epidemia in Guinea (22 marzo) al 5 ottobre scorso sono state infettate 8034 persone e ne sono morte 3879, ma i numeri sono in rapida crescita. I paesi interessati finora sono la Guinea, la Liberia, la Sierra Leone, la Nigeria e il Senegal. Nelle capitali dei primi tre, i più colpiti, il virus è in forte espansione. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, l’ente nazionale americano che si occupa di salute pubblica e che raccoglie alcuni tra i migliori virologi del mondo, senza adeguate misure di contenimento entro il prossimo gennaio in Africa occidentale il virus potrebbe arrivare a infettare fino a 1,4 milioni di persone. Al di fuori dei confini africani per ora si sono registrate una vittima negli Stati Uniti, una in Germania (persone provenienti entrambe dalla Liberia) e si teme per la vita di un’infermiera spagnola ricoverata a Madrid.

ll sito web dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta è una vera e propria miniera di informazioni sul virus ebola.
Nel sito web della World Health Organization puoi trovare le mappe sempre aggiornate della diffusione del virus nei paesi dell’Africa Occidentale colpiti dalla recente epidemia di ebola.

Quali misure sono state adottate a livello internazionale?
Il 17 settembre 2014, il presidente americano Barack Obama ha deciso l’invio di 3000 soldati di supporto medico in Africa occidentale. Il giorno successivo, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha tenuto una riunione di emergenza per discutere la situazione in Africa occidentale e coordinare una risposta internazionale. È stata creata la Mission for Ebola Emergency Response (UNMEER), che ha cinque priorità: fermare l’epidemia, trattare le persone infette, garantire i servizi essenziali, preservare la stabilità e prevenire ulteriori focolai. La riunione straordinaria dei ministri europei che si è svolta il 16 ottobre a Bruxelles punta a prevenire la diffusione del virus nei paesi dell’UE, grazie all’invio di aiuti sanitari e a controlli più efficaci negli scali aeroportuali collegati ai paesi africani colpiti. In un mondo globalizzato, anche le epidemie vanno combattute a livello internazionale.

Questo reportage, a cura della World Health Organization, racconta l’intervento della comunità internazionale per fronteggiare il focolaio di ebola scoppiato lo scorso agosto in una zona remota della Repubblica Democratica del Congo:

Immagine banner in evidenza: UN Photo/Andrey Tsarkov

Immagine box in homepage: Wikimedia Commons

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