La forza dell’abitudine, anzi dell’abituazione

Una volpe che non aveva mai veduto un leone, la prima volta che per caso se lo trovò davanti provò un tale spavento alla sua vista che quasi ne morì. Avendolo però incontrato una seconda volta, si spaventò sì, ma non tanto quanto la prima. Quando poi lo vide per la terza volta, trovò tanto coraggio da avvicinarglisi e da attaccare persino discorso.

Esopo, La volpe che non aveva mai veduto un leone, 580 a.C. circa

 

 

Immaginiamo di trovarci in collina, al margine di un bosco. Vediamo a un centinaio di metri un cervo che, in una radura, sta brucando erba. Vicino a lui degli arbusti vengono scossi da una folata di vento improvvisa. Il cervo drizza la testa e dopo essersi guardato intorno allarmato si rende conto che non c’è nessun predatore in agguato, così ricomincia a nutrirsi. Un’altra folata di vento muove di nuovo in modo vigoroso gli arbusti vicino a lui, ma questa volta il cervo continua a mangiare.

Cos’è successo nel cervo? Perché non ha più paura?

Immaginiamo di trovarci nel bel mezzo di una pandemia globale. È tutto nuovo, tutto assurdo e spaventoso. Le persone muoiono in tutto il mondo per un nuovo virus sconosciuto. Ogni giorno guardiamo i telegiornali e compulsiamo i siti di informazione per saperne di più. Siamo obbligati a stare chiusi in casa per la prima volta nelle nostre vite. I mesi passano, i telegiornali continuano a snocciolare dati, ma i sentimenti iniziali sono in varia misura svaniti.

Cos’è successo in noi? Perché non abbiamo più paura?

Perché – in entrambi i casi – si è innescato un processo di abituazione.

 

La mente abituata

«Se potessimo udire tutti i suoni esistenti, impazziremmo», pare disse una volta Charlie Parker, uno dei musicisti jazz più importanti di sempre. È per questo che a un certo punto l’ossessivo tic-tac dell’orologio analogico appeso alla parete smette di disturbarci: il nostro cervello decide che è un suono inutile, a tratti dannoso (per il nostro equilibrio psichico), e quindi smettiamo di udirlo, proprio grazie all’abituazione.

Questa parola – abituazione – potrebbe lasciare molti di noi abbastanza freddi, o portarci a confonderla con l’abitudine: comprensibile, ma le cose cambiano dopo aver letto quello che è probabilmente il primo libro in assoluto pubblicato in Italia dedicato a questo argomento che, scopriremo presto, è pervasivo.

Si intitola La mente abituata. Perché le cose smettono di interessarci (Zanichelli editore, collana Chiavi di lettura, 112 pp., euro 12), scritto da Massimo Turatto (1965), professore di psicologia sperimentale al Center for Mind/Brain Sciences dell’Università di Trento.

La freddezza iniziale svanisce presto, perché l’autore ci introduce a un meccanismo che è alla base dell’evoluzione e delle nostre vite, a qualsiasi livello. Terminata la lettura il nostro sguardo sulle cose e su noi stessi sarà cambiato. Perché l’abituazione è ovunque, in natura, fin dentro le pieghe più nascoste dei nostri rapporti di coppia.

 

L’abituazione è ovunque

L’abituazione è un meccanismo neurale e cognitivo che modifica il comportamento di qualunque essere vivente provvisto di neuroni associativi, dai vermi agli esseri umani (non ha quindi nulla a che fare con i neuroni sensoriali). È un meccanismo mentale necessario per la sopravvivenza, come abbiamo visto all’inizio con il nostro cervo:

 

L’ubiquità di questo fenomeno in natura ci dice che il meccanismo alla sua base è adattativo, cioè aumenta le probabilità di sopravvivenza dell’organismo, consentendogli di non rispondere a stimoli inutili e ripetitivi e risparmiare così importanti risorse mentali e fisiche. [p. 57]

 

Non riguarda solo il comportamento, ma anche l’emotività: quando gli organi di informazione stimolano in modo intenso le nostre paure o la nostra indignazione, incorriamo in abituazione. Il peso emotivo da affrontare, a volte, può essere insopportabile. Un meccanismo che ha coinvolto anche molte persone “normali” che vivevano in prossimità dei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale, come spiega Turatto.

Questo perché l’abituazione (comportamentale o emotiva che sia) dipende dalla frequenza degli stimoli e dall’intensità degli stimoli. Maggiori saranno questi due parametri e prima subentrerà abituazione, che infatti è assente nelle persone con problemi di autismo e di deficit dell’attenzione (ADHD): per loro il mondo è una continua e costante fonte di stimoli che non cessano mai.

Quindi che siate cervi, gazzelle o studenti, l’abituazione è fondamentale per resistere alla distrazione, «perché consente al sistema cognitivo di dedicare le preziose e limitate capacità di analisi solo agli stimoli importanti» [p. 46]:

 

È accettabile che una studentessa distolga la sua attenzione dalla lezione per osservare un disegno colorato appeso al muro dell’aula, ma questo diventa un problema se gli stimoli ambientali continuano a catturare la sua attenzione, impedendole di registrare quello che viene spiegato nella lezione. [p. 71]

 

[…] è certo che l’abituazione sia un processo mentale di base, e rende probabile che una sua alterazione abbia importanti conseguenze negative sulla capacità di adattamento dell’organismo all’ambiente. [p. 72]

 

L’abituazione ci salva anche dall’obesità: se ci concentriamo sul cibo, mangiato in un contesto abituale (casa nostra) il senso di sazietà subentrerà in modo più o meno normale. L’abituazione infatti è “contesto-dipendente”. Se però mangeremo al ristorante o davanti alla televisione, gli esperimenti hanno dimostrato che saremo portati ad assumere molte più calorie del dovuto, incorrendo perciò nella disabituazione, cioè nel meccanismo che, se fossimo cervi, ci renderebbe allarmati per ogni foglia che si muove.

Come questo si traduca nel rapporto di coppia fra partner, lo lasciamo invece al piacere della scoperta dei lettori.

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