Perché non ci preoccupiamo dei cambiamenti climatici?

Quando si tratta di valutare i rischi, le persone sembrano spesso preoccuparsi delle minacce sbagliate. Alcuni rischi che gli esperti considerano bassi o remoti, come gli effetti avversi delle vaccinazioni, sembrano ricevere un’attenzione esagerata, mentre altre minacce ben più gravi sono sottovalutate o persino ignorate, come spesso avviene anche per molti rischi ambientali come l’inquinamento, la perdita di biodiversità o il riscaldamento globale.

Se la nostra percezione del rischio non sempre rispecchia le valutazioni tecniche degli esperti, tuttavia, non è solo a causa di una scarsa comprensione delle statistiche, così come è fuorviante liquidare il problema invocando l’irrazionalità delle persone. Le ragioni per cui i nostri giudizi sui rischi sembrano talvolta ignorare il calcolo delle probabilità sono più profonde e affondano nella storia evolutiva umana. Comprendere queste ragioni e riuscire a conciliarle con i risultati delle analisi statistiche sarà cruciale per gestire i rischi globali dell’Antropocene, dalle pandemie ai cambiamenti climatici.

 

Le valutazioni degli esperti

Nelle nostra società gli esperti valutano l’entità di un rischio (R) tramite il prodotto fra due fattori: la pericolosità (P), ovvero la probabilità che in un certo periodo di tempo si verifichi un evento avverso, e la gravità del danno causato (D), misurato in termini di vittime o di perdite economiche:

R = P x D

Questo approccio statistico ha avuto grande successo perché consente di quantificare un’entità sfuggente come il rischio e di mettere a confronto la gravità delle diverse minacce a cui siamo esposti.

Sebbene non sia sempre facile calcolare un rischio in modo accurato, soprattutto nel caso di rischi che affrontiamo per la prima volta (si parla in tal caso di rischi emergenti), oggi l’approccio statistico è considerato uno strumento irrinunciabile per basare le nostre decisioni e le politiche pubbliche sull’evidenza scientifica. Al tempo stesso, diversi studi hanno mostrato come le statistiche abbiano scarsa efficacia nell’influenzare la nostra percezione del rischio, perché i percorsi cognitivi che portano ad accettare o rifiutare un pericolo sono condizionati da numerosi altri fattori di natura etica, psicologica e culturale.

 

Come funziona la percezione del rischio

A partire dagli anni Ottanta, gli studi sulla percezione del rischio hanno permesso di scoprire che la nostra reazione a un pericolo non dipende solo dalla gravità dalla minaccia, bensì da una pluralità di fattori aggravanti o attenuanti come la volontarietà o meno all’esposizione, il rapporto tra rischi e benefici, l’incombenza della minaccia, la famigliarità al pericolo, l’origine antropica o naturale, la possibilità di esercitare un controllo sugli eventi, l’incertezza sulle possibili conseguenze, la reversibilità o l’irreversibilità del danno, la fiducia accordata alle istituzioni deputate alla gestione del rischio, e molti altri ancora.

La famigliarità al pericolo, per esempio, che nella percezione del rischio agisce come un fattore attenuante, porta a sottovalutare la minaccia e spiega perché non facciamo più caso a rischi elevati ma a cui siamo ormai assuefatti, come per esempio l’inquinamento dell’aria, che secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente è responsabile ogni anno di circa 75000 morti solo in Italia.

Al contrario, la percezione di una minaccia nuova e immediata come il COVID-19 spiega perché abbiamo reagito con prontezza alla pandemia a differenza di quanto avviene nei confronti dei cambiamenti climatici, che non sono ancora considerati un’emergenza. Come ha scritto l’esperta di comunicazione Annamaria Testa su Internazionale, «l’emergenza climatica è una pandemia al rallentatore», e il fatto che le conseguenze più gravi sono state collocate lontane nel tempo, nel 2050 o addirittura a fine secolo, ha contribuito a rendere ancora più astratta e distante la minaccia, nonostante gli impatti del riscaldamento globale siano già oggi tangibili in molte regioni del pianeta.

Tuttavia, se è vero che la nostra percezione del rischio si basa su fattori diversi da quelli impiegati nelle valutazioni statistiche, non è detto che le ragioni siano sempre infondate: per esempio, nel caso di danni gravi e irreversibili, non è affatto irragionevole, in base al principio di precauzione, preoccuparsi di un rischio anche se la probabilità di accadimento è bassa, così come è comprensibile che un rischio imposto, magari a propria insaputa o per il vantaggio altrui, sia meno accettabile di un rischio che si sia liberamente scelto di correre. Perciò, più che di “percezioni distorte”, si tratta di criteri differenti per giudicare i rischi, spesso di natura valoriale e dunque non quantificabili, ma non per forza irrazionali.

 

Alle origini della percezione

Parte del problema deriva anche dal fatto che non siamo abituati a valutare i rischi in termini probabilistici. Sebbene l’approccio statistico possa essere fatto risalire alla fine del Medioevo, quando le assicurazioni marittime sfruttarono le nozioni empiriche dei giocatori d’azzardo per stimare la probabilità di un naufragio dei carichi mercantili, è stato solo nel corso del Novecento che l’idea di calcolare il rischio in termini probabilistici è diventata dominante nella cultura delle società industrializzate, perciò non dovrebbe sorprendere se non ci è ancora familiare. Per gran parte della storia umana, per valutare un rischio abbiamo potuto contare solo sulle nostre percezioni che, per quanto possano apparire primitive e imperfette, sono la nostra finestra sul mondo e, per centinaia di migliaia di anni, hanno garantito la nostra sopravvivenza in un mondo gravido di minacce.

Gli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman hanno dimostrato che ancora oggi, quando si tratta di giudicare un rischio la mente umana tende ad affidarsi, ben più che al calcolo probabilistico, a scorciatoie del pensiero chiamate euristiche e a cui ricorriamo in modo inconscio per semplificare la complessità del reale. Di fronte a una minaccia imminente come il morso di un serpente o l’attacco di una tigre, le valutazioni euristiche consentono di prendere una decisione rapida anche in presenza di informazioni scarse o incerte: se anziché reagire in fretta aspettassimo di essere sicuri che quel frusciare tra il fogliame sia davvero un serpente velenoso, potrebbe essere troppo tardi. E se è vero che queste scorciatoie del pensiero possono farci cadere in errori di valutazione (o bias, nel gergo degli esperti), ai fini della sopravvivenza spesso è meglio sbagliare sovrastimando il rischio piuttosto che restare paralizzati a causa dell’incertezza e perdere la vita.

 

I rischi dell’Antropocene

Oggi occorre però chiedersi se gli strumenti cognitivi che la nostra mente ha affinato per gestire le minacce dell’epoca premoderna siano altrettanto adeguati per affrontare rischi globali come le pandemie, l’estinzione delle specie, la crisi climatica o una guerra con ordigni nucleari. Mentre nel nostro passato è stato sufficiente imparare a difenderci da minacce visibili e immediate come l’attacco di un leone o un incendio nella foresta, che agivano su una scala spaziale e temporale limitata e con danni a un numero ristretto di persone, l’effettiva portata dei rischi dell’Antropocene può essere pienamente compresa soltanto ricorrendo all’astrazione delle analisi degli esperti; intervenire prima che sia troppo tardi, inoltre, richiede una lungimiranza di cui finora non avevamo avuto bisogno.

Nel caso della minaccia forse più importante della nostra epoca, la crisi ecologica e climatica, gli esperti ritengono che per evitare conseguenze potenzialmente catastrofiche e irreversibili sia necessaria un’azione preventiva e coordinata a livello internazionale, perché quando gli impatti saranno ormai così evidenti da non poter più essere ignorati, rimediare potrebbe essere ormai impraticabile. Si tratta di un problema di non poco conto perché in genere le politiche di prevenzione non sono accolte con favore finché le persone non comprendono che la situazione è ormai così grave che gli interventi non possono più essere rinviati.

 

Le ragioni dell’inazione

Nel saggio What we think about when we try not to think about global warming (A cosa pensiamo quando cerchiamo di non pensare al riscaldamento globale), lo psicologo Per Espen Stoknes, dopo aver esaminato centinaia di studi di scienze sociali, ha individuato almeno cinque ragioni psicologiche che rendono più difficile affrontare la crisi climatica. Tra queste, oltre al fatto già citato che percepiamo gli impatti peggiori del riscaldamento globale come distanti da noi nel tempo e nello spazio, Stoknes esamina il senso di ineluttabilità che può scoraggiare le persone a impegnarsi, la dissonanza cognitiva tra ciò che dovremmo fare e quel che invece facciamo ogni giorno (viaggiare in automobile, mangiare troppa carne, consumare plastica), a cui si aggiunge l’istintiva negazione del problema con cui cerchiamo di alleviare il nostro senso di colpa.

 

“Act now or swim later” (Agisci adesso o più tardi nuota). Manifestazione per il clima organizzata dal movimento Fridays For Future a Bonn nel marzo 2021 (fotografia di Mika Baumeister/Unsplash)

Naturalmente esistono anche altre ragioni, ancora più concrete, che ostacolano il processo di cambiamento di cui avremmo urgente bisogno, a partire dall’evidenza che le cause della crisi ecologica sono intrinseche al modello di sviluppo – inquinante e non sostenibile – delle società industrializzate in cui viviamo. Affrontare problemi come il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità o l’inquinamento dei rifiuti in plastica richiede infatti interventi molto radicali in ambito politico ed economico. Al tempo stesso, tuttavia, è importante considerare che solo avendo una chiara percezione della portata dei rischi dell’Antropocene sarà possibile mobilitare tutte le risorse necessarie, a livello individuale e collettivo, per vincere la sfida senza uguali che abbiamo di fronte.

 

 

Immagini del banner e della homepage: Micaela Parente /Unsplash

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