Pandemia e infodemia, una mappa della crisi di COVID-19 tra scienza e società

Siamo alla «quarta ondata». Da ottobre, in Italia e in Europa, risalgono i contagi di Sars-Cov-2.

Sale anche la tensione delle proteste contro le misure sanitarie, attive e in discussione, soprattutto quelle legate alla certificazione verde, il green pass. Mentre c’è chi ipotizza l’introduzione di un vero e proprio obbligo vaccinale.

Allo stesso tempo va a rilento la somministrazione del richiamo (la cosiddetta «terza dose»), ora raccomandato a tutti gli adulti per ripristinare (e potenziare) la difesa dall’infezione. Si discute inoltre della vaccinazione dei bambini e i «colori» delle regioni rischiano sempre di cambiare. Il timore è che persino i molti vaccinati (ora quasi l’80% della popolazione) non abbiano compreso appieno quanto questo presidio sia importante, soprattutto a causa della rapida evoluzione delle conoscenze sul Covid e della difficoltà di comunicarle in modo adeguato.

E ora c’è massima allerta per la nuova variante Omicron (B.1.1.529).

La pandemia e l’infodemia, cioè l’eccesso di informazioni (più o meno fondate) che ci disorienta, continuano a monopolizzare la nostra attenzione e i mass media. Eppure non siamo al punto di partenza. Dopo due anni di eventi epocali – così numerosi che non riusciamo a ricordarli tutti – possiamo e dobbiamo cominciare a riflettere più lucidamente sullo tsunami che ci ha investito. Marco Ferrazzoli e Giovanni Maga lo fanno in un libro: Pandemia e infodemia: come il virus viaggia con l’informazione (Zanichelli editore, collana Chiavi di lettura, 232 pp., euro 14,30).

 

Uno sguardo d’insieme

Marco Ferrazzoli è giornalista e docente di comunicazione, Capo Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Giovanni Maga è invece virologo e divulgatore, dirige l’Istituto di Genetica Molecolare (IGM) di Pavia, sempre al CNR. Entrambi, spiegano nell’introduzione, hanno seguito l’evolversi della pandemia e dell’infodemia dal principio, ognuno dal punto di vista dettato dal proprio ruolo professionale e dalla propria formazione. Se si vuole studiare questa pandemia, infatti, le pur indispensabili competenze della medicina non bastano. Serve uno sguardo di insieme, una mappa delle infinite ramificazioni cominciate dal primo contagio umano di un virus allora sconosciuto.

Pandemia e infodemia è diviso in quattro parti, tutte scritte a quattro mani: Scienza, Conoscenza, Comunicazione, Società. Con questa struttura gli autori ripercorrono i moltissimi temi essenziali della Covid-19 con una prospettiva multidisciplinare. Dallo spillover alla didattica a distanza, dalle sfide della produzione dei vaccini all’effetto del virus sulle disuguaglianze sociali e internazionali, dalla sovraesposizione degli esperti (a predominio maschile) alla difficilissima gestione della comunicazione istituzionale. Fino al dibattito sul complicato ma inevitabile compromesso tra libertà individuali e salute pubblica, e senza dimenticare il confronto con le tante pandemie ed epidemie del passato, che hanno lasciato una traccia permanente nella nostra cultura.

In questa chiacchierata Marco Ferrazzoli e Giovanni Maga parlano del loro libro, mettendo in luce i temi principali dell’opera, dall’importanza dei media alla percezione pubblica della scienza, dal mestiere del giornalista a quello dello scienziato, dalla concezione di salute pubblica alle strategie di convivenza con la pandemia:

 

Ieri e oggi

Il libro si apre con una sintetica introduzione allo studio dei virus (Giovanni Maga ha già dedicato all’argomento un altro libro) che permette poi di spiegare cosa sia Sars-Cov-2 e quali sono i suoi effetti sugli esseri umani. Parlando di come si fanno e come funzionano i farmaci e i vaccini gli autori spazzano via il campo dalle più comuni bufale, e tratteggiano una situazione in continuo divenire, dando notizia degli ultimi sviluppi (aggiornati a ottobre 2021) su terze dosi e nuovi farmaci approvati per la terapia.

Ma perché è arrivata questa pandemia? Qui torna utile una lezione di storia: siamo stati sfiorati dalla SARS appena 20 anni fa, e sapevamo già moltissimo su come nasce un virus pandemico. Forse, allora, non abbiamo fatto tutto il possibile per ridurre questo rischio. Ma la storia ci racconta anche che in un passato un po’ più remoto abbiamo affrontato epidemie simili con atteggiamenti talvolta molto diversi da oggi. Stupisce, per esempio, leggere le prime pagine dei quotidiani che, nel secondo dopoguerra, minimizzavano l’influenza asiatica (1957-58) e quella di Hong Kong (1968-69), responsabili di decine di migliaia di vittime anche in Italia.

Forse perché al tempo molti altri rischi, inclusi quelli di morire per malattie oggi prevenibili con un vaccino, erano dati per scontati. Scrivono gli autori:

 

I nostri attuali timori sono dovuti anche al privilegio di vivere in un angolo di storia e del mondo che, in un arco di tempo rapidissimo, ha conosciuto forse il maggior aumento di longevità, salute e benessere della storia. È più difficile per noi accettare i limiti umani, la sofferenza o un qualunque disagio, e diventiamo facili vittime degli imbonitori di ricette per la «quasi immortalità». Questi stessi fattori – l’humus culturale, il clima politico, il vissuto recente – nel caso delle pandemie più vicine hanno generato un’infodemia e un atteggiamento della società assai differenti.

 

Per approfondire, leggi il nostro fascicolo di approfondimento Virus e Pandemie.

 

In tutto il libro il passato è un utile punto di riferimento per orientarsi, anche per non sentirsi sopraffatti da una situazione in continuo mutamento. Persino nei capolavori della letteratura mondiale le pandemie (e le infodemie ante litteram) sono ben rappresentate. E osserviamo, oltre alle differenze, anche molte similitudini con l’attualità. Le epidemie non sono mai state solo una questione sanitaria, ma eventi che mettono a nudo la natura umana e le società che colpiscono. Questo vale oggi come valeva al tempo della peste di Giustiniano o della SARS. Anche il cosiddetto complottismo o la diffusione virale di notizie false non sono certo una novità: basta pensare ai presunti untori ben descritti da Manzoni.

 

Appunti di comunicazione

Di come si dovrebbe comunicare la scienza, rispetto a come è effettivamente comunicata, si discute da molto prima della pandemia. Per lavoro, gli scienziati devono comunicare. Prima di tutto con altri scienziati, perché la loro carriera dipende da come il loro lavoro scientifico è valutato dai loro pari. Allo stesso tempo la scienza va comunicata anche a tutto il resto della società, che è composto da diversi pubblici: dai politici ai portatori di interesse (stakeholders), fino ai cittadini. Questa comunicazione segue molti canali e coinvolge diversi intermediari.

Se anche in tempi “di pace” non esistono ricette semplici per migliorare il rapporto tra scienza e società attraverso la comunicazione, figuriamoci durante questa “guerra” al virus. Gli autori di Pandemia e infodemia però, senza voler salire in cattedra, rilevano i numerosi passi falsi che, da più parti, si sarebbero potuti evitare per non dover ricorrere al “senno di poi”. C’è il problema degli esperti, per esempio. Dati alla mano, i nostri mass media hanno dato voce a molti scienziati (quasi sempre uomini), ma allo stesso tempo ne hanno assecondato il protagonismo, privilegiando l’esaltazione dello scontro personale, rispetto al confronto delle idee su cui la scienza dovrebbe basarsi. In altre parole, buona parte della comunicazione è stata cacofonica e sensazionalistica. E così, già alla seconda ondata, gli stessi esperti (ma anche le istituzioni) avevano perso molta della fiducia di cui godevano all’alba dell’emergenza. Un esito che si poteva evitare.

È insomma importante evitare comodi capri espiatori e letture semplicistiche del rapporto tra scienza e società. Dire che sia tutta colpa dei social network, della mancanza di educazione scientifica nella scuola dell’obbligo o del complottismo significa rifiutarsi di analizzare una situazione molto più complessa, dove le responsabilità della cattiva comunicazione sono molto più distribuite.

In questo articolo sui vaccini Giancarlo Sturloni racconta come gli esperti valutano i rischi e perché è cruciale una comunicazione efficace a riguardo.

 

Non c’è una sola crisi

Gli autori si soffermano diffusamente su come il virus abbia cambiato la nostra lingua. Quasi da un giorno all’altro abbiamo cominciato a usare comunemente decine di vocaboli ed espressioni nuovi o con un nuovo significato. La parola che forse è più importante, però, non è ancora molto popolare: sindemia. Indica il fenomeno per cui due o più epidemie interagiscono tra loro in modo sinergico, rafforzandosi a vicenda. Questo processo è guidato, oltre che da fattori biologici, anche da fattori culturali, ambientali e politici, altrettanto o più importanti.

Quella di Covid 19 è una sindemia, perché in tutto il mondo ha dato il via a una serie di reazioni a catena che hanno, in primo luogo, peggiorato le condizioni di salute di chi già non se la passava bene. Ed ecco come un virus che sulla carta avrebbe bassa letalità (ma altissima contagiosità), ha spinto il mondo in una situazione che molti descrivono in termini bellici, esacerbando le crisi già presenti di un pianeta fiaccato dalla recessione economica e dal degrado ambientale. Del resto, è proprio la distruzione degli habitat che favorisce il contatto con nuovi patogeni. Mentre il cambiamento climatico, prima ancora di minacciare le nostre coste, sta permettendo a malattie tropicali di arrivare dove prima non era possibile.

La strada da fare è ancora moltissima, ma non bisogna cadere nel pessimismo e nella resa. Come scrivono gli autori nelle conclusioni di Pandemia e infodemia:

 

Questa esperienza, non ancora conclusa, dovrebbe insomma farci ripensare il governo del mondo. Spronarci a migliorare la cooperazione internazionale attraverso organismi come UE e ONU, OMS, FAO, UNESCO, per poter affrontare uniti le emergenze planetarie. Non c’è bisogno di un’invasione di alieni, come nei film di Hollywood, per affratellare tutto il genere umano. Lo diciamo non come esortazione etica o retorica, ma nella consapevolezza che i problemi hanno ormai dimensioni globali, si tratti di economia, lavoro, migrazioni, ambiente, clima, salute. E che il tempo a disposizione è sempre meno.

 

Se vuoi approfondire il rapporto tra ambiente ed epidemie puoi leggere questo articolo che analizza le conseguenze della pandemia sugli animali.

 

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