Il 2020 è stato l’anno più caldo mai registrato

Nell’anno appena trascorso, a causa delle rigide misure introdotte in diversi Paesi del mondo per arginare la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2, si è osservata una netta riduzione delle emissioni globali di gas serra. Secondo le stime più accurate, nel 2020 le emissioni sono diminuite del 7%. Si tratta di un tracollo senza uguali in epoca moderna, pari a circa 2,5 miliardi di tonnellate di gas serra in meno: un calo molto più drastico di quello che seguì la crisi finanziaria del 2008-2009 (450 milioni di tonnellate), la crisi energetica dei primi anni Ottanta (un miliardo di tonnellate) o la seconda guerra mondiale (800 milioni di tonnellate). Le analisi mostrano che è successo soprattutto a causa delle restrizioni sugli spostamenti e sulle attività produttive, che hanno ridotto le emissioni del settore dei trasporti e, in misura minore, della produzione industriale.

 

L’effetto sull’atmosfera

Questo brusco calo delle emissioni, tuttavia, non avrà un effetto apprezzabile sulla concentrazione di gas serra in atmosfera, e dunque neppure sulle temperature del pianeta, tanto che il 2020 sarà ricordato come l’anno più caldo dal 1880, cioè da quando misuriamo in modo sistematico le temperature globali, con un aumento di 1,2 °C rispetto al periodo preindustriale. Il motivo è che il CO2 in eccesso può restare nell’atmosfera per secoli, cosicché qualche mese di emissioni ridotte non può certo compensare l’enorme accumulo di gas serra avvenuto negli ultimi 200 anni, da cui dipende il riscaldamento del pianeta. «Ogni anno emettiamo 40 miliardi di tonnellate di CO2. Quest’anno saranno 37-38 miliardi: non cambia molto per il clima», ha spiegato Josep Canadell, direttore del Global Carbon Project.

La conferma è arrivata dall’osservatorio di Mauna Loa, che dal 1958 monitora i livelli atmosferici di CO2. L’osservatorio si trova sull’omonimo vulcano delle isole Hawaii, a 3400 metri di altitudine e in mezzo all’oceano Pacifico: una posizione ideale per studiare l’atmosfera. Decenni di misure hanno evidenziato che – al netto delle oscillazioni stagionali, dovute al ciclo di vita delle piante che nei diversi periodi dell’anno assorbono maggiori o minori quantità di diossido di carbonio – la concentrazione media annuale di CO2 non ha fatto che aumentare, segnando un record dopo l’altro, come mostra l’andamento della famosa curva di Keeling, così chiamata in onore del fondatore dell’osservatorio, Charles David Keeling.

 

La curva di Keeling mostra l’andamento della concentrazione atmosferica di CO2. Le tipiche fluttuazioni “a dente di sega” sono dovute alle oscillazioni stagionali naturali dei livelli di diossido di carbonio, mentre l’andamento ascendente è dovuto al continuo aumento delle emissioni antropiche dal 1958 a oggi. (immagine: wikipedia)

Nei mesi scorsi gli esperti di Mauna Loa hanno tenuto d’occhio i livelli di CO2 per verificare se si potesse osservare l’effetto della pandemia. Ma, come previsto, l’atmosfera sembra non essersi accorta di nulla: lassù, infatti, la concentrazione di gas serra è ormai così elevata da rendere impercettibile il calo delle emissioni dovuto al lockdown.

 

L’anno dei record

Non dovrebbe perciò sorprendere se la NASA ha già certificato che il 2020, a pari merito con il 2016, è stato l’anno più caldo mai registrato. È del resto l’ennesima conferma del rapido riscaldamento del pianeta: basti pensare che i sei anni trascorsi dalla firma degli accordi di Parigi sul clima, nel 2015, sono stati i sei anni più caldi da quando abbiamo inventato i termometri. L’impronta inequivocabile del mutamento climatico è evidenziata anche dal fatto che, a differenza di quel che accadde nel 2016, il primato del 2020 è stato conseguito senza neppure il contributo di El Niño, il periodico riscaldamento delle acque superficiali dell’oceano Pacifico che aveva favorito il record di quattro anni fa. È dunque evidente che per invertire questa tendenza serve una riduzione duratura delle emissioni di gas serra.

Del resto, guardando a quanto accaduto da un altro punto di vista, può sorprendere che, nonostante l’eccezionalità degli eventi, nel 2020 sia stato ugualmente immesso in atmosfera circa il 93% del CO2 che avremmo prodotto se non ci fosse stata la pandemia. Il motivo è che il mondo non si è davvero fermato: se è vero che hanno circolato meno auto, navi e aerei, il settore dei trasporti contribuisce solo al 15-20% delle emissioni globali, mentre la produzione di gas serra dovuta ad altre attività umane, come l’agricoltura, il riscaldamento domestico o il consumo di elettricità, non ha conosciuto flessioni. Inoltre, tutte queste attività sono alimentate in gran parte dai combustibili fossili, che costituiscono la causa principale dell’emissione di gas serra e da cui ancora oggi ricaviamo oltre l’80% del nostro fabbisogno energetico.

 

Dodici mesi di eventi estremi

Il risultato è che, nonostante la pandemia abbia inevitabilmente distolto l’attenzione dalla crisi climatica, il 2020 è stato contrassegnato da numerosi eventi meteorologici estremi riconducibili almeno in parte al riscaldamento del pianeta. In Australia gli incendi favoriti dalla siccità hanno lasciato dietro di sé centinaia di vittime, migliaia di abitazioni distrutte e interi ecosistemi devastati. Sono andati perduti circa 100 000 chilometri quadrati di territorio (una superficie pari a un terzo dell’Italia) e il WWF stima che oltre tre miliardi di animali siano stati colpiti da quel che è considerato il peggior disastro per la fauna selvatica in epoca moderna.

 

Gli spaventosi incendi che hanno colpito l’Australia. I primi roghi erano divampati nel luglio 2019 e hanno raggiunto il culmine a gennaio 2020. (immagine: wikipedia)

Enormi roghi hanno flagellato anche la California, la tundra siberiana e persino le zone umide tropicali del Sudamerica. A causa del riscaldamento del mare e dei monsoni provenienti dall’Africa occidentale, nell’oceano Atlantico si è assistito a una stagione eccezionale di uragani, con oltre 30 tempeste abbastanza potenti da meritare un nome (quasi il triplo della media annuale). In settembre l’estensione dei ghiacci artici ha raggiunto il secondo minimo storico in 42 anni di osservazioni satellitari, mentre in Antartide gli scienziati hanno scoperto che alcuni immensi ghiacciai sono stati destabilizzati dalle acque sempre più calde.

 

Nell’oceano Atlantico la stagione degli uragani è cominciata in anticipo a maggio con le tempeste tropicali Arthur e Bertha, ed è terminata in novembre con l’uragano Iota. Le tempeste abbastanza potenti da meritare un nome sono state così numerose che la lista dei nomi di persona solitamente usata per indicare i cicloni atlantici si è esaurita ed è stato necessario ricorrere alle lettere dell’alfabeto greco. (immagine: NOAA)

 

Accelerare la transizione energetica

La crisi climatica, dunque, non ha concesso tregue: il pianeta continua a scaldarsi e sempre più persone sperimentano la minaccia degli eventi estremi. Ma quel che abbiamo vissuto dà l’idea dell’enorme sfida che ci attende. Nel novembre 2019, infatti, gli esperti del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) avevano calcolato che, per contenere il riscaldamento del pianeta entro la soglia di sicurezza di 1,5 °C, avremmo dovuto ridurre le emissioni globali del 7,6% ogni anno. Si tratta di una riduzione paragonabile a quella causata nel 2020 dalla pandemia, ma che d’ora innanzi dovremo conseguire – anno dopo anno, finché non avremo raggiunto il traguardo delle zero emissioni nette – per merito delle politiche climatiche.

Gli esperti ritengono infatti che, per evitare che le emissioni risalgano con la ripresa dell’economia, come già accadde dopo la crisi finanziaria del 2008, occorrano modifiche strutturali ai sistemi di produzione energetica, alimentare e dei trasporti, in gran parte dipendenti dai combustibili fossili. Soltanto con una rapida transizione verso le fonti energetiche rinnovabili sarà possibile “decarbonizzare” l’economia e ridurre le emissioni in modo duraturo. La buona notizia è che fonti rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico sono sempre più competitive e gli ingenti fondi stanziati da molti governi per stimolare la ripresa economica offrono un’occasione irripetibile per accelerare la transizione energetica. Secondo l’UNEP, se questi finanziamenti saranno usati per incentivare la sostenibilità, potremo limitare il riscaldamento globale tra 1,5 °C e 2 °C, rispettando così gli accordi di Parigi.

 

La lezione della pandemia

La pandemia scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2 ha mostrato ancora una volta come la salute umana sia strettamente connessa all’integrità degli ecosistemi naturali. Attività antropiche impattanti come la deforestazione, il traffico di fauna selvatica e la diffusione degli allevamenti intensivi accrescono infatti le occasioni di contatto con animali selvatici e domestici che possono trasmettere nuovi agenti patogeni, spiegando così perché l’emergere di malattie infettive di origine zoonotica sia sempre più frequente. Proteggere l’ambiente e le altre specie animali significa dunque tutelare anche la nostra salute.

Tre quarti di tutte le malattie infettive emergenti sono zoonosi, cioè malattie trasmesse agli esseri umani da animali domestici o selvatici (illustrazione tratta da Curtis et al., Percorsi di scienze naturali, 2021)

Pur essendo due crisi molto diverse, la pandemia di COVID-19 e la crisi climatica hanno inoltre svelato la vulnerabilità delle nostre società alle minacce globali e l’importanza della cooperazione internazionale. Al tempo stesso, l’esperienza vissuta nel 2020 mostra che di fronte a un’emergenza siamo in grado di mobilitare risorse senza precedenti. La speranza è che la pandemia possa insegnarci l’importanza di agire in modo preventivo per mitigare i rischi della crisi ecologica che incombe sul nostro futuro comune.

Un wet market di Hong Kong, un mercato dove si vendono anche animali vivi e macellati sul posto. (immagine: shutterstock.com)

 

 

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