Tutto è connesso: lo stretto rapporto tra pandemia, ambiente e società

SPECIALE CORONAVIRUS

Dopo lo spaesamento dei primi giorni di epidemia in Italia, nelle settimane di marzo le voci di alcuni scienziati e media si sono concentrate sulla relazione tra il virus SARS-CoV-2 e l’ambiente in cui viviamo. Sono così emerse alcune ipotesi che, se confermate, ci potrebbero aiutare a capire come prevenire la prossima epidemia, come far ripartire l’economia e la società in modo sostenibile per tutti, e persino come imparare da questa tragedia a rispondere efficacemente all’emergenza climatica in atto.

 

Origine del virus

La collaborazione tra virologi, ecologi e climatologi ha dimostrato già da alcuni anni che un utilizzo insostenibile del territorio aumenta il pericolo di diffusione delle zoonosi, cioè le malattie virali o batteriche dannose per l’uomo e provenienti da altre specie animali. Le zoonosi conosciute sono molto numerose – oltre 200 secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – e il loro studio costituisce uno dei settori di maggior interesse della medicina umana e veterinaria. Sono zoonosi la rabbia, la leptospirosi, l’antrace, la SARS, la MERS, la febbre gialla, la dengue, Ebola, HIV, Chikungunya e i Coronavirus, ma anche la più diffusa influenza.

Un esemplare femmina di Aedes albopictus (Immagine: Wikimedia Commons).

Il 75% delle malattie umane finora conosciute derivano da animali e il 60% delle malattie emergenti sono state trasmesse da animali selvatici. Le popolazioni di animali selvatici sono spesso, infatti, “serbatoi” di virus e batteri con i quali hanno imparato a convivere, avendo evoluto nel tempo una capacità di resistenza fisiologica o immunità alle patologie causate da questi agenti. La deforestazione delle aree tropicali (5 milioni di ettari di foreste vengono eliminati ogni anno solo in questa zona della Terra) e la rapida diffusione delle attività umane (agricoltura, estrazione di minerali, allevamento, urbanizzazione) in territori prima dominati dagli alberi, e dalle specie animali a loro legate, aumenta le probabilità di contatto tra l’uomo e le popolazioni animali “serbatoio”.

La distruzione o il degrado dell’habitat forestale di una specie può per esempio spingerla ad avvicinarsi alle città, frequentando parchi e giardini come “sostituti” dell’habitat naturale ormai perduto. È quello che si è verificato per il virus Ebola in Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo e Gabon, del quale sono stati vettori pipistrelli e scimpanzé spinti a frequentare le aree urbane in seguito alla perdita del loto habitat naturale.

Talvolta è invece il cambiamento climatico a facilitare la diffusione di virus e batteri zoonotici in territori precedentemente non interessati da queste malattie: è il caso del virus zika, trasmesso dalla puntura di una zanzara del genere Aedes il cui habitat, un tempo limitato a una stretta fascia intorno al tropico, si sta velocemente espandendo verso nord a causa dell’aumento delle temperature e dell’umidità atmosferica. La deforestazione comunque è corresponsabile anche in questo caso: alcuni studi hanno dimostrato che foreste degradate dal prelievo eccessivo di alberi ospitano con maggiore facilità pozze d’acqua ferma nelle quali si accumula l’acqua piovana, non più “bloccata” dalle chiome della foresta: un terreno di coltura ideale proprio per le larve delle zanzare.

Anche il commercio di specie selvatiche può causare il diretto contatto con parti di animali ed esporre l’uomo al contatto con virus o altri agenti patogeni di cui quell’animale può essere un ospite, attraverso lo scambio di liquidi. È lo spillover (salto di specie): il virus o batterio passa a infettare l’uomo, che non è dotato delle difese immunitarie adeguate a contrastarlo. Questo processo si è già verificato molte volte nella storia recente: i virus dell’AIDS (che si è adattato all’uomo a partire dalla variante presente nelle scimmie delle foreste dell’Africa Centrale), della SARS, della MERS, dell’influenza suina H1N1 e appunto di Ebola hanno tutti una provenienza animale, e per alcuni di essi il ruolo della deforestazione e della frammentazione delle foreste primarie è stato provato con solidità.

Un mercato di polli in Cina (Wikipedia)

Nel caso di SARS-CoV-2, si pensa che la specie serbatoio sia il pipistrello “ferro di cavallo”, in cui già nel 2015 un Coronavirus simile a quello attualmente in circolo era stato identificato da un team di ricercatori statunitensi e cinesi. Questi pipistrelli sono ampiamente diffusi nella Cina meridionale e in tutta l’Asia, il Medio Oriente, l’Africa e l’Europa, e sono tra i mammiferi con più “familiarità” con i virus, probabilmente a causa della loro abitudine a formare, per il riposo o il letargo, concentrazioni impressionanti (fino a un milione di individui in un solo sito), e per la capacità di volare che li porta a diffondere e contrarre virus su aree molto estese. Il passaggio tra pipistrelli e uomo potrebbe essere avvenuto proprio nel “mercato umido” di Wuhan (dove vengono commercializzati e macellati animali selvatici vivi), eventualmente con l'”assistenza” di una terza specie intermedia – un’ipotesi così prevedibile da essere stata descritta accuratamente da un saggio scientifico (Spillover, di David Quammen) già diversi anni fa, in tempi non sospetti (per i dettagli si può consultare la recensione scritta da Pietro Bassi).

 

Virus e qualità dell’aria: una relazione pericolosa?

Uno dei primi effetti della quarantena, prima in Cina poi nella Pianura Padana, è stata la riduzione del traffico pubblico e privato e il rallentamento o la chiusura di molte attività industriali. Lo stop alle auto ha causato una forte riduzione degli ossidi di azoto, uno degli inquinanti più pericolosi, prodotto proprio dalle automobili e dalle centrali di produzione dell’energia e capace di irritare il nostro apparato respiratorio, provocare bronchiti croniche, asma ed enfisema polmonare.

Secondo Legambiente Lombardia, la riduzione di ossidi di azoto dovuta al contenimento dell’epidemia è compresa tra il 30 e il 40% rispetto alla media del periodo – una riduzione individuata anche dai sensori del satellite Sentinel 5P dell’Agenzia Spaziale Europea. Purtroppo, questo effetto non ha riguardato altri inquinanti altrettanto diffusi come le polveri sottili, che in Pianura Padana vengono prodotte non solo dal traffico, ma anche dagli impianti di riscaldamento (17%), dalle attività agricole e zootecniche (19%) e a quelle industriali (16%, dati ARPA Emilia-Romagna – progetto Prepair): settori che hanno rallentato solo in piccola parte.

Esempi di dati raccolti da Sentinel 5P sulla situazione di alcuni agenti inquinanti dell’aria in Cina (Immagine: Geospatialworld.net).

L’accumulo e il movimento delle polveri sottili, inoltre, dipendono dalle condizioni meteo. Per questi motivi, molte città nel mese di marzo hanno fatto registrare livelli ancora alti di polveri, anche a causa di condizioni meteo che hanno prolungato la loro permanenza (assenza di pioggia, alta pressione) o che hanno addirittura aggiunto alla nostra aria altre polveri di provenienza naturale (come nell’evento straordinario del 28-29 marzo, che ha portato su mezza Italia polveri dai deserti dell’Asia centrale).

In ogni caso, la riduzione di alcuni tipi di inquinanti come effetto del lockdown ha spinto alcuni a concludere che la pandemia di SARS-CoV-2 avrebbe dimostrato quanto sia “semplice” migliorare la qualità dell’aria che respiriamo, o addirittura che avrebbe un effetto netto positivo sulla salute umana, evitando un maggior numero di decessi da inquinamento di quanti ne possa causare come patologia diretta (secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, le morti premature da inquinamento atmosferico in Italia sono 76 000 ogni anno).

Entrambe le conclusioni sembrano però affrettate. Da un lato, occorre tener conto dell’impatto del Coronavirus su tutti i settori della società, in particolare degli impatti indiretti sulle fasce svantaggiate (ammalati, carcerati, persone diversamente abili, persone che necessitano sostegno psicologico, persone senza fissa dimora, donne a rischio di violenza, e i numerosissimi poveri di molti stati del mondo). È probabile che i decessi indiretti dovuti al deterioramento di queste situazioni già al limite, se conteggiati, portino a un bilancio da  COVID-19 molto più grave rispetto alle sole morti da inquinamento. In secondo luogo, è vero che il lockdown ha drasticamente abbassato i livelli di ossidi di azoto, ma bloccare mobilità e attività produttive è una soluzione difficilmente realizzabile sul lungo termine e che non sarebbe accettata da parte della società.

Un’altra ipotesi che sta cercando conferma negli studi scientifici è quella di un possibile ruolo degli inquinanti nell’aumentare la vulnerabilità al  COVID-19. L’OMS ha confermato che i fumatori hanno un rischio almeno doppio di necessitare terapia intensiva in seguito al contagio rispetto ai non fumatori. Per quanto riguarda il legame tra l’inquinamento dell’aria e le infezioni respiratorie, diversi studi nel mondo dimostrano che l’elevata concentrazione di inquinanti atmosferici provoca un aumento nei tassi di ospedalizzazione per patologie respiratorie.

Tra gli inquinanti, il PM2.5 e il PM10 (con diametro medio >2.5 µm e >10 µm rispettivamente), una volta inalati possono depositarsi nelle vie aeree superiori e raggiungere poi i polmoni. Quindi è plausibile ipotizzare che una esposizione cronica a maggiori livelli di inquinamento possa rendere l’organismo meno pronto a rispondere all’infezione, a causa di stati infiammatori polmonari, oppure delle altre patologie debilitative che sono conseguenze provate dell’inquinamento atmosferico (diabete, malattie cardiovascolari) e che sono al tempo stesso fattori di comorbidità noti di  COVID-19.

La concentrazione di PM10 nella Pianura Padana il 14 gennaio 2020 (Fonte: prepAIR – ARPAER).

Uno studio condotto su oltre 3 mila contee americane sembra provare un ruolo del PM2.5 nell’aumentare la mortalità da  COVID-19, anche dopo aver tenuto conto di altri possibili fattori causali come la densità di popolazione, le variabili meteorologiche, l’obesità, il reddito. Secondo i più recenti dati, l’Italia si colloca attualmente al secondo posto in Europa per decessi da PM2.5, e al primo posto per i decessi da biossido di azoto. Vista l’elevata mortalità riscontrata nei siti industriali contaminati, e il recente rapido aumento dei decessi in zone fortemente industrializzate (come quelle di Bergamo e Brescia), direttamente o indirettamente legati a COVID-19, un’ipotesi riguardante il potenziale ruolo dell’inquinamento atmosferico nell’aumento della mortalità sembra plausibile anche per il nostro Paese.

Esiste infine una terza ipotesi, in realtà molto tenue, avanzata tra gli altri da SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale) in un recente comunicato non sottoposto alla peer review, ovvero alla verifica da parte di scienziati anonimi (una procedura di routine nel pubblicare risultati scientifici). Secondo SIMA, il particolato potrebbe essere un vettore del virus, che sarebbe in grado di aderire alle polveri per qualche ora di tempo e quindi sarebbe dotato di una capacità infettiva molto superiore nelle aree a maggior inquinamento atmosferico, potendo “viaggiare a cavallo” delle polveri e non dovendo restare confinato nelle gocce di saliva delle persone infette. Questa ipotesi è sostenuta da un esiguo numero di studi scientifici sul comportamento di altri virus (come il morbillo) e da correlazioni molto dubbie tra il numero di contagiati e la qualità dell’aria nelle due settimane precedenti alle misure in alcune province italiane, scelte in base a criteri poco trasparenti. Anche qui l’ipotesi non è del tutto impossibile, ma per essere confermata ha bisogno di prove molto robuste, che non si basino su una semplice correlazione (da cui non si può evincere un rapporto causa-effetto).

 

La reazione a COVID-19: una lezione di adattamento?

Da più parti si sono sottolineate le apparenti analogie dell’emergenza sanitaria con l’altra emergenza dei nostri tempi, quella climatica. Alcune somiglianze sono evidenti: la scala globale, la necessità di unire comportamenti individuali e politiche statali per risolvere il problema, la minaccia che non fa differenze tra i diversi strati della società – ma che ha nei più deboli il bacino di maggiore vulnerabilità, la corrispondenza apparente di alcune soluzioni come la riduzione dei trasporti e delle attività produttive.

Le due crisi sono anche in parte legate, perché è dimostrato che il cambiamento climatico può facilitare la diffusione delle zoonosi e dei loro vettori animali in territori che non ne erano normalmente interessati (come abbiamo visto nel caso del virus zika). Inoltre, il lockdown sta facendo sperimentare a tutti comportamenti che potrebbero contribuire a mitigare la crisi climatica, come il ricorso al telelavoro o la riduzione dei consumi di beni “non essenziali”.

Le somiglianze però sembrano terminare qui. Infatti, il cambiamento climatico è un problema di difficile soluzione proprio perché le sue conseguenze non vengono percepite come immediate minacce alla salute (nonostante in realtà lo siano). È difficile pensare che le soluzioni messe in atto per rispondere all’emergenza sanitaria siano attuabili ed efficaci anche per la crisi del clima. Non sono attuabili perché difficilmente la società accetterebbe misure draconiane che, per risolvere l’emergenza climatica, dovrebbero essere di lunga durata, praticamente definitive.

E non sono efficaci perché come sta emergendo per la Cina, l’interruzione del 75% delle attività produttive È risultata in una diminuzione delle emissioni di CO2 di appena il 25%. Per di più, la natura “riduttiva” di queste misure sta avendo un impatto sull’economia in modo drammatico, dimostrando che questo genere di emergenze va affrontato con una visione complessiva della società (a partire dal potenziamento del welfare e dell’equità sociale), pena il fallimento.

Infine, ogni effetto accidentalmente positivo per il clima delle misure in atto rischia di essere vanificato dall’effetto di “rimbalzo”: la ripresa dell’economia potrebbe, in molte parti del mondo (compresa l’Italia) tradursi in un allentamento delle norme a tutela dell’ambiente e del clima, che rischiano di essere le prossime “vittime” indirette della pandemia.

 

Uno sguardo al futuro

La natura dell’emergenza in atto e la continua minaccia della crisi climatica ci inducono quindi a ritenere che le uniche soluzioni sostenibili (nel senso di “accettabili” ma anche “durevoli nel tempo”) sono quelle sistematiche. Per limitare il riscaldamento globale non avrebbe senso limitare semplicemente le attività più emissive: sono invece necessarie soluzioni “positive”, che coniughino la riduzione delle emissioni con lo sviluppo umano di tutti i popoli della Terra.

Nel concreto, questo significa compiere una radicale decarbonizzazione della nostra economia, orientando il sistema produttivo, fiscale, economico, finanziario, sociale e politico verso attività compatibili con il mantenimento del clima entro i limiti che favoriscono il benessere umano. E forse è proprio questa l’opportunità più autentica nascosta in questa pandemia. Molte cose dovranno essere ripensate da zero: coglieremo l’occasione per ripensarle in modi nuovi, impostando tutti i settori della nostra società nel senso di una durevole responsabilità climatica e, in ultima analisi, umana?

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Giorgio Vacchiano è ricercatore e docente in Gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano,  membro della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) e dell’Ecological Society of America (ESA), e consigliere dell’Associazione Pro Silva Italia. Nel 2019 ha pubblicato “La resilienza del bosco” (Mondadori).

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