Come possiamo convivere con gli animali selvatici?

L’interazione fra esseri umani e fauna selvatica è diventata una delle priorità nella conservazione della natura a livello mondiale. La sopravvivenza di molte delle specie più iconiche del nostro pianeta – come tigri, elefanti, leopardi, leoni, lupi e orsi – dipende però da quanto siamo disposti ad accettare la loro presenza su un territorio condiviso. Oggi, infatti, siamo portati erroneamente a pensare che questi animali siano ormai confinati in parchi e riserve naturali, senza avere la percezione che in molte parti del mondo essi vivono liberamente nello stesso spazio occupato dalla nostra specie.

 

L’espansione umana sul pianeta

Questa condivisione dell’ambiente è tanto più accentuata quanto più grande è la superficie occupata dalle attività umane, che si è espansa in seguito al rapido aumento demografico. Ciò ha causato una sempre più veloce contrazione e frammentazione degli spazi naturali a disposizione esclusiva degli animali, che hanno dovuto adattare il proprio stile di vita a una natura fortemente antropizzata. Oggi la diffusione delle attività umane sul pianeta è capillare: fatta eccezione per gli ambienti estremi e quelli occupati dai ghiacci, si stima che solo il 20% delle terre emerse del pianeta sia “libero” dalla nostra presenza. In altre parole, quattro quinti delle terre emerse sono antropizzate.

Si tratta di una “colonizzazione” che ha seguito costantemente la nostra storia evolutiva, ma che negli ultimi 200 anni è stata rapidissima: in questo breve lasso di tempo la popolazione umana è passata da uno a quasi otto miliardi, il che è impressionante se si pensa che la nostra specie ha impiegato oltre 200.000 anni per raggiungere il primo miliardo di individui. Questo incremento non si è verificato in maniera omogenea in tutte le zone del pianeta: in alcune, come l’India, la zona costiera cinese e alcune aree dell’Europa l’aumento è stato particolarmente intenso, tanto da rappresentare le regioni con la più alta densità di popolazione.

 

La perdita di biodiversità

L’espansione umana ha comportato profonde conseguenze su tutte le altre comunità di organismi viventi: il livello di biodiversità è drasticamente diminuito, molte specie sono scomparse dal pianeta e il numero di animali selvatici come tigri, leoni, lupi, orsi, leopardi, elefanti, ovvero animali che in qualche modo possano essere considerati competitori dell’uomo per risorse come bestiame o raccolti, o rappresentare essi stessi una risorsa economica (avorio, pellicce, carne, denti, ossa e organi usati nella medicina tradizionale di alcuni paesi del mondo), o ancora essere percepiti come una minaccia, è drammaticamente diminuito.

Nell’ultimo secolo, per esempio, le popolazioni di tigri selvatiche sono diminuite del 96% a livello globale, passando da 100 000 individui a meno di 3890 nel 2016. Negli anni Sessanta, a causa della perdita di habitat, della caccia eccessiva e del bracconaggio incontrollato, le tigri selvatiche erano addirittura scomparse dall’Asia centrale. Per le stesse ragioni, oggi il leone africano sopravvive solo nel 10% del suo areale storico: in 100 anni, infatti, la popolazione è passata da 200 000 a meno di 20 000 individui, con un crollo pari al 90%.

 

La competizione per le risorse

Gli esseri umani sono stati per queste e per molte altre specie sia una minaccia diretta (caccia e bracconaggio), sia indiretta: l’occupazione, la distruzione e la frammentazione di molti habitat naturali hanno infatti eroso progressivamente lo spazio e le risorse a disposizione degli animali, costretti in spazi sempre più ridotti e sempre più a ridosso di zone urbanizzate. Per riuscire a sopravvivere in queste nuove, mutate condizioni hanno dovuto modificare il proprio comportamento.

Questo ha fatto sì che le nostre interazioni con gli animali diventassero sempre più frequenti; non per un aumento del numero di animali, bensì per una drastica diminuzione degli spazi a loro disposizione che rende spesso inevitabile l’attraversamento di zone antropizzate. Al tempo stesso, la nostra evoluzione tecnologica e culturale ci ha reso sempre meno disposti – e sempre meno abituati e attrezzati – ad accettare la presenza degli animali sul “nostro” territorio.

 

Distribuzione dell’incidenza dei conflitti fra esseri umani e fauna selvatica nel mondo. Sono considerati tre tipi di conflitti: predazione di animali domestici, danni alle colture e attacchi alle persone. La scala dei colori indica l’incidenza dei conflitti
(immagine: https://www.researchgate.net/figure/Distribution-of-human-wildlife-conflicts-incidence-for-countries-in-the-world_fig2_327158149)

 

 

La reintroduzione degli orsi in Trentino

Anche il successo delle azioni di conservazione può aver generato un aumento delle occasioni di interazione fra uomo e animali. Basti pensare al caso dell’orso in Trentino: il progetto Life Ursus, iniziato alla fine degli anni Novanta, ha previsto il trasferimento di dieci orsi provenienti dalla Slovenia sulle montagne trentine. Questo progetto, nato per salvare la popolazione di orsi alpini, altrimenti destinata all’estinzione, ha avuto estremo successo e oggi gli orsi sono quasi cento.

Le montagne trentine sono densamente popolate e le attività agricole e gli allevamenti sono presenti in quasi tutte le valli della provincia. L’aumentata presenza degli orsi, una così capillare occupazione del territorio e la difficoltà di spostamento degli animali causata dalle infrastrutture presenti nelle valli abitate, fanno sì che le interazioni con gli orsi – e le occasioni di conflittualità – siano più frequenti che nel recente passato, quando sull’intero arco alpino erano rimasti appena tre esemplari.

La provincia autonoma di Trento pubblica ogni anno un rapporto sulla presenza dell’orso e dei grandi carnivori nel suo territorio
(immagine: M. Vettorazzi_Archivio Servizio Faunistico Provincia Autonoma di Trento)

 

Danni e rimedi

L’esito di un incontro può avere conseguenze neutre, positive, ma anche negative nei casi in cui il comportamento degli animali, dovuto alle loro necessità, interferisca con le attività umane, o viceversa, nei casi in cui le nostre attività impattino negativamente sulle necessità della fauna. In cerca di cibo, e adattandosi velocemente a trarre beneficio dalla nuova condizione di vicinanza con gli insediamenti umani, gli animali possono danneggiare raccolti, predare gli animali domestici o introdursi in granai, magazzini e abitazioni.

Questi episodi, tuttavia, nella maggior parte dei casi sono generati da una riduzione delle prede selvatiche, per esempio a causa di una caccia eccessiva che costringe gli animali ad attaccare il bestiame domestico in mancanza di prede naturali. Oppure dall’interruzione di passaggi usati in passato dagli animali per raggiungere zone di approvvigionamento alimentare stagionale o di acqua, come avviene nel caso degli elefanti in alcune regioni dell’Africa o in India, dove l’occupazione agricola del territorio da parte dell’uomo ha interrotto rotte storiche, seguite stagionalmente per generazioni dagli elefanti in cerca di acqua o di cibo. Un’altra causa può essere la mancanza di corridoi ecologici che permettano agli animali di spostarsi da una zona protetta a un’altra senza essere costretti ad attraversare zone urbanizzate.

Specie diverse possono causare danni di tipo diverso in periodi diversi dell’anno e le conseguenze variano in funzione del livello economico, sociale e culturale delle comunità che li subiscono. Per alcune comunità, la perdita anche di un solo animale domestico per l’attacco di un predatore può significare la perdita dell’intero introito annuale. Gestire queste interazioni per rendere possibile e tollerabile la coabitazione di un territorio da parte di uomini e animali è una delle sfide più urgenti e affascinanti della conservazione e necessita anzitutto della comprensione profonda delle necessità umane, di quelle degli animali e del loro comportamento per minimizzare le interazioni negative e quindi consentire la compresenza sullo stesso territorio.

 

Le strategie della convivenza

Quali strategie adottare per poter tutelare allo stesso tempo gli interessi umani e quelli degli animali? Come promuovere l’accettazione della presenza di orsi, lupi ed elefanti sul “nostro” territorio e delle possibili conseguenze che questa presenza genera? In ogni parte del pianeta, sono moltissimi gli studi finalizzati in maniera specifica a mettere a punto “strumenti per la coesistenza”. Si tratta di strategie semplici come l’uso di recinzioni intrise di peperoncino secco, estremamente irritante per gli elefanti, che così si tengono alla larga dai campi di mais di cui altrimenti sarebbero estremamente ghiotti.

 

Montaggio delle chilli fences, barriere fatte con stracci intrisi di olio esausto di macchina e peperoncino secco, una sostanza estremamente irritante per gli elefanti, che in questo modo sono tenuti lontani dai campi di mais (immagine: Anna Sustersic)

 

Oppure si possono dipingere grandi occhi sul corpo degli animali domestici, un deterrente semplice e a costo zero, ma che sembra inibire l’attacco da parte dei predatori. Allo stesso scopo si può ricorrere a recinzioni di rami spinosi per tenere lontani leoni e leopardi, a cani da guardia o campane al collo degli animali per avvertire della presenza di eventuali predatori, o, banalmente, agli spaventapasseri.

Altre strategie prevedono invece l’impiego di tecnologie sofisticate come le recinzioni virtuali che intercettano la presenza di predatori grazie a sensori di movimento o di calore, segnalandola direttamente tramite un sms all’allevatore, le recinzioni elettrificate o i sistemi di detenzione dei predatori che si basano sull’uso di radiocollari. Bisogna però tener presente che non ci sono soluzioni uniche e miracolose in grado di risolvere, da sole, il problema della coesistenza: si tratta sempre di individuare la giusta combinazione di strumenti e applicarla con il giusto metodo. Per esempio, nel caso dei lupi sulle nostre montagne la presenza di un pastore, insieme ai cani da guardia e la recinzione notturna del bestiame, hanno dimostrato una riduzione notevole degli attacchi da parte del lupo sugli animali domestici.

 

I Masai proteggono i loro animali domestici con recinti di rami spinosi posti attorno alle capanne del villaggio sul Lago Natron, in Tanzania (immagine: Anna Sustersic)

 

Accettare il rischio e riconoscere i benefici

È, alla fine, una questione di “co-adattamento” in cui alla rapida abitudine della fauna alla presenza umana, deve far eco un rapido adattamento da parte nostra al comportamento animale, tutelando al contempo le attività economiche e la sopravvivenza degli animali selvatici. La coesistenza è definita come uno stato dinamico, ma sostenibile, in cui gli esseri umani e la fauna selvatica si adattano a vivere in paesaggi condivisi, dove le interazioni con la fauna sono guidate sia dalla disponibilità dei cittadini, sia da scelte politiche e istituzionali in grado di assicurare il mutuo interesse. La presenza degli animali, infatti, genera anche molti impatti positivi, mantenendo il livello di qualità degli ecosistemi – da cui il dipende anche il nostro benessere – elevato, sano ed equilibrato.

Identificare metodi sempre migliori per ridurre o prevenire le interazioni negative e per migliorare il benessere sia delle persone, sia della fauna è l’obiettivo principale della ricerca sulla coesistenza uomo-animale. È fondamentale il contributo di molte discipline diverse come etologia, sociologia, psicologia, comunicazione ed economia per comprendere a fondo le barriere che rendono la coesistenza difficile da realizzare, così come i benefici che la rendono desiderabile. L’accettazione della presenza degli animali e il rischio che essa genera sono una dimensione importante per rendere possibile la coesistenza. Bisogna perciò tenere presente che la coesistenza richiede anzitutto di tollerare un certo livello di rischio che sempre – e da sempre – la presenza di animali selvatici comporta, e che va gestita in maniera tale da poter essere mantenuta entro livelli accettabili.

 

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Cadonna – Archivio Servizio Faunistico Provincia Autonoma di Trento

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Zeni – Archivio Servizio Faunistico Provincia Autonoma di Trento

 

 

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