Tutto quello che c’è da sapere sul virus SARS-CoV-2

SPECIALE CORONAVIRUS

Questo articolo è stato aggiornato in data 31 marzo 2020.

A 17 anni dall’epidemia di SARS, un nuovo coronavirus tiene le autorità sanitarie di tutto il mondo con il fiato sospeso: si tratta del coronavirus SARS-CoV-2 (inizialmente indicato con il nome 2019-nCoV), responsabile di una sindrome denominata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) COVID-19 (da CO per corona, VI per virus, D per disease e 19 per l’anno in cui si è manifestata).

Con l’aiuto del virologo Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia, cerchiamo di seguire l’evoluzione dell’emergenza coronavirus in Italia e nel resto del mondo rispondendo ad alcune delle domande sull’epidemia di COVID-19.

Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia.

Nel video seguente, registrato il 30 marzo 2020 sulla piattaforma Webinar di Zanichelli, Giovanni Maga racconta l’evoluzione di SARS-CoV-2 e degli altri virus emergenti che hanno causato le principali pandemie degli ultimi decenni.

 

 

Indice dei contenuti
1. Come ha avuto origine l’epidemia di COVID-19?
2. Come ha avuto origine il coronavirus SARS-CoV-2?
3. Quali condizioni possono aver favorito il salto di specie e la diffusione dell’infezione?
4. Quali informazioni sono emerse dall’analisi del genoma del virus SARS-CoV-2? (NEW – inserito il 27 marzo)
5. Che cosa ha innescato l’emergenza in Italia?
6. Come si diffonde il virus e qual è il periodo di incubazione?
7. Come si stabilisce se una persona è stata contagiata dal coronavirus SARS-CoV-2?
8. Quali sono i rischi per la salute?
9. Che cosa si può fare per limitare il rischio di contagio?
10. Quanto sopravvive il virus nell’ambiente?
11. Perché alcune persone sembrano essere più vulnerabili agli effetti del coronavirus?
12. A che punto è la ricerca di un vaccino contro il virus SARS-CoV-2?
13. Con quali farmaci si può curare l’infezione da SARS-CoV-2?
14. Qual è la situazione attuale nel nostro Paese?
15. Quali sono le cause dell’alto tasso di letalità in Italia? (Aggiornato al 31 marzo)
16. Come stanno affrontando l’emergenza gli altri Paesi?
17. Che cos’è l’immunità di gregge e come funziona?
18. Come evolverà l’emergenza coronavirus?

1. Come ha avuto origine l’epidemia di COVID-19?

I primi casi di COVID-19 sono stati registrati il 31 dicembre 2019 a Wuhan, in Cina, dove il focolaio ha probabilmente avuto origine nel mercato cittadino. A fine gennaio non era ancora chiaro come si fosse evoluto questo nuovo coronavirus (probabilmente da un serbatoio animale), ma i dati epidemiologici delle autorità sanitarie cinesi confermavano la trasmissione diretta da uomo a uomo. Questo ha spinto il governo cinese ad avviare misure straordinarie di contenimento dell’infezione, ponendo sotto quarantena Wuhan e altre città in cui il focolaio stava prendendo piede.
Grazie a queste misure, fino alla fine di gennaio la maggior parte dei casi è rimasta confinata al territorio cinese. I casi registrati in altri Paesi erano tutti “casi importati“, cioè riguardavano persone che erano transitate per la Cina, dove avevano ragionevolmente contratto l’infezione. L’andamento iniziale dell’epidemia sembrava quindi far scongiurare il rischio di una disseminazione al di fuori della Cina o dei Paesi limitrofi. Tuttavia, dopo una serie di riunioni straordinarie indette dall’OMS, il 30 gennaio 2020 l’infezione da SARS-CoV-2 è stata dichiarata dall’OMS un’emergenza di pubblica sicurezza di rilevanza internazionale (indicata con l’acronimo inglese PHEIC).

Diffusione del virus 2019-nCoV da gennaio a marzo 2020: la mappa in alto mostra i dati di diffusione al 27 gennaio 2020, la mappa in basso si riferisce al 4 marzo 2020 (Fonte immagine: CSSE).

 

2. Come ha avuto origine il coronavirus SARS-CoV-2?

Il virus SARS-CoV-2 appartiene al genere dei Coronavirus, un gruppo di virus a RNA di cui fanno parte anche il virus della SARS e della MERS, rispettivamente responsabili nel recente passato di epidemie in Cina (nel 2003) e in Medio Oriente (nel 2012). I coronavirus sono naturalmente presenti nei pipistrelli, dai quali il virus può passare anche ad altri mammiferi (lo zibetto nel caso della SARS e il dromedario nel caso della MERS). Questo «salto di specie» avviene grazie a una modifica nel patrimonio genetico del virus che lo rende in grado di infettare nuove specie animali, tra cui anche gli esseri umani.
Questo tipo di eventi è particolarmente comune nel caso dei virus a RNA (come i coronavirus), che hanno un tasso di mutazione molto elevato: quando duplica il suo genoma, il virus commette numerosi errori, producendo così genomi altamente variabili. All’interno della popolazione di nuovi virioni, alcuni possono avere caratteristiche molto diverse, che li rendono in grado di infettare cellule di specie diverse rispetto a quella di origine.
Nel caso del virus SARS-CoV-2, uno studio pubblicato a gennaio da un gruppo di ricercatori cinesi sembrava aver identificato l’origine del virus in un evento naturale di ricombinazione tra un coronavirus dei pipistrelli e un virus dei serpenti (evento che può essere favorito quando i due virus vengono a trovarsi contemporaneamente nella stessa specie). Da questo scambio di materiale genetico tra i due ceppi virali sarebbe derivato un nuovo virus in grado di infettare anche le cellule umane. Tuttavia, i risultati di questo studio sono stati messi in discussione da altri ricercatori e, al momento, rimangono incerti il percorso evolutivo del coronavirus SARS-CoV-2 e la specie animale che ha fatto da “ponte” tra i pipistrelli e l’uomo.
Aumentano, invece, di giorno in giorno gli studi di sequenziamento dei genomi di SARS-CoV-2 isolati in diverse parti del mondo. Questi dati aiutano a monitorare la diffusione del virus e a capire se sta evolvendo o accumulando mutazioni che lo rendono più virulento. Si tratta però di dati provvisori, che vanno valutati alla luce dell’evoluzione dell’epidemia e che forse richiederanno la conclusione di questa ondata di infezioni prima che si possa tracciare un quadro definitivo. Una di queste indagini, per esempio, ha riscontrato una correlazione tra il ceppo virale rinvenuto in Italia e uno riscontrato in Germania un mese prima: entrambi presentavano tre mutazioni assenti dai primi genomi sequenziati in Cina. In un primo tempo questo ha fatto supporre che l’epidemia di COVID-19 in Italia sia derivata dalla Germania, ma al momento è difficile trarre conclusioni definitive. I dati suggeriscono che il virus è in circolazione in Europa da molto prima dell’esplosione dell’emergenza italiana; non possiamo quindi escludere che un genoma con le mutazioni trovate sia giunto dalla Cina parallelamente sia in Italia sia in Germania attraverso percorsi al momento non noti.

 

3. Quali condizioni possono aver favorito il salto di specie e la diffusione dell’infezione?

Il focolaio dell’infezione sembra essere stato il mercato del pesce di Wuhan. Il mercato di animali vivi è un classico moltiplicatore di infezioni per diversi motivi: la presenza di un alto numero di persone, la vicinanza con animali selvatici e le pratiche di macellazione degli animali vivi che richiedono la manipolazione e il contatto diretto con gli animali. Il consumo di carne cruda può contribuire ulteriormente ad aumentare il rischio (la cottura della carne è infatti una misura sufficiente a uccidere gli eventuali virus presenti nell’animale). Questo, tuttavia non è l’unico fattore. Come dimostrano anche altre epidemie virali del recente passato, nel territorio cinese convergono anche altre condizioni che favoriscono l’insorgenza e la diffusione di nuove infezioni. Oltre alla presenza di mercati di animali vivi, su cui si basa l’economia di molti centri, in Cina sono presenti numerosi allevamenti intensivi di animali: tutto questo favorisce la presenza ravvicinata di esseri umani e animali (selvatici e non), a cui si aggiunge anche il fatto che la Cina si trova al centro di molte rotte migratorie di uccelli che possono trasferire e diffondere i virus attraverso il territorio.
Nel caso del virus SARS-CoV-2, la preoccupazione è legata anche al fatto che il focolaio epidemico è sorto a Wuhan, una metropoli di 11 milioni di abitanti, il cui aeroporto ha collegamenti giornalieri con l’estero: una condizione che potrebbe aver fornito al virus un corridoio di diffusione anche in altri Paesi. Tuttavia, anche se il sovraffollamento può contribuire alla rapida diffusione dell’infezione, è importante sottolineare che non è l’unico fattore responsabile. Per evitare che in futuro simili casi diventino sempre più frequenti, è importante agire sul fronte della prevenzione e adottare misure che agiscano anche sulle tradizioni culturali e sociali che favoriscono l’insorgenza di nuove infezioni.

 

4. Quali informazioni sono emerse dall’analisi del genoma del virus SARS-CoV-2?

Lo studio della sequenza del genoma di un nuovo virus è uno strumento indispensabile per capire alcune delle sue caratteristiche biologiche, per esempio come riesce a infettare le cellule umane; inoltre, il genoma rappresenta anche una sorta di archivio dei passaggi evolutivi che hanno portato all’origine del virus. In questo senso, studiare il genoma del nuovo coronavirus ci permette di ottenere informazioni importanti per sviluppare nuovi farmaci e vaccini e per evitare, quando possibile, che le circostanze che ne hanno favorito la formazione si ripresentino in futuro.

Le prime analisi condotte sul genoma del virus SARS-CoV-2 risalgono all’inizio di febbraio, quando la rivista Nature ha pubblicato due studi relativi all’isolamento del virus responsabile della COVID-19 e alla analisi filogenetica del suo genoma. Da questi studi è emersa una chiara somiglianza con il virus responsabile della SARS (con cui il nuovo coronavirus condivide il 79,6% del genoma) e una somiglianza ancora maggiore (96%) con un coronavirus rinvenuto nei pipistrelli.
Queste prime analisi lasciavano tuttavia ancora molti punti da chiarire, soprattutto per quanto riguarda le origini del nuovo virus e le caratteristiche che possono aver condotto al salto di specie. Uno studio pubblicato il 17 marzo dalla rivista Nature Medicine riporta i risultati delle analisi bioinformatiche condotte sui genomi pubblicamente disponibili di diversi coronavirus, compreso il nuovo virus responsabile della COVID-19. Il confronto tra genomi ha messo in luce due aspetti importanti: primo, gli adattamenti che hanno modificato il recettore virale (spike protein) e che hanno permesso al virus di diventare infettivo per le cellule umane; secondo, le caratteristiche generali del suo genoma, grazie alle quali è possibile formulare alcune ipotesi sulla sua origine.

Per quanto riguarda l’analisi della sequenza del recettore virale, il confronto tra genomi di diversi coronavirus ha innanzitutto messo in luce alcuni adattamenti del nuovo coronavirus a livello del recettore virale (spike protein) responsabile dell’ingresso nelle cellule umane. Uno di questi adattamenti, in particolare, conferisce al nuovo coronavirus la capacità di legarsi al recettore umano ACE2, lo stesso utilizzato dal virus responsabile della SARS. È interessante notare che precedenti analisi bioinformatiche avevano previsto che la capacità di SARS-CoV-2 di legarsi ad ACE2 fosse inferiore rispetto a quella del virus della SARS. In realtà, le nuove analisi evidenziano una capacità di legame molto superiore rispetto a quanto le analisi informatiche facessero prevedere. Questo risultato ha colto di sorpresa i ricercatori e, indirettamente, conferma che sia stato un imprevedibile evento di selezione naturale – e non una manipolazione genetica intenzionale condotta in laboratorio – a modellare un sito di legame che era precedentemente sconosciuto. Il recettore di SARS-CoV-2 sembra quindi aver sviluppato un adattamento specifico verso il recettore ACE2 intraprendendo quella che, dal punto di vista bioinformatico, era la soluzione meno probabile e meno prevedibile. In questo caso, la natura è riuscita a superare anche la capacità di previsione degli strumenti bioinformatici. La possibilità che il nuovo coronavirus sia il frutto di una manipolazione intenzionale è stata smentita anche da un altro studio pubblicato a febbraio, grazie al quale è stata confutata l’ipotesi che il genoma del nuovo coronavirus contenesse sequenze derivate dal virus HIV-1.

Per quanto riguarda l’analisi del genoma virale nel suo complesso, lo studio di Nature Medicine ha confermato che la struttura generale del genoma del nuovo coronavirus è molto simile a quello di un coronavirus che infetta i pipistrelli. Questo dato suggerisce che il virus dei pipistrelli, e non quello della SRAS, potrebbe essere il più probabile “progenitore” da cui si è evoluto il virus SARS-Cov-2. Tuttavia, lo studio mette in luce anche un altro punto fondamentale: la regione genomica che, nel virus SARS-CoV-2, codifica per il recettore virale (cioè la proteina che lega ACE2) assomiglia di più alla sequenza presente in un altro coronavirus trovato nei pangolini. Questa scoperta, se confermata, avvallerebbe l’ipotesi che il nuovo coronavirus sia il prodotto di un evento di ricombinazione tra due coronavirus diversi che, in circostanze ancora da chiarire, si sono venuti a trovare contemporaneamente nello stesso ospite e si sono “scambiati” reciprocamente parti del genoma. Da questo scambio, sarebbe nato un nuovo virus con caratteristiche mai viste prima: SARS-CoV-2.

I dettagli da chiarire rimangono ancora molti: per esempio, non sappiamo ancora in quale animale sia avvenuto questo evento di ricombinazione (il pipistrello? il pangolino? un altro animale che ancora non è stato preso in considerazione?) e non sappiamo quando il virus ha acquisito la capacità di causare i sintomi tipici della COVID-19 e di trasmettersi tra esseri umani in modo diretto, cioè senza che fosse più necessario il serbatoio animale a fare da tramite.

5. Che cosa ha innescato l’emergenza in Italia?

I primi due casi di coronavirus in Italia risalgono al 30 gennaio, quando una coppia di turisti cinesi è stata trovata positiva per il virus e ricoverata all’Istituto Spallanzani di Roma. Questi due pazienti rappresentavano però «casi importati», cioè si trattava di persone che avevano contratto l’infezione al di fuori dell’Italia. Il primo caso di trasmissione secondaria in Italia (cioè il primo trasferimento da persona a persona), registrato a Codogno il 18 febbraio, riguarda invece un 38enne italiano che non ha viaggiato in Asia. Questo paziente ha segnato una svolta significativa, perché costituisce il primo caso di una persona che abbia contratto il virus in territorio italiano: questo ci dice che il virus è ora in circolazione anche nel nostro Paese e che la sua trasmissione può quindi avvenire molto più rapidamente.

Come previsto dai protocolli sanitari, dopo aver individuato il primo caso italiano a Codogno (a cui i media iniziano ora a riferirsi come «paziente 1») si è cercato di tracciare i contatti precedenti del 38enne risultato infetto per risalire al «paziente 0», ovvero la persona che avrebbe trasmesso per primo il virus. Questo tipo di indagine non vuole essere una caccia alle streghe, in cerca di un responsabile da additare, ma, in caso di un’epidemia, è un’informazione fondamentale per aiutare a capire i percorsi e le zone in cui potrebbe diffondersi il virus e per attuare le misure preventive più opportune per arginarlo.
La persona che inizialmente si pensava potesse essere il paziente 0, un manager rientrato dalla Cina, è tuttavia risultata negativo ai test e non presenta anticorpi anti-coronavirus (quindi, non si tratta nemmeno di un portatore asintomatico del virus). Nel momento in cui pubblichiamo questo aggiornamento, non è ancora stato identificato in Italia il paziente 0. In attesa di ulteriori sviluppi, e nella consapevolezza che il paziente 0 potrebbe non venire mai identificato, le autorità sanitarie hanno quindi messo in atto in questi giorni misure preventive straordinarie per contenere la diffusione del virus.

 

6. Come si diffonde il virus e qual è il periodo di incubazione?

Come avviene per la maggior parte delle infezioni respiratorie, anche il virus SARS-CoV-2 si trasmette attraverso colpi di tosse e starnuti, che spargono nelle zone vicine goccioline che veicolano il virus. Nonostante alcuni casi di trasmissione da parte di persone asintomatiche (ancora in via di accertamento) al momento sembra comunque che il virus venga trasmesso da persone che presentano sintomi evidenti (mal di gola, raffreddore, tosse, starnuti, febbre o, nei casi più gravi, difficoltà respiratorie e polmonite). Il periodo di incubazione del virus SARS-CoV-2 (cioè il tempo che passa dal momento dell’infezione alla comparsa dei sintomi) è stato stimato tra 2 e un massimo di 14 giorni (il periodo più comune, secondo l’OMS, è di circa cinque giorni).
Tra gli aspetti che gli scienziati stanno indagando c’è anche la presunta capacità del virus di tramettersi molto facilmente da persona a persona rispetto a quanto facesse, per esempio, il virus della SARS. Questa particolarità, se confermata, potrebbe dipendere dalle caratteristiche di una proteina presente sulla superficie del virus che media l’interazione con le cellule umane. Le analisi genomiche del nuovo coronavirus suggeriscono che questa proteina abbia un sito di attivazione sensibile alla furina, un enzima presente in molti tessuti umani (tra cui polmoni, intestino, fegato). Questo particolare sito di attivazione è assente nel virus della SARS, così come in altri coronavirus, ma è presente in altri virus che hanno la tendenza a diffondersi facilmente. Al momento si tratta solo di una ipotesi ma, se confermata, la furina potrebbe diventare un valido bersaglio terapeutico per rallentare la diffusione del virus.

 

7. Come si stabilisce se una persona è stata contagiata dal coronavirus SARS-CoV-2?

Per dimostrare che una persona è stata contagiata dal coronavirus SARS-CoV-2 è necessario eseguire un tampone faringeo. Questa procedura consiste nel prelevare, con l’aiuto di un tampone di cotone attaccato a un bastoncino (una sorta di cotton fioc), un campione di muco dalla mucosa della faringe e viene eseguita generalmente solo alle persone che presentano sintomi evidenti (febbre, tosse, difficoltà respiratorie).
Per verificare la presenza del virus, nel laboratorio di analisi il campione prelevato viene trattato con detergenti per inattivare il virus ed evitare il contagio degli operatori. Si procede poi all’estrazione del genoma virale (a RNA) e alla sua amplificazione mediante una tecnica chiamata RT-PCR (una versione modificata della PCR). Questa fase permette di amplificare l’RNA eventualmente presente nel campione anche in piccole tracce.
Se il tampone è positivo, il laboratorio di analisi procede con ulteriori indagini molecolari, per esempio per sequenziare il genoma virale e monitorare l’eventuale evoluzione di nuovi ceppi. A seconda della gravità dei sintomi, i pazienti che risultano positivi possono rimanere in quarantena nella propria abitazione oppure essere ricoverati in strutture ospedaliere.
Se il tampone è negativo, l’analisi viene comunque ripetuta su un secondo prelievo per limitare il rischio di falsi negativi (cioè di pazienti risultati negativi al primo test ma in realtà infetti e quindi potenzialmente contagiosi).
Il test del tampone è utile anche per distinguere l’infezione da coronavirus da altre infezioni stagionali che in questo periodo dell’anno causano sintomi simili, come quella da virus influenzale oppure del raffreddore.
Anche se fino ad oggi il tampone è stato eseguito solo alle persone sintomatiche, le cose potrebbero rapidamente cambiare in seguito alle raccomandazioni espresse dal direttore generale dell’OMS nel suo comunicato del 16 marzo. Le misure di contenimento attuate fino ad ora sono fondamentali per arginare l’infezione ma per estinguerla è indispensabile testare più persone possibile e isolare quelle trovate positive. Per questo molti laboratori stanno testando e mettendo a punto sistemi più rapidi del tampone. È di questi giorni la notizia che il San Matteo di Pavia e l’Istituto Spallanzani di Roma hanno concluso i test preliminari per un nuovo sistema diagnostico più rapido messo a punto da un’azienda italiana. A differenza del tampone faringeo, il cui responso è disponibile solo dopo circa 6 ore dal prelievo, il nuovo test, basato sempre su RT-PCR, permette di identificare i casi positivi nel giro di un’ora. Questo test potrebbe essere disponibile entro marzo. Molto atteso è anche un kit di produzione cinese che è specifico per il rilevamento degli anticorpi anti-coronavirus. Questo test rapido è un’ulteriore arma per ampliare lo spettro di monitoraggio e intercettare le persone che, sebbene asintomatiche, sono positive al virus e quindi contagiose.

8. Quali sono i rischi per la salute?

L’infezione da coronavirus 2019-nCoV causa sintomi respiratori che ricordano quelli di un raffreddore o di un’influenza e che, nella maggior parte dei casi, decorrono senza complicazioni. Tuttavia, rispetto alle consuete infezioni stagionali, l’epidemia di COVID-19 si caratterizza per una maggiore percentuale (circa il 19% dei casi) di sintomi respiratori gravi, fino all’insufficienza respiratoria e alla necessità di ricorrere a cure di terapia intensiva. Come mostra la seguente infografica dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che riporta i dati aggiornati al 9 marzo 2020, nel nostro Paese il tasso di letalità (proporzione di decessi dovuti a una malattia sul totale di persone affette da quella malattia) aumenta con l’età: 0.1-0.2% nella fascia di età 40-59 anni, del 2.5% tra 59 e 69 anni, del 6.4% tra 70 e 79 anni e del 13.2% per i pazienti con più di 80 anni.

A questo link è possibile scaricare il pdf dell’infografica realizzata dall’ISS.

I dati di qualche settimana fa, relativi anche alla situazione cinese, facevano sperare in un tasso di letalità di circa il 2,8%, molto più basso di quello registrato in passato per le infezioni da SARS (con un tasso di letalità del 10%) e della MERS (circa 32%). Tuttavia, i dati attuali dimostrano che per alcune persone (anziani, persone immunodepresse o affette da malattie croniche respiratorie e cardiocircolatorie) il tasso di letalità è superiore. Questi dati sono in continua evoluzione e questo aumento del tasso di letalità rispetto a quanto atteso potrebbe essere in parte dovuto a due fattori. Primo, il tasso di letalità è calcolato sul totale dei casi positivi, il cui dato reale potrebbe essere superiore a quello effettivamente rilevato; i tamponi vengono oggi eseguiti solo su chi presenta sintomi evidenti, lasciando fuori da computo chi è asintomatico (perché non ha sintomi o non li ha ancora sviluppati) o pauci-sintomatico (cioè presenta sintomi in forma lieve e in una forma che può essere confusa con altre infezioni stagionali). Secondo, l’età emerge come un fattore di rischio e nel 2019 la popolazione italiana è risultata, in Europa, quella con la maggiore percentuale di persone al di sopra dei 65 anni (22,7%); questo potrebbe porre in nostro Paese in una situazione di maggiore “fragilità”. In ogni caso, il messaggio che deve passare è che, anche se la maggior parte delle persone supera l’infezione senza sviluppare sintomi gravi, è necessario adottare comportamenti che tutelino le fasce d’età più a rischio. I dati attuali indicano che l’età mediana dei casi positivi è 65 anni, con il 22% dei positivi tra i 19 e i 50 anni e solo l’1.4% dei casi al di sotto dei 19 anni. Questo dato non deve però far pensare che i giovani siano più resistenti al contagio; come mostra una recente analisi condotta in Cina, non esistono fasce d’età immuni all’infezione. Le minori percentuali rilevate tra i giovani potrebbero essere dovute anche al fatto che i giovani sviluppano sintomi meno gravi e quindi non vengono testati per il coronavirus; questo non significa però che non siano contagiosi. Le raccomandazioni a diradare i contatti e mantenere le distanze di sicurezza valgono quindi per chiunque, indipendentemente dall’età.
Oltre a proteggere le fasce più a rischio, il rispetto di queste indicazioni ha l’obiettivo di evitare di mettere sotto pressione il sistema sanitario, già molto provato dalle ultime settimane di emergenza. Da un lato, aumenta di giorno in giorno il numero di persone che necessita di cure ospedaliere nei reparti di terapia intensiva, già sovraffollati dai pazienti ricoverati nelle ultime settimane. Dall’altro, rischiano di diminuire le risorse umane che il sistema sanitario può mettere in campo. A preoccupare è, in particolare, il numero di operatori sanitari positivi: alla data del 9 marzo erano già 583, ma i dati dell’ISS aggiornati al 16 marzo mostrano un netto aumento, con 2339 casi accertati. Queste sono le persone più esposte al rischio di contagio e, allo stesso tempo, quelle su cui il sistema sanitario fa affidamento per arginare l’emergenza.

 

9. Che cosa si può fare per limitare il rischio di contagio?

La modalità di trasmissione del virus SARS-CoV-2 suggerisce che il passaggio del virus avviene tanto più facilmente quanto più ci troviamo a contatto ravvicinato con una persona che è stata infettata. Per questo motivo, gli operatori sanitari che hanno in cura pazienti infetti devono utilizzare opportune barriere fisiche come mascherine, guanti, camici monouso. Per le persone sane e prive di sintomi, l’OMS sconsiglia invece l’uso di mascherine, che iniziano a scarseggiare e sono quindi da riservare agli operatori sanitari e a chi deve assistere persone infette. Le misure straordinarie varate nel nostro e in altri Paesi mirano quindi a ridurre i contatti ravvicinati, evitando gli assembramenti di persone e gli spostamenti non indispensabili. Nei viaggi in aereo, per esempio, il passaggio del virus potrebbe essere favorito dai contatti ravvicinati tra passeggeri al momento dell’imbarco oppure, una volta preso posto in aereo, se ci si trova a poche file di distanza da una persona infettata che tossisce o starnutisce.

Le misure più efficaci rimangono quindi quelle di evitare contatti ravvicinati, di lavarsi spesso e in modo accurato le mani, e di evitare di toccarsi la bocca, gli occhi e il naso con le mani sporche. Per completezza, è utile tenere a mente i consigli del Ministero della Salute sui dieci comportamenti da seguire, molti dei quali validi per limitare la diffusione di qualsiasi infezione virale.

 

10. Quanto sopravvive il virus nell’ambiente?

Tutti i virus, per sopravvivere, hanno bisogno di un organismo in cui riprodursi. Questo non significa, però, che le particelle virali non siano in grado di sopravvivere e rimanere infettive anche quando sono rilasciate nell’ambiente (per esempio, attraverso uno starnuto o un colpo di tosse). Il periodo di sopravvivenza sulle superfici o sugli abiti dipende dal tipo di virus e dalle condizioni ambientali. Nel caso del coronavirus SARS-CoV-2 sono in corso diversi studi per capire il tempo di permanenza sulle superfici contagiate ma una risposta definitiva non è ancora disponibile. Studi precedenti, eseguiti su altri ceppi di coronavirus, suggeriscono che questi tipi di virus possano mantenersi attivi anche fino a 9 giorni. Tuttavia, come molti altri virus, anche i coronavirus sono sensibili all’azione dei disinfettanti a base di etanolo (soluzioni al 60-70%) o di ipoclorito di sodio (0,1%). In attesa di sapere qualcosa di più sulla resistenza dei virioni di SARS-CoV-2 su superfici, abiti, maniglie, banchi di scuola o rubinetti, le autorità sanitarie consigliano di lavarsi spesso le mani e di eseguire interventi di sanificazione come quelli previsti per i mezzi pubblici o le scuole (nonostante il periodo di chiusura).
Per quanto riguarda la durata stagionale di questa infezione, i dati non permettono al momento di fare previsioni. Nonostante il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia dichiarato in un tweet che il virus se ne andrà con l’arrivo della bella stagione, in realtà non sappiamo per certo se SARS-CoV-2 si comporterà come altri virus stagionali, per esempio quello dell’influenza. Guardando alle epidemie da coronavirus del passato, la SARS si è esaurita con l’arrivo dell’estate ma la MERS non ha mostrato lo stesso comportamento e alcuni casi continuano ad apparire saltuariamente. Per SARS-CoV-2 è quindi difficile fare previsioni e, sulla base dei dati attuali, è sconsigliabile trasmettere messaggi rassicuranti sulla scomparsa dell’epidemia con l’aumento delle temperature stagionali. Questo è un virus nuovo, mai comparso prima, e semplicemente non sappiamo ancora come si comporterà con l’aumento delle temperature: potrebbe scomparire oppure continuare a circolare.

 

11. Perché alcune persone sembrano essere più vulnerabili agli effetti del coronavirus?

Gli studi epidemiologici condotti finora (e che, lo ricordiamo, sono in costante aggiornamento e basati ancora su numeri piuttosto ristretti) sembrano suggerire una maggiore vulnerabilità in alcuni gruppi di persone. Le persone anziane, con patologie croniche o immunocompromesse sono, proprio come nel caso dell’influenza, le più a rischio. Ma nel caso dell’infezione da coronavirus potrebbero entrare in gioco anche altri fattori, come dimostrato dal fatto che, sporadicamente, anche giovani adulti in salute possono sviluppare gravi sintomi respiratori e polmoniti. Inoltre, sebbene uomini e donne contraggano l’infezione con uguale probabilità, alcuni studi (in riferimento anche alla passata epidemia di SARS) sembrano suggerire che un peggioramento dei sintomi si riscontri soprattutto negli uomini. Queste osservazioni potrebbero dipendere da fattori ambientali e comportamentali (come l’abitudine al fumo, mediamente più diffusa tra i maschi) o genetici (per un eventuale effetto protettivo degli estrogeni). Un dato interessante emerge da un’analisi pubblicata in questi giorni sulla rivista Nature e riguarda il recettore ACE-2, ritenuto responsabile dell’ingresso nel corpo umano sia del virus SARS-CoV-2 sia di quello della SARS. Il gene che codifica per il recettore ACE-2 si trova sul cromosoma X; nel caso in cui un polimorfismo in particolare sia responsabile di un’aumentata vulnerabilità all’infezione, le donne eterozigoti potrebbero essere più protette, perché presentano due copie del gene, anziché una sola come avviene nei maschi.
Ricordiamo che quelli citati rappresentano dati preliminari che richiederanno, per essere confermati, casistiche più ampie e statisticamente rilevanti, abbinate a valutazioni prolungate nel tempo. Per accelerare la raccolta di informazioni, il 31 gennaio di quest’anno, subito dopo che la COVID-19 è stata riconosciuta dall’OMS come un’emergenza sanitaria pubblica di interesse globale, 94 riviste accademiche, società, istituti e aziende del settore biomedico, si sono impegnate a rendere liberamente disponibili studi e dati sulla malattia, almeno per la durata dell’epidemia attualmente in corso.

 

12. A che punto è la ricerca di un vaccino contro il virus SARS-CoV-2?

Al momento non sono disponibili vaccini contro nessuno dei coronavirus che infettano gli esseri umani. Dall’esordio della SARS nel 2003 sono stati fatti numerosi tentativi per mettere a punto un vaccino efficace, sia ricorrendo a virus inattivati sia cercando di sviluppare vaccini ricombinanti. Nel primo caso gli studi sono stati ostacolati dalla pericolosità del virus della SARS, la cui alta infettività costituisce un grande problema per la sicurezza degli operatori che devono maneggiarlo e impone misure di sicurezza che rallentano l’intera filiera di sviluppo. In casi simili è senz’altro più agevole ricorrere a vaccini ricombinanti, in cui non viene maneggiato il virus ma solo l’antigene verso cui si intente scatenare la risposta immunitaria. I test negli animali hanno dimostrato la sicurezza di questi vaccini, ma fino ad ora nessuno di essi era stato ancora sperimentato negli esseri umani.

Nelle ultime settimane, la diffusione della pandemia di COVID-19 ha riportato in cima alla lista delle priorità la necessità di un vaccino anti-coronavirus. In anticipo su quanto inizialmente annunciato, lunedì 16 marzo i National Institutes of Health (NIH) hanno ufficialmente avviato la sperimentazione del primo vaccino anti-SARS-CoV-2 sviluppato dall’azienda statunitense Moderna, già impegnata in passato negli studi per un vaccino contro il coronavirus che causa la MERS. Il vaccino sperimentale, denominato mRNA-1273, induce le cellule dell’organismo a esprimere una proteina virale che si spera possa attivare una risposta immunitaria specifica ed efficace contro il virus SARS-CoV-2. I test preliminari nei modelli animali hanno dato risultati promettenti e l’NIH è ora pronto a passare alla sperimentazione di fase 1, che arruolerà 45 volontari adulti e sani per circa sei settimane. Lo scopo di questa fase di sperimentazione, la prima di una lunga serie, è duplice: testare la sicurezza del vaccino sperimentale in diversi dosaggi e verificare la sua capacità di attivare le difese immunitarie.

I risultati di questa prima fase di sperimentazione dovrebbero essere disponibili entro tre mesi circa e, se i risultati si dimostrano promettenti, si procederà con l’arruolamento di un maggior numero di partecipanti (centinaia o migliaia) per ampliare la casistica e valutare meglio la sicurezza del vaccino e la sua capacità di indurre una risposta immunitaria specifica contro il coronavirus che causa la COVID-19. È importante ricordare che, anche qualora la sperimentazione procedesse senza intoppi, un vaccino specifico contro il coronavirus non sarà disponibile al pubblico prima di 12-18 mesi: i tempi della sperimentazione non possono infatti essere compressi perché i test clinici necessari a valutare la sicurezza e l’efficacia di un vaccino (così come di qualsiasi altro farmaco) richiedono tempo.

Un vaccino efficace, anche se difficilmente impiegabile per l’attuale pandemia, sarà comunque fondamentale per evitare epidemie future. Anche nel caso in cui il virus responsabile della COVID-19 mutasse, l’esperienza accumulata nel corso delle attuali sperimentazioni potrebbe essere utilizzata in futuro per accelerare la produzione di vaccini “aggiornati” in grado di ostacolare le versioni mutate del virus, proprio come accade con i vaccini messi a punto ogni anno per contrastare l’influenza stagionale.

13. Con quali farmaci si può curare l’infezione da SARS-CoV-2?

A complicare la gestione dell’epidemia di COVID-19 non è solo la mancanza di un vaccino ma anche di farmaci attivi contro i coronavirus. Il diffondersi dell’epidemia ha accelerato la ricerca in questo settore ma al momento non esistono farmaci specifici. Le infezioni da coronavirus vengono quindi trattate con antivirali attivi contro i virus a RNA in generale, interferone-alfa per stimolare la risposta immunitaria e farmaci antinfiammatori per sostenere le funzioni vitali dei pazienti colpiti.

Accanto a queste terapie aspecifiche, da qualche settimana stanno emergendo i risultati di alcune forme di drug repositioning (traducibile come “riposizionamento del farmaco”), ovvero di sperimentazioni basate sull’utilizzo di farmaci già esistenti per il trattamento di altre malattie. Per esempio, nel corso dell’attuale epidemia i medici cinesi hanno cercato di alleviare i sintomi dei pazienti con le forme più gravi usando farmaci antivirali per l’HIV o Ebola. Sulla scorta di questi test preliminari, l’OMS ha acconsentito all’avvio di studi clinici per la sperimentazione dei farmaci opinavir, ritonavir e remdisivir in pazienti affetti da COVID-19; i primi risultati sono attesi nelle prossime settimane.
Un secondo esempio di drug repositioning di cui si è parlato molto in questi giorni è dato dal tocilizumab, la cui sperimentazione in Italia è partita da Napoli sull’esempio dei primi test in Cina; i primi risultati sono incoraggianti e il farmaco sarà presto disponibile anche in altri centri della penisola. A differenza dei farmaci antivirali citati in precedenza, il tocilizumab non agisce come anti-virale ma interviene sul versante della risposta immunitaria; normalmente, il tocilizumab è infatti usato come inibitore del sistema immunitario nel trattamento dell’artrite reumatoide.
Perché usare un immunosoppressore quando l’obiettivo dovrebbe essere quello di potenziare le difese immunitarie delle persone infettate dal virus SARS-CoV-2? Per rispondere è necessario concentrare l’attenzione sul gruppo di pazienti che sviluppa i sintomi più gravi: in molti di essi i medici hanno infatti riscontrato i segni caratteristici della cosiddetta cytokine storm, una vera e propria “tempesta citochinica” (o chitochinemia) caratterizzata dal rilascio massivo di citochine infiammatorie (come l’interleuchina-6 o IL-6). Una volta innescata, questa sindrome colpisce diversi organi, impedendone la normale funzione; l’insufficienza multi-organo può essere fatale. In un quadro clinico di questo tipo, spegnere la risposta immunitaria e lo tsunami di citochine che investe l’organismo può quindi rivelarsi una mossa vincente, per quanto controintuitiva. Il tocilizumab è un anticorpo monoclonale che blocca il recettore per l’IL-6 e la sua azione potrebbe aiutare a spegnere la tempesta citochinica nei pazienti affetti da COVID-19.

Un’ulteriore strategia terapeutica è data dalla sieroterapia, ovvero dalla possibilità di isolare dal siero di persone convalescenti gli anticorpi anti-SARS-Cov-2 e di inocularli a persone già infettate o a rischio di contrarre la malattia. Questa procedura è già usata nella pratica clinica per altre malattie, per esempio nella profilassi della rabbia.
La sieroterapia è una forma di immunizzazione “passiva”, basata sul trasferimento delle difese immunitarie da una persona convalescente a un’altra; è una procedura che conferisce una protezione immunitaria molto rapida che, pur non essendo duratura, permette in alcuni casi di evitare l’infezione in persone esposte a un rischio certo o di mitigare i sintomi della malattia. Per la sieroterapia si parla di immunizzazione “passiva” per distinguerla dalle normali procedure di vaccinazione, che costituiscono invece forme di immunizzazione “attiva”, in cui il sistema immunitario di una persona viene stimolato per attivare difese che conferiscono una protezione più duratura.
Il siero di persone convalescenti da COVID-19 potrebbe essere usato sia per la profilassi dell’infezione che per il trattamento della malattia. Nel primo caso, la sieroterapia agisce come un surrogato del vaccino e, in tempi molto rapidi, può prevenire l’infezione e la malattia nelle persone più a rischio di contrarla, come gli operatori sanitari. Nelle persone già infettate, il siero potrebbe invece essere usato a scopo terapeutico per ridurre i sintomi e la mortalità. Quest’ultima applicazione è stata testata in Cina nei mesi scorsi, durante l’epidemia in corso; il numero di persone trattate in questo modo è piuttosto ridotto, ma i primi risultati suggeriscono che la somministrazione di siero è sicura e aiuta a ridurre la carica virale.

Nonostante questi dati incoraggianti, non bisogna dimenticare che la sieroterapia e il drug repositioning sono strategie terapeutiche di emergenza, che non possono sopperire del tutto alla mancanza di farmaci più specifici. Per questo, molti laboratori in tutto il mondo si stanno dedicando alla ricerca di farmaci anti-virali in grado di interferire direttamente con la replicazione del virus SARS-CoV-2. Una ricerca alla quale chiunque può dare un piccolo contributo anche dal computer di casa: il software Fold.it, basato sui meccanismi di ripiegamento delle proteine (il cosiddetto folding proteico), è una sorta di gioco online che permette di vagliare il potenziale terapeutico di molecole anti-coronavirus. Le soluzioni più promettenti verranno poi valutate e testate presso i laboratori dell’Università di Washington.

 

14. Qual è la situazione attuale nel nostro Paese?

Dopo la chiusura di scuole e Università in tutto il territorio nazionale, entrato in vigore lo scorso 5 marzo, nell’ultima settimana abbiamo assistito a tre ulteriori giri di vite delle misure di contenimento, il cui scopo è quello di rallentare un’infezione che ormai, seppure con percentuali di diffusione diversificate, interessa tutto il nostro Paese.

  • Il primo passo è stato fatto nella serata di sabato 7 marzo, quando il governo italiano ha emesso un decreto per estendere a tutta la Lombardia e ad altre 14 province del Nord molti dei divieti già in vigore nella precedente “zona rossa” (che, nella prima fase dell’emergenza, interessavano 10 comuni in Lombardia e un comune in Veneto).
  • Nell’arco di appena 48 ore, il governo ha poi deciso di estendere le misure precauzionali a tutto il Paese e nella serata di lunedì 9 marzo il Premier Giuseppe Conte ha comunicato in conferenza stampa il contenuto del Dpcm nominato «Io resto a casa»: dalla mezzanotte del 10 marzo e fino al 3 aprile, in tutta Italia sono in vigore misure restrittive che limitano i contatti, gli assembramenti e gli spostamenti sul territorio nazionale.
  • Infine, nella serata di ieri, martedì 11 marzo, è giunto un ultimo aggiornamento: il Premier Conte ha comunicato la chiusura di locali e negozi su tutto il territorio, con alcune eccezioni, come farmacie e negozi di alimentari. Il provvedimento entra in vigore già da oggi, 12 marzo, e rimarrà valido fino al 25 marzo; il Premier ha infatti spiegato che sarà necessario aspettare almeno 15 giorni perché queste restrizioni inizino a dare i risultati sperati.

Come le misure eccezionali adottate nei precedenti Dpcm, anche in questo caso lo scopo è di limitare i casi di coronavirus ed evitare un’impennata improvvisa delle persone infette. Anche se solo una piccola percentuale di persone infettate svilupperà sintomi gravi tali da richiedere il ricovero in terapia intensiva, se il numero totale di infetti aumenta vertiginosamente, allora potrebbe diventare impegnativo gestire in modo adeguato i pazienti che hanno bisogno di ricovero ospedaliero e rianimazione, soprattutto in un periodo dell’anno in cui le strutture ospedaliere sono già impegnate a far fronte ai numerosi casi di influenza stagionale.

Per la rapidità con cui sta evolvendo la situazione, consigliamo di consultare i seguenti siti per un aggiornamento in tempo reale:

Per informazioni specifiche su situazioni territoriali o personali, rimandiamo ai servizi messi a disposizione dal Ministero della Salute:

 

15.Quali sono le cause dell’alto tasso di letalità in Italia?

Nei giorni scorsi il numero di decessi associati al coronavirus in Italia ha superato quello della Cina. Questo alto tasso di letalità nel nostro Paese è uno dei grandi punti interrogativi di questa emergenza. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il tasso di letalità attuale in tutta la popolazione è del 9,9% (dati del 28 marzo); anche se non mancano esempi anche tra i giovani adulti, la maggior parte dei decessi è concentrata nelle fasce d’età sopra i 70 anni. Tra le possibili cause dell’alta letalità del virus ci può quindi essere il fatto che il nostro Paese ha una popolazione molto anziana; con l’aumentare dell’età, aumenta la probabilità che una persona abbia anche altre malattie (come malattie cardiovascolari, ipertensione o diabete), che in presenza del virus possono accelerare il deterioramento della salute. Rispetto alla Cina, che ha una popolazione più giovane e in cui il tasso di letalità pare essersi attestato intorno al 3%, le differenze demografiche potrebbero quindi giocare un ruolo importante nel guidare il corso dell’epidemia.
A destare preoccupazione sono però anche le differenze regionali che osserviamo nella distribuzione della letalità: le regioni del Nord sembrano essere particolarmente colpite, con tassi di letalità superiori alla media nazionale (in Lombardia supera il 12%). Alcuni suggeriscono che questo discrepanza potrebbe dipendere dal fatto che la Lombardia, insieme al Veneto, è stata la sede di uno dei primi focolai italiani e che quindi questa regione si trovi ad uno stadio più avanzato dell’epidemia. Questo ragionamento richiede una precisazione: il tasso di letalità è una percentuale calcolata sul totale dei casi positivi e dovrebbe quindi rimanere più o meno costante nel tempo, tuttavia va anche considerato il tempo di progressione dei diversi casi. Non tutti i decessi avvengono subito ma possono rappresentare il termine di un aggravamento che può richiedere anche diversi giorni; di conseguenza, maggiore è il tempo in cui il virus è in circolazione, maggiore può essere l’accumulo di casi critici e quindi di decessi. Tuttavia, un simile incremento della letalità ha probabilmente un’altra causa: il fatto che il numero di persone attualmente positive sia in realtà di gran lunga superiore a quello rilevato. Si sta facendo strada l’idea che anche persone asintomatiche e con sintomi lievi possano aver contratto il virus: questo rende molto difficile tenere traccia della reale percentuale di casi positivi e i numeri che abbiamo oggi a disposizione potrebbero essere una sottostima. Se questa ipotesi venisse confermata, è probabile che il numero di decessi registrato in Lombardia in questi giorni debba essere rapportato a un numero molto più elevato di casi positivi totali, il che potrebbe riportare il tasso di letalità ai valori nazionali.
Non sono però da escludere anche altri fattori che possono aver contribuito a peggiorare la situazione in Italia. Tra le cause plausibili, ma da dimostrare, sono state citate alcune dinamiche intrinseche alla società italiana, come il fatto che nel nostro Paese i bambini e i giovani adulti vivono a stretto contatto con i “nonni” e questo potrebbe aver favorito la trasmissione del virus dalla porzione di popolazione più resistente agli effetti del virus (al punto da essere forse contagiosa anche da asintomatica) alla frazione più fragile, quella degli anziani. Un’altra ipotesi degna di approfondimenti riguarda una possibile correlazione con l’inquinamento atmosferico, particolarmente elevato in tutta la Pianura Padana. Secondo uno studio preliminare, un’alta percentuale di particolato atmosferico potrebbe prolungare la permanenza nell’aria del virus e veicolarlo più facilmente, anche se si tratta di una teoria basata su analisi correlative che necessita di conferme sperimentali precise. Inoltre, è importante sottolineare che la distanza di trasmissione del virus è breve e non necessita di carrier (ovvero di particolato atmosferico), mentre la trasmissione a lunga distanza non è mai stata confermata. L’inquinamento atmosferico potrebbe però contribuire anche in un altro modo: l’inquinamento può infatti però essere un cofattore di patologie più o meno croniche e/o di stati infiammatori che potrebbero rendere l’ospite più suscettibile all’infezione.
Queste ipotesi andranno valutate alla luce di studi epidemiologici approfonditi che tengano conto anche di altri fattori: per esempio, la Lombardia è uno dei centri nevralgici dell’economia del Paese e questo può aver favorito un maggiore transito di persone, con conseguente aumento della diffusione del virus. È quindi probabile che la causa non sia una sola, ed è importante analizzare tutte le sfaccettature di questa situazione per capire qual è l’impatto che le nostre abitudini di vita possono avere sull’ambiente e sulla propagazione di una epidemia.
Da scartare è invece l’ipotesi che il virus in Italia sia più virulento di quello cinese: le analisi genetiche condotte fino a questo momento non hanno rilevato alcuna mutazione in grado di giustificare un aumento dell’aggressività del virus.

Per quanto riguarda la situazione degli altri Paesi, finora il nostro termine di paragone è stato la Cina, Paese in cui il tasso di letalità sembra essere minore rispetto a quanto stiamo riscontrando in Italia. Questa divergenza potrebbe dipendere dall’età media della popolazione, che è superiore nel nostro Paese, ma anche dal fatto che i dati provenienti dalla Cina potrebbero essere ancora parziali e forse non riflettono il reale numero di decessi riconducibili all’infezione. In ogni caso, per calcolare il reale tasso di letalità in Italia (e negli altri Paesi) l’unico modo è valutare il totale delle persone infettate dal nuovo coronavirus: il numero degli infettati in Italia potrebbe essere infatti anche il doppio o il triplo rispetto a quanto registrato finora. Se così fosse, il numero di decessi, per quanto sia purtroppo molto alto, risulterebbe “spalmato” su un bacino di persone infette totali molto più ampio; di conseguenza, il tasso di letalità potrebbe avvicinarsi a quello cinese.

Nel frattempo sarà utile monitorare quanto accadrà nel resto del mondo: in molti Paesi europei, ma anche negli Stati Uniti e in Brasile, l’epidemia sta progredendo rapidamente e non si può escludere che il tasso di letalità registrato in questi Paesi possa pareggiare quello riscontrato in Italia. Prima di considerare l’Italia un caso a parte nel panorama mondiale, è quindi necessario monitorare l’evoluzione dell’epidemia anche negli altri Paesi e attendere un eventuale aggiornamento dei dati provenienti dalla Cina.

 

16. Come stanno affrontando l’emergenza gli altri Paesi?

Dopo la dichiarazione di pandemia da parte dell’OMS, ufficializzata l’11 marzo scorso, questa settimana anche i dati confermano la diffusione del virus a livello globale. Il 16 marzo, il numero di persone infettate (87000) e il numero di morti (3241) da coronavirus nel mondo hanno superato quelli registrati in Cina fino a questo momento (81000 e 3208, rispettivamente). L’Italia rimane, al momento, il Paese più colpito dopo la Cina, ma il numero di casi sta crescendo rapidamente anche nel resto d’Europa e nel corso dell’ultima settimana Francia, Germania, Spagna e Regno Unito hanno visto aumentare il numero di infetti e di morti da coronavirus, secondo un trend che potrebbe replicare quanto già stiamo vedendo in Italia dalla fine di febbraio.
Anche se con una certa inerzia, su cui lo stesso direttore generale dell’OMS ha puntato il dito nei giorni scorsi, diversi Paesi in Europa e nel mondo stanno implementando le misure di contenimento sul “modello italiano”, come i media iniziano a chiamarlo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha comunicato ieri al Paese 15 giorni di confinamento; anche il primo ministro inglese Boris Johnson, che nei giorni scorsi era stato al centro di polemiche per avere invocato l’immunità di gregge come soluzione alla crisi, oggi ha fatto retromarcia e, di fronte a un’epidemia che potrebbe durare mesi, ha caldeggiato una restrizione dei contatti e degli spostamenti anche nel Regno Unito. Inoltre, dalle ore 12 di oggi, 17 marzo, l’Unione Europea chiuderà le frontiere esterne (ma non quelle interne) per un mese, per limitare il più possibile la circolazione del virus.
La limitazione degli spostamenti è una misura indispensabile per togliere benzina alla pandemia e dare ossigeno ai sistemi sanitari dei Paesi coinvolti, ma da sola potrebbe non essere sufficiente a estinguere di tutto la pandemia. A sottolineare questo aspetto è stato lo stesso direttore generale dell’OMS, che, nel suo comunicato del 16 marzo, ha indicato la strada che tutti i Paesi dovrebbero attuare: testare il più possibile la popolazione e isolare le persone che risultano infette. Una misura indispensabile se, come inizia a emergere, la percentuale di infetti è molto superiore a quella delle persone con sintomi evidenti. «Non possiamo estinguere un incendio se siamo bendati. E non possiamo combattere questa infezione se non sappiamo chi è infetto», ha dichiarato Ghebreyesus, aggiungendo che il messaggio dell’OMS per tutti i Paesi è molto semplice: testare, testare, testare. E isolare tutte le persone che risultano infette.
In molto Paesi, incluso il nostro, fino ad oggi l’indicazione era quella di sottoporre a tampone solo le persone che manifestano sintomi evidenti, come febbre e tosse: una strategia guidata anche dalla necessità di ottimizzare le risorse in un momento tanto critico, ma che potrebbe rivelarsi inadeguata sul lungo periodo. Il modello della Corea del Sud, che ha previsto fin dall’inizio dell’epidemia uno screening a tappeto della popolazione, potrebbe diventare un nuovo punto di riferimento nella lotta al coronavirus.

 

17. Che cos’è l’immunità di gregge e come funziona?

Nei giorni scorsi un dibattito molto accesso ha accompagnato quella che sembrava configurarsi come la strategia inglese contro il coronavirus: lasciare che gran parte della popolazione contragga l’infezione per sviluppare un’immunità naturale contro il virus, in modo da garantire la cosiddetta immunità di gregge (herd immunity, in inglese). Il concetto alla base dell’immunità di gregge è che, se molte persone si immunizzano, sarà statisticamente meno probabile che il patogeno trovi un ospite da infettare: diminuendo le possibilità che un virus si trasmetta da una persona all’altra, si può mandare in corto circuito il suo ciclo infettivo e arginare così l’infezione a pochi casi saltuari o estinguerla del tutto. Perché l’immunità di gregge funzioni, è però importante che gran parte della popolazione sviluppi un’immunità specifica contro il virus; la percentuale necessaria varia a seconda del patogeno, ma in molti casi la copertura deve raggiungere circa il 95% della popolazione.
L’immunità si può acquisire in due modi: venendo a diretto contatto con il patogeno (infezione naturale) oppure tramite un vaccino. Nel primo caso, l’incontro con il patogeno scatena la sintomatologia associata a quell’infezione può esporre le persone infettate a gravi complicanze. Il vaccino simula invece l’incontro con il patogeno, stimolando il sistema immunitario delle persone con appositi antigeni che però non causano la malattia: in sostanza, dopo il vaccino la persona diventa immune come se avesse contratto la malattia, ma senza essersi realmente ammalata.
Il concetto di immunità di gregge è quindi fondamentale per arginare un’epidemia, ma la via dell’infezione naturale comporta rischi troppo alti per la popolazione e difficilmente prevedibili, soprattutto per un patogeno come il coronavirus di cui ignoriamo ancora molte caratteristiche. A questo si aggiunge il fatto che ancora non sappiamo se questa epidemia da coronavirus si estinguerà nel corso di questi mesi o se il virus continuerà a circolare, magari andando incontro a mutazioni che daranno origine a epidemie stagionali come quelle dell’influenza. Se questo fosse il caso, una persona che contrae oggi il coronavirus e guarisce potrebbe comunque essere infettata nuovamente in futuro. La strategia per creare un’immunità di gregge rinnovabile nel tempo e che limiti i rischi per la popolazione rimane dunque quella basata su un vaccino specifico. Al momento nessun vaccino è disponibile per l’attuale epidemia, ma gli sforzi fatti ora sono un investimento sul futuro; sia che questo stesso virus continui a circolare per mesi sia che muti dando origine a nuovi ceppi, i protocolli vaccinali messi a punto e testati ora costituiranno un prezioso salvagente anche per gli anni a venire.

Nell’articolo dell’Aula di Scienze “Il male non colpisce mai due volte – Come funzionano i vaccini” puoi approfondire il principio alla base dell’immunità di gregge.

18. Come evolverà l’emergenza coronavirus?

Allo stato attuale, è ancora difficile prevedere quale strada seguirà l’epidemia: con l’entrata in vigore del Dpcm emanato nella serata dell’11 marzo, le autorità sanitarie sperano di rallentare la diffusione del contagio entro i prossimi 15 giorni: questo l’arco temporale entro cui le misure di contenimento dovrebbero mostrare se sono state efficaci o meno. Non c’è dubbio, tuttavia, che la COVID-19 sia ormai in rapida diffusione in diversi Paesi europei e nel resto del mondo. Nel pomeriggio dell’11 marzo 2020 l’OMS ha dichiarato ufficialmente la COVID-19 una pandemia, ovvero un’infezione che si diffonde rapidamente in diverse regioni del mondo. Da pochi giorni il numero di individui positivi al coronavirus ha infatti raggiunto quota 10000 casi in Italia (nella giornata del 9 marzo) e 100000 casi nel mondo.

La dichiarazione dell’OMS non giunge però inattesa. Anche se fino alla settimana scorsa Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’OMS, ricordava che un uso non ponderato della parola “pandemia” avrebbe potuto creare allarmismi, in un comunicato del 9 marzo Ghebreyesus aveva già affermato che il rischio di pandemia si stava facendo sempre più concreto, aggiungendo però che questa può essere «la prima pandemia nella storia che può essere tenuta sotto controllo». Nel suo messaggio, Ghebreyesus ha sottolineato l’importanza di adeguarsi alle misure di contenimento e di agire in anticipo sulla diffusione del virus. E se, da un lato, tutti i Paesi devono avere come obiettivo primario quello di fermare la trasmissione e prevenire l’ulteriore diffusione del virus, è evidente che ogni Paese deve affrontare questa epidemia in funzione della propria situazione. Di tutti i casi al momento riportati, circa il 93% è concentrato infatti in soli quattro Paesi, cioè la Cina, l’Italia, l’Iran e la Corea del Sud.

L’OMS ha di recente pubblicato in un report i risultati della missione compiuta dagli operatori OMS in Cina; i dati riportati saranno di grande aiuto per capire come gestire al meglio il diffondersi dell’epidemia negli altri Paesi. È di questi giorni la notizia che il numero di nuovi casi positivi in Cina, il cui totale ammonta a oltre 80000, sia ora dell’ordine di poche decine al giorno e per lo più concentrati nella regione dello Hubei, focolaio dell’infezione. Se persistente nel tempo, questo miglioramento confermerebbe che le ferree misure di contenimento messe in campo dal governo cinese hanno funzionato e sono un valido mezzo per rallentare e azzerare i nuovi casi.

 

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Commenti [24]

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  1. federico barbarossa

    Un articolo interessante che farò leggere e discuterò con i miei studenti del quarto anno dell’indirizzio biotecnologie sanitarie.
    Grazie

    Rispondi

  2. Luciano Pipino

    Molto interessante. Da condividere e commentare con i miei studenti del secondo biennio e quinto anno dell’indirizzo liceoscientifico con indirizzo motorio e sportivo.
    Grazie

    Rispondi

  3. Rosaria Barbagallo

    Articolo molto interessante e di facile comprensione.

    Rispondi

  4. Rosalia

    Molto utile. Grazie

    Rispondi

  5. Elena

    L’articolo è interessante e completo di informazioni. Tuttavia mi sembra piuttosto riduttivo colpevolizzare le consuetudini dei cinesi (mercato di animali vivi, ecc.) come causa principale e scatenante della contaminazione. Credo che sia più corretto considerare l’insieme delle condizioni che concorrono all’insorgenza di un’epidemia.

    Intendo condividere l’articolo con gli studenti del 4° e 5° anno del tecnico agrario

    Rispondi

  6. Grazia Dolente

    Un articolo interessantissimo e abbastanza ricco di utili informazioni.
    Lo condividerò con i miei alunni del triennio del liceo scientifico e classico.
    Grazie

    Rispondi

  7. Nello

    Grazie…molto interessante ed esaustivo.

    Rispondi

  8. Paola Danesi

    …molto molto interessante e di facile lettura.
    Appena riapriranno le scuole lo voglio condividere con tutte le mie tre classi della scuola secondaria di I grado.
    Grazie

    Rispondi

  9. Paola D.

    …molto molto interessante e di facile lettura. Lo posso condividere tranquillamente con le mie tre classi della scuola secondaria di I grado.
    Grazie

    Rispondi

  10. Vincenzo Patti

    Ottima la leggibilità dell’articolo e molto interessante il contenuto.

    Rispondi

  11. Margherita

    Molto interessante

    Rispondi

  12. Giuseppe De Pascale

    Articolo interessantissimo, molto affascinante e molto chiaro sulla situazione attuale…complimenti all’autore a all’intervistato

    Rispondi

  13. Gigliola

    L’articolo è chiaro e fruibile anche per gli studenti più giovani

    Rispondi

  14. Sabina

    Articolo ben fatto, utile, scientificamente corretto e di facile comprensione.

    Rispondi

  15. Michele Dinoia

    Paradossale, se. Bra quasi un film. È una situazione talmente assurda che è difficile da credere.

    Rispondi

  16. CARMELA FRISENDA

    UTILISSIMI, soprattutto per chi insegna le DISCIPLINE SANITARIE
    GRAZIE

    Rispondi

  17. Elio Catalini

    L’articolo è interessante e ben strutturato, l’ho utilizzato per lezioni in videoconferenza con i miei studenti nelle quinte classi del liceo, dove stiamo trattando le biotecnologie. Concretizza e attualizza la disciplina restituendone l’importanza che merita.
    Grazie

    Rispondi

  18. Fiorella Macera

    Grazie al Prof. Maga per l’efficace punto della situazione con la consueta precisione e chiarezza. Utilizzerò l’articolo nella didattica a distanza con i miei allievi per far capire, riflettere e adottare con più consapevolezza i comportamenti più adeguati ad impedire il diffondersi dell’infezione che ci sono richiesti.

    Rispondi

  19. Luca Spinelli

    Buongiorno. Riscontro problemi nello scaricamento della lezione in formato pdf. Una volta terminato il file è vuoto. Solo io riscontro questo problema? Grazie, un saluto
    Luca Spinelli

    Rispondi

    • Elena Bacchilega

      Buongiorno, il problema è stato risolto; se proverà scaricare il pdf dovrebbe aprirsi correttamente.
      Grazie per la segnalazione, utilissima.

      Rispondi

  20. Patrizia

    Chiaro, condividerò l’articolo con gli alunni

    Rispondi

  21. silvia

    Un articolo valido ai fini della DIDATTICA A DISTANZA poiché completo, di facile comprensione ed occasione di discussione collettiva.ottimo lavoro

    Rispondi

  22. Nelida Bonaccorsi

    Sono un’insegnante di scienze e continuo a seguire con interesse i chiari aggiornamenti del prof. Maga (anche la sua conferenza del 4 marzo) e a divulgarli fra i miei studenti.
    Non trovo risposta a domande che mi assillano: come mai tanti giovani sono colpiti in modo pesante dal virus? Ovvero, da cosa dipende questa elevata letalità nelle fasce inferiori di età, poiché sembra quasi che l’età non sia poi così discriminante …
    La risposta all’infezione va ricercata solo in differenze genetiche fondamentali oppure a risposte più o meno ampie di natura infiammatoria? Il polimorfismo del recettore codificato dal cromosoma X ha qualche attinenza con il fatto che il virus possa infettare in modo maggiore talune cellule, a prescindere dall’età del soggetto?

    Ringrazio il professor Maga per l’attenzione.

    Rispondi

    • Lara Rossi Autore articolo

      Gentile Professoressa,
      grazie mille per il suo commento e le domande, alle quali cerco di rispondere con ordine qui di seguito.

      Elevata letalità: in base a quanto osservato fino a questo momento, possiamo dire che non ci sono fasce d’età immuni all’infezione da coronavirus. Tuttavia, se è vero che anche bambini, adolescenti e giovani adulti possono contrarre l’infezione, i dati divulgati dall’ISS mostrano chiaramente che le complicanze più gravi continuano a riscontrarsi nelle fascia d’età dai 70 anni in su e in presenza di altre malattie. Se prendiamo i dati aggiornati al 30 marzo dell’ISS, il tasso di letalità medio nel nostro Paese è del 10,6%; guardando però alle diverse fasce d’età, possiamo vedere differenze significative: da 0 a 59 anni, il tasso di letalità varia da 0 al 2%, nella fascia d’età 50-59 sale al 7,1% e poi si impenna dai 70 anni in su, variando dal 19,8% fino al 28,3%. A questo link può consultare i dati aggiornati al 30 marzo: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Infografica_30marzo%20ITA.pdf

      Per quanto riguarda la risposta all’infezione, la risposta infiammatoria può contribuire all’aggravamento dei sintomi. La cosiddetta “tempesta di citochine” è una risposta difensiva che però si ritorce contro l’organismo stesso, causando edema polmonare e insufficienza respiratoria. Per far fronte a questi casi, si stanno sperimentando farmaci con azione immunoregolatoria, il cui obiettivo è quello di smorzare la “tempesta di citochine”.

      Ad aggravare i sintomi contribuiscono, probabilmente, anche differenze genetiche, per esempio quella che lei ricordava relativa al polimorfismo del recettore codificato dal cromosoma X. Questi fattori genetici potrebbero in parte spiegare le differenze osservate tra uomini e donne, ma qui siamo ancora nel campo delle ipotesi: non ci sono ancora studi ancora sufficientemente ampi per dare una risposta a questo quesito.

      Rispondi