Farmaci e vaccini: come possiamo frenare la pandemia?

SPECIALE CORONAVIRUS

1. Con quali farmaci si può curare l’infezione da SARS-CoV-2?

A complicare la gestione dell’epidemia di COVID-19 concorrono due fattori: l’assenza di un vaccino e la mancanza di farmaci contro i coronavirus. Il diffondersi dell’epidemia ha accelerato la ricerca in questo settore ma al momento non esistono farmaci specifici. Le infezioni da coronavirus vengono quindi trattate con diverse classi di farmaci, tra cui antivirali attivi contro i virus a RNA in generale, interferone-alfa per stimolare la risposta immunitaria e farmaci antinfiammatori per sostenere le funzioni vitali dei pazienti colpiti. Accanto a queste terapie aspecifiche, nel corso dell’epidemia sono state testate alcune forme di drug repositioning (traducibile come “riposizionamento del farmaco”), ovvero di sperimentazioni basate sull’utilizzo di farmaci già esistenti per il trattamento di altre malattie.

Classe Meccanismo d’azione Esempi
Anti-virali Inibiscono il ciclo replicativo del virus Remdisivir
Opinavir
Ritonavir
Immunostimolanti Potenziano la risposta del sistema immunitario e la sua capacità di riconoscere ed eliminare il virus  

Interferoni
Anticorpi monoclonali
Plamsa superimmune per sieroterapia

Immunosoppressori Inibiscono la risposta immuniatria dell’ospite, contrastando gli effetti della “tempesta di citochine” Desametasone e altri corticorsteroidi
Tocilizumab
Anticoagulanti Constrastano i danni vascolari Eparina

Un esempio di riposizionamento si è visto con i farmaci antivirali per l’HIV o Ebola, usati dai medici cinesi per alleviare i sintomi dei pazienti con le forme più gravi. Sulla scorta di questi test preliminari, l’OMS ha acconsentito all’avvio di studi clinici per la sperimentazione dei farmaci opinavir, ritonavir e remdisivir in pazienti affetti da COVID-19. Il remdesivir, che interagisce con il genoma virale mandando in corto-circuito la produzione di nuovi virioni, si è rivelato finora il più promettente, soprattutto nel ridurre la permanenza in ospedale dei pazienti più gravi e accelerare la loro ripresa.
Tra i farmaci inizialmente approvati dall’Agenzia Italiana per il Farmaco (Aifa) per la COVID-19 c’erano anche la clorochina e l’idrossiclorochina. Queste molecole di sintesi mimano la struttura e la funzione della chinina, il principio attivo contenuto nel primo farmaco antimalarico della storia, il chinino. La nuova applicazione di queste molecole nel trattamento dell’infezione da SARS-CoV-2 si basava su alcuni studi del passato, che dimostravano l’efficacia di questa molecola nell’inibire la replicazione dei coronavirus, in particolare del virus responsabile dell’epidemia di SARS del 2003. Inoltre, i risultati di uno studio preliminare, che raccoglieva i dati relativi a più di 100 pazienti cinesi affetti da COVID-19, sembravano indicare che la clorochina migliorasse il decorso della malattia nei pazienti con polmonite da SARS-CoV-2 grazie a un’ipotetica azione antivirale e immunomodulatoria. Tuttavia, i dati raccolti negli ultimi mesi non hanno confermato l’efficacia di questi farmaci nel trattamento e nella prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2. Molti Paesi hanno quindi fatto un passo indietro e la stessa AIFA ha specificato che, in assenza di dati che confermino quando era stato osservato in vitro, l’utilizzo di clorochina e idrossiclorochina per la prevenzione e il trattamento della COVID-19 può avvenire solo nell’ambito di specifici studi clinici approvati. In combinazione con altri farmaci, questi composti potrebbero dare comunque un beneficio che, però, deve essere valutato attravero una sperimentazione dedicata.

Un secondo esempio di drug repositioning di cui si è parlato molto riguarda il tocilizumab, la cui sperimentazione in Italia è partita da Napoli sull’esempio dei primi test in Cina; i primi risultati sono incoraggianti e il farmaco sarà presto disponibile anche in altri centri della penisola. A differenza dei farmaci antivirali citati in precedenza, il tocilizumab non agisce come anti-virale ma interviene sul versante della risposta immunitaria; normalmente, il tocilizumab è infatti usato come inibitore del sistema immunitario nel trattamento dell’artrite reumatoide.
Perché usare un immunosoppressore quando l’obiettivo dovrebbe essere quello di potenziare le difese immunitarie delle persone infettate dal virus SARS-CoV-2? Per rispondere è necessario concentrare l’attenzione sul gruppo di pazienti che sviluppa i sintomi più gravi: in molti di essi i medici hanno infatti riscontrato i segni caratteristici della cosiddetta cytokine storm, una vera e propria “tempesta di citochine” (o chitochinemia) caratterizzata dal rilascio massivo di citochine infiammatorie (come l’interleuchina-6 o IL-6). Una volta innescata, questa sindrome colpisce diversi organi, impedendone la normale funzione; l’insufficienza multi-organo può essere fatale. In un quadro clinico di questo tipo, spegnere la risposta immunitaria e lo tsunami di citochine che investe l’organismo può quindi rivelarsi una mossa vincente, per quanto controintuitiva. Il tocilizumab è un anticorpo monoclonale che blocca il recettore per l’IL-6 e la sua azione potrebbe aiutare a spegnere la tempesta citochinica nei pazienti affetti da COVID-19.

 

2. Quali sono le caratteristiche molecolari di SARS-CoV-2 che ci possono aiutare nella ricerca di nuovi farmaci?

Quando in natura compare un virus nuovo come SARS-CoV-2 è importante studiare e descrivere in dettaglio le sue caratteristiche molecolari per mettere a punto farmaci mirati. Il sequenziamento del genoma (di cui abbiamo parlato nel punto 4) è un primo passo fondamentale per classificare il virus e ricostruirne l’evoluzione. L’analisi del genoma, tuttavia, racconta solo una parte della storia. Per completare la carta d’identità del virus SARS-CoV-2 è indispensabile descrivere anche la struttura e la funzione delle proteine codificate dal suo genoma e il modo in cui esse interagiscono con la cellula umana.

La proteina meglio conosciuta del nuovo coronavirus è la proteina spike, una glicoproteina che emerge dal rivestimento esterno del virus e svolge le funzioni di recettore virale, cioè permette il legame con la proteina ACE2 espressa dalle cellule umane. Poiché da questo primo contatto prende avvio la cascata di eventi che porta all’infezione, è importante mettere in luce le interazioni molecolari che ne sono alla base per poterle, eventualmente, bloccare con inibitori specifici (per esempio, anticorpi monoclonali).
Conoscere il recettore virale è uno dei primi passi per studiare il meccanismo patogenetico di un virus. Questa informazione aiuta infatti a identificare le specie che possono essere infettate (per esempio, il recettore ACE2 è molto diffuso tra animali diversi e questo può favorire il salto di specie) e prevedere gli organi e apparati che saranno colpiti. Negli umani, per esempio, ACE2 è espresso ad alti livelli nell’epitelio respiratorio; questo, oltre a spiegare i sintomi più comuni, dà ragione anche della facilità con cui il virus viene trasmesso tra persone mediante colpi di tosse e starnuti.
Le analisi genetiche e strutturali della proteina spike di SARS-CoV-2 hanno evidenziato molte analogie con il recettore del virus responsabile della SARS, ma le analisi molecolari hanno messo in luce anche alcune peculiarità. In particolare, il recettore di SARS-CoV-2 presenta un’affinità di legame molto maggiore; questo è un elemento importante, di cui tenere conto nel progettare interventi terapeutici basati su anticorpi monoclonali e, finché questi non saranno disponibili, sulla sieroterapia (vedi punto 17).

Sempre partendo dall’analisi del genoma, un gruppo di ricercatori italiani ha individuato una mutazione particolare (in posizione 14408) che colpisce la regione del genoma virale che codifica per la RNA polimerasi RNA–dipendente (RdRp), ovvero l’enzima responsabile della replicazione del genoma virale. I ricercatori hanno osservato che, a partire da febbraio 2020, i genomi virali rinvenuti in Europa e in Nord America presentavano alcune mutazioni ricorrenti, che mancavano invece nei genomi isolati in Asia. La comparsa di mutazioni non deve sorprendere, perché i virus a RNA hanno la tendenza a commettere errori durante la loro replicazione. Tuttavia, tra le tante mutazioni che il virus ha e potrà accumulare, la mutazione 14408 merita di essere monitorata. La polimerasi RdRp fa infatti parte di un complesso molecolare che include anche la funzione di “correzione di bozze” (proofreading); un’ipotesi, ancora da dimostrare, è che la mutazione 14408 possa alterare il legame della polimerasi con gli altri fattori del complesso, creando le condizioni che favoriscono un maggiore accumulo di errori.
Anche se è solo un’ipotesi, questa situazione evidenzia i diversi aspetti di cui bisogna tenere conto quando si progettano farmaci per un patogeno sconosciuto. Una mutazione come quella descritta potrebbe infatti avere due conseguenze. La prima, più immediata, è che un inibitore della polimerasi virale potrebbe perdere di efficacia se il suo sito di interazione viene a mancare a causa della mutazione; per esempio, uno dei farmaci testati al momento, l’antivirale remdesivir già impiegato per l’HIV, sembra interagire proprio con una tasca di legame vicina al sito mutato. La seconda conseguenza, indiretta ma non meno importante, è che una polimerasi “poco fedele” facilita l’accumulo di mutazioni casuali in tutto il genoma virale, quindi anche in altre proteine potenzialmente usate come bersaglio terapeutico: questo è uno dei meccanismi con cui il virus può diventare resistente ai farmaci e va quindi seguito attentamente.

Nel ciclo replicativo di SARS-CoV-2 intervengono anche due proteasi, PLpro e 3CLpro. Il genoma virale viene infatti tradotto in blocco come un’unica poliproteina, dalla quale le proteasi “liberano”, mediante tagli proteolitici mirati, i singoli polipeptidi (che possono essere proteine strutturali, come la proteina spike, oppure funzionali, come la polimerasi). L’attività enzimatica della proteasi 3CLpro, che è la principale proteasi di SARS-CoV-2, si concentra su siti di taglio praticamente assenti nelle proteine umane: una caratteristica che permetterebbe di sviluppare inibitori con tossicità ed effetti collaterali limitati sulle cellule umane.
In altri coronavirus, la proteasi PLpro sembra inoltre essere coinvolta anche in un meccanismo aggiuntivo che le permette di alterare le modifiche post-traduzionali presenti in alcune proteine della cellula ospite. Questo processo permette al virus di sfuggire alla risposta immunitaria innata dell’ospite e, insieme alla funzione primaria delle proteasi, può costituire un ulteriore snodo su cui concentrare la ricerca di farmaci antivirali. In particolare, un farmaco anti-proteasi potrebbe essere un componente essenziale di un cocktail di farmaci antivirali che agiscono su diversi fronti.

Tutti gli esempi citati riguardano le caratteristiche molecolari del virus, ma un’infezione virale è un processo che vede coinvolte due parti: il virus e la cellula ospite. Oltre a studiare le caratteristiche del virus è quindi importate ampliare l’orizzonte della ricerca per analizzare l’interattoma specifico di questa infezione, ovvero la rete di interazioni con cui il virus prende il comando dell’apparato molecolare della cellula ospite.

L’interattoma generato dall’incontro tra il virus SARS-CoV-2 e le cellule umane (Fonte: Guzzi PH et al. Journal of Clinical Medicine 2020).

Basandosi sui principi della scienza delle reti e della bioinformatica, un primo studio ha evidenziato alcuni dei nodi fondamentali: oltre al recettore ACE2, che interagisce con la proteina spike virale, l’analisi ha messo in luce la capacità del virus di attivare l’apoptosi nella cellula infettata, un meccanismo già descritto in passato per altri coronavirus e che si ritiene possa favorire la diffusione delle particelle virali. L’apoptosi potrebbe inoltre essere indotta anche da un altro meccanismo: la rete evidenzia infatti la capacità del virus di interferire con alcune proteine mitocondriali; questo potrebbe alterare il metabolismo energetico della cellula infettata fino a causarne la morte per apoptosi.
Questi sono solo alcuni esempi di come la scienza delle reti e la bioinformatica possono far emergere dall’interattoma le principali proteine coinvolte nel meccanismo patogenetico: questo tipo di studi permette di raddoppiare il fronte terapeutico, aggiungendo al versante virale – potenzialmente più soggetto a mutazioni – anche quello cellulare, geneticamente più stabile.

3. Come funziona la sieroterapia?

Un’ulteriore strategia terapeutica è data dalla sieroterapia, ovvero dalla possibilità di isolare dal siero di persone convalescenti gli anticorpi anti-SARS-Cov-2 e di infonderli a persone già infettate o a rischio di contrarre la malattia. Questa procedura è già usata nella pratica clinica per altre malattie, per esempio nella profilassi della rabbia.
La sieroterapia è una forma di immunizzazione “passiva”, basata sul trasferimento delle difese immunitarie da una persona convalescente a un’altra; è una procedura che conferisce una protezione immunitaria molto rapida che, pur non essendo duratura, permette in alcuni casi di evitare l’infezione in persone esposte a un rischio certo o di mitigare i sintomi della malattia. Per la sieroterapia si parla di immunizzazione “passiva” per distinguerla dalle normali procedure di vaccinazione, che costituiscono invece forme di immunizzazione “attiva”, in cui il sistema immunitario di una persona viene stimolato per attivare difese che conferiscono una protezione più duratura.
Gli anticorpi per la sieroterapia si possono ottenere da persone convalescenti attraverso le procedure già usate per la donazione di plasma (plasmaferesi). Il plasma è la frazione liquida del sangue, facilmente riconoscibile per il suo caratteristico colore giallo; il plasma non contiene gli elementi cellulari del sangue (come i globuli rossi e i globuli bianchi), ma contiene, oltre al 90% di acqua, anche proteine plasmatiche (come l’albumina) e le immunoglobuline, ovvero gli anticorpi prodotti come difesa immunitaria verso specifiche infezioni. Il siero non è altro che il plasma privato dei fattori della coagulazione.
Il siero di persone convalescenti da COVID-19 potrebbe essere usato sia per la profilassi  dell’infezione che per il trattamento della malattia.

  • Nel caso della profilassi, la sieroterapia agisce come un surrogato del vaccino e, in tempi molto rapidi, può prevenire l’infezione e la malattia nelle persone più a rischio di contrarla, come gli operatori sanitari.
  • Nelle persone già infettate, il siero potrebbe invece essere usato a scopo terapeutico per ridurre i sintomi e la mortalità. Quest’ultima applicazione è stata testata in Cina nei mesi scorsi, durante l’epidemia in corso; il numero di persone trattate era piuttosto ridotto, ma i primi risultati suggerivano che la somministrazione di siero fosse sicura e in grado di ridurre la carica virale. Con la diffusione della pandemia, anche altri Paesi stanno ora prendendo in considerazione la stessa procedura e stanno partendo i primi studi-pilota.

Il protocollo recentemente approvato dalla FDA, l’autorità regolatoria statunitense, prevede l’applicazione della sieroterapia solo nei pazienti più gravi e i potenziali donatori devono rispondere a tre requisiti: devono aver contratto l’infezione da SARS-CoV-2; devono essere guariti da almeno 14 giorni, cioè devono essere privi di sintomi e non più infettivi; devono aver sviluppato anticorpi specifici verso il virus responsabile della COVID-19. Ovviamente, anche chi è in possesso di questi requisiti, deve essere adatto alla donazione in base ai criteri già previsti per la donazione di sangue (per esempio, assenza di malattie croniche o di altre malattie infettive come epatite o HIV). In Italia, un protocollo sperimentale analogo destinato ai pazienti in terapia intensiva ha preso avvio a fine marzo al Policlinico Universitario San Matteo di Pavia.

Nonostante questi dati incoraggianti, non bisogna dimenticare che la sieroterapia e il drug repositioning sono strategie terapeutiche di emergenza, che non possono sopperire del tutto alla mancanza di farmaci più specifici. Per questo, molti laboratori in tutto il mondo si stanno dedicando alla ricerca di farmaci anti-virali in grado di interferire direttamente con la replicazione del virus SARS-CoV-2. Una ricerca alla quale chiunque può dare un piccolo contributo anche dal computer di casa: il software Fold.it, basato sui meccanismi di ripiegamento delle proteine (il cosiddetto folding proteico), è una sorta di gioco online che permette di vagliare il potenziale terapeutico di molecole anti-coronavirus. Le soluzioni più promettenti verranno poi valutate e testate presso i laboratori dell’Università di Washington.

 

4. Quali vaccini anti-coronavirus sono in via di sviluppo?

Al momento non sono disponibili vaccini contro nessuno dei coronavirus che infettano gli esseri umani. La diffusione della pandemia di COVID-19 ha però riportato in cima alla lista delle priorità la necessità di un vaccino anti-coronavirus e all’inizio di aprile erano già più di 70 i vaccini in via di sviluppo in tutto il mondo. Si tratta di uno sforzo collettivo senza precedenti, che vede coinvolti sia enti privati sia istituti accademici pubblici e organizzazioni no profit.

Le fasi della sperimentazione di un vaccino
Normalmente, il processo di sviluppo e di immissione in commercio di un vaccino richiede, come per qualsiasi farmaco, circa dieci anni. Questo lungo periodo di tempo è necessario per svolgere tutte le fasi di sperimentazione pre-clinica (in laboratorio e in modelli animali) e clinica (negli esseri umani) necessarie per dimostrare che il vaccino è sicuro ed efficace.

In casi eccezionali, queste tappe possono essere accelerate, come già successo per lo sviluppo del vaccino anti-Ebola durato appena 5 anni. Viste le proporzioni che la pandemia sta assumendo e il numero di persone a rischio in tutto il mondo, anche nel caso del vaccino anti-coronavirus stiamo già vedendo un’accelerazione delle tappe di sviluppo e, se la sperimentazione procederà senza intoppi, forse potremo avere un vaccino disponibile al pubblico nell’arco del 2021. Tempi più brevi potranno essere valutati solo per il cosiddetto uso compassionevole, una procedura che accelera i tempi della sperimentazione per mettere il farmaco a disposizione di categorie particolarmente a rischio, per esempio il personale sanitario.

Alla fine di aprile 2020 i vaccini in fase di sperimentazione pre-clinica erano già 71 e 5 erano passati alle prime fasi della valutazione clinica negli umani. Nei mesi estivi la sperimentazione è proseguita e ad oggi (inizio ottobre 2020) la lista aggiornata dei vaccini in sperimentazione clinica conta ben 41 protocolli attivi.
Le piattaforme tecnologiche sperimentate sono molto diverse e vanno dalle più tradizionali a quelle più innovative. Nella lista, resa disponibile e aggiornata continuamente dall’OMS, compaiono quattro tipologie principali di vaccini basati su:

  • coronavirus inattivati o attenuati, cioè virus la cui attività replicativa e infettiva è stata depotenziata (per esempio mediante specifici trattamenti chimici) ma che ancora preservano la capacità di innescare la risposta immunitaria;
  • vettori virali ingegnerizzati (sia replicanti sia non replicanti), spesso basati su Adenovirus;
  • proteine ricombinanti: questi vaccini trasferiscono solo le proteine del virus o loro frammenti, ma non veicolano alcuna porzione del genoma virale. Alcune di queste tipologie di vaccini coniugano queste proteine o frammenti proteici a nanoparticelle;
  • molecole di mRNA o DNA derivate dal virus che, una volta espresse dall’organismo, scatenano la risposta immunitaria.

In questa fase, l’uso di strategie tanto diverse è importante non solo per aumentare le possibilità di successo ma anche per ottenere versioni alternative del vaccino da usare in gruppi diversi della popolazione (bambini, anziani, persone immunocompromesse o donne in gravidanza). A seconda della formulazione, un vaccino può infatti agire in modi diversi: i vaccini a RNA come quello sviluppato da Moderna offrono il vantaggio della rapidità di sviluppo (questo vaccino è stato messo a punto appena due mesi dopo la pubblicazione della sequenza del virus) ma non sono mai stati usati prima e dovranno essere testati con grande cautela prima di essere usati in modo diffuso. I vaccini basati su vettori virali garantiscono in genere un alto livello di espressione dell’antigene (per esempio, la proteina spike, il recettore usato dal virus per penetrare nelle cellule umane), che induce una forte risposta immunitaria: questo è un vantaggio per offrire una copertura a lungo termine, ma è importante garantire che non ci siano effetti collaterali a danno del paziente. Una delle sfide principali sarà proprio capire come il sistema immunitario interagisce non solo con il virus ma anche con il vaccino. Infine, esistono già diversi vaccini ricombinanti autorizzati per altre malattie (basti pensare al vaccino anti-epatite B): l’esperienza maturata negli anni con queste formulazioni rappresenta una garanzia che può accelerare alcune fasi dello sviluppo del vaccino anti-COVID-19.

Ad oggi, i vaccini che hanno superato le prime fasi con successo e che sono arrivati alla fase 3 della sperimentazione sono in tutto 11. Tra di essi compare anche il vaccino mRNA-1273 sviluppato dall’azienda statunitense Moderna, già impegnata in passato nello studio di un vaccino anti-MERS e specializzata nella produzione di vaccini a mRNA che, una volta veicolati nell’organismo, producono la proteina virale e danno il via alla risposta immunitaria. Dopo averne dimostrato l’efficacia in studi pre-clinici nelle scimmie, Moderna ha avviato a marzo 2020 la prima sperimentazione al mondo per un vaccino anti-SARS-CoV-2 basato su mRNA. Al momento nessun vaccino di questo tipo è mai stato immesso sul mercato e la sfida di Moderna è quindi duplice: trovare in tempi rapidi un vaccino in grado di arginare la pandemia di COVID-19 e testare una strategia innovativa che, se si rivelerà efficace, potrà poi fare da volano per lo sviluppo di vaccini contro altri agenti patogeni. I risultati finora sono promettenti e i ricercatori auspicano di ottenre entro l’inizio del 2021 dati sufficienti per valutare la sicurezza e l’efficacia del vaccino.

Diversi vaccini che hanno raggiunto la fase 3 della sperimentazione si basano invece su un sistema più tradizionale, ovvero sull’uso di vettori adenovirali per veicolare nell’organismo porzioni geniche del coronavirus SARS-CoV-2. Tra questi, si è guadagnato di recente le prime pagine dei giornali il vaccino sviluppato dall’azienda AstraZeneca e dall’Università di Oxford. Dopo un avvio di sperimentazione molto promettente, grazie al quale il vaccino si era guadagnato l’accordo con la comunità europea per la produzione di 400 milioni di dosi, la sperimentazione ha subito un arresto a livello globale per un grave effetto collaterale imprevisto (mielite trasversa) in uno dei pazienti arruolati nello studio. Questi arresti improvvisi sono la norma nel campo della sperimentazione di un farmaco: solo valutando con cura l’effetto collaterale che si è manifestato è possibile capire se si tratta di un evento correlato o meno al trattamento ricevuto (in questo caso, il vaccino) e solo attraverso queste analisi si può preservare la sicurezza di tutte le persone coinvolte nello studio.
Fanno parte dei vaccini basati su vettori adenovirali anche il vaccino russo Sputnik V e un vaccino cinese che in questi giorni stanno facendo discutere la comunità scientifica di tutto il mondo: Russia e Cina hanno infatti approvato l’uso negli esseri umani (seppure limitato a certe condizioni) di due formulazioni che non avevano ancora raggiunto la fine della sperimentazione di fase 3. Lo sviluppo di un vaccino anti-coronavirus è diventato senza dubbio una priorità a livello mondiale, ma una simile accelerazione della sperimentazione può costituire un pericoloso precedente, oltre che essere molto rischiosa per chi si sottopone a una vaccinazione non validata.

Per rimanere aggiornati sulla sperimentazione dei vaccini anti-SARS-CoV-2:
OMS: documento pdf da scaricare con la lista di tutti i vaccini in fase di sperimentazione
New York Times: pagina web interattiva per visualizzare la progressione dei diversi vaccini lungo la strada della sperimentazione

 

5. Che cos’è l’immunità di gregge e come funziona?

Il concetto alla base dell’immunità di gregge (herd immunity, in inglese) è che, se molte persone si immunizzano, sarà statisticamente meno probabile che il patogeno trovi un ospite da infettare: diminuendo le possibilità che un virus si trasmetta da una persona all’altra, si può mandare in corto circuito il suo ciclo infettivo e arginare così l’infezione a pochi casi saltuari o estinguerla del tutto. Perché l’immunità di gregge funzioni, è però importante che gran parte della popolazione sviluppi un’immunità specifica contro il virus; la percentuale necessaria varia a seconda del patogeno, ma in molti casi la copertura deve raggiungere circa il 95% della popolazione.
L’immunità si può acquisire in due modi: venendo a diretto contatto con il patogeno (infezione naturale) oppure tramite un vaccino. Nel primo caso, l’incontro con il patogeno scatena l’infezione e può esporre le persone infettate a gravi complicanze. Il vaccino simula invece l’incontro con il patogeno, stimolando il sistema immunitario delle persone con appositi antigeni che però non causano la malattia: in sostanza, dopo il vaccino la persona diventa immune come se avesse contratto la malattia, ma senza essersi realmente ammalata.

Nell’articolo dell’Aula di Scienze “Il male non colpisce mai due volte – Come funzionano i vaccini” puoi approfondire il principio alla base dell’immunità di gregge.

 

Il concetto di immunità di gregge è quindi fondamentale per arginare un’epidemia, ma la via dell’infezione naturale comporta rischi troppo alti per la popolazione e difficilmente prevedibili, soprattutto per un patogeno come il coronavirus di cui ignoriamo ancora molte caratteristiche.

A questo proposito si è discusso molto del caso della Svezia, un Paese che dalla sua ha una bassa densità abitativa e una popolazione relativamente giovane. L’obiettivo era quello di raggiungere per l’inizio dell’estate 2020 circa il 40% di immunità nella popolazione evitando lockdown e restrizioni; le stime attuali, che si attestano sul 15% circa di immunità di gregge, non supportano la validità di questo approccio. Ad oggi la Svezia sembra quindi ben lontana dall’aver raggiunto l’immunità di gregge, almeno per quanto riguarda i valori di sieroconversione basati sul numero di anticorpi presenti nel sangue. Studi più approfonditi potranno chiarire se le persone hanno comunque sviluppato un’immunità mediata da linfociti T, ma per il momento sembra che la strategia svedese sia troppo rischiosa e impraticabile.

Alla difficoltà e ai rischi di raggiungere l’immunità di gregge con l’infezione naturale si aggiunge il fatto che ancora non sappiamo se questa epidemia da coronavirus si estinguerà nel corso di questi mesi o se il virus continuerà a circolare, magari andando incontro a mutazioni che daranno origine a epidemie stagionali come quelle dell’influenza. Se questo fosse il caso, una persona che contrae oggi il coronavirus e guarisce potrebbe comunque essere infettata nuovamente in futuro. La strategia per creare un’immunità di gregge rinnovabile nel tempo e che limiti i rischi per la popolazione rimane dunque quella basata su un vaccino specifico. Al momento nessun vaccino è disponibile per l’attuale epidemia, ma gli sforzi fatti ora sono un investimento sul futuro; sia che questo stesso virus continui a circolare per mesi sia che muti dando origine a nuovi ceppi, i protocolli vaccinali messi a punto e testati ora costituiranno un prezioso salvagente anche per gli anni a venire.

 

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