Elisabeth Bik, l’investigatrice del plagio nella scienza

Il 5 aprile 2020 è domenica. In Italia è da poco meno di un mese che il governo ha decretato il primo lockdown per contenere la pandemia provocata da SARS-CoV-2. Negli Stati Uniti i casi registrati dalla Johns Hopkins University sono 305 mila, ma una delle preoccupazioni principali del presidente Donald Trump è minimizzare la situazione e bollare come “fake news” le notizie sulla pandemia diffuse dai media americani. È l’argomento principale anche della conferenza stampa di quel pomeriggio, ma con un elemento in più. Trump invita a utilizzare l’idrossiclorochina, un medicinale già noto per i suoi effetti contro la malaria, per la sua capacità di sconfiggere anche il virus che provoca il Covid-19. 

Non importa che solo qualche giorno prima, il 24 marzo, Anthony Fauci, il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Disease e una delle figure principali nella lotta alla malattia, abbia seccamente risposto a un giornalista che gli chiedeva se gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione l’idrossiclorochina come farmaco contro il Covid-19: «la risposta è no e le prove di cui lei parla sono aneddotiche» (lo riporta lo stesso articolo del Guardian che raccontava la conferenza stampa del 5 aprile 2020). Il riferimento è ai risultati di una ricerca condotta in Francia e apparsi per la prima volta il 16 marzo su medRXiv, un sito che pubblica pre-print, quindi articoli non ancora passati al vaglio della validazione dei pari, specializzato in medicina. 

Solo pochi giorni dopo, lo stesso 24 marzo in cui Fauci ne ha parlato, è apparsa la prima analisi di quella ricerca, smontata pezzo per pezzo, da colei che è considerata una delle più capaci cacciatrici di mala condotta nella realizzazione di studi scientifici nell’ambito medico. Da quel giorno, e soprattutto dopo le parole di Trump, Elisabeth Bik è stata più volte minacciata online e il suo indirizzo negli Stati Uniti è stato reso pubblico.

 

Le prime investigazioni sul plagio nella scienza

Elisabeth Bik è una microbiologa originaria dei Paesi Bassi. Si è formata all’Università di Utrecht, dove ha studiato le ondate di infezioni di colera che negli anni Novanta stavano colpendo il Bangladesh. Dal 2001 si è trasferita negli Stati Uniti, alla Stanford University, specializzandosi nello studio del microbioma. È da questi interessi che nasce il suo primo blog, Microbiome Digest, una sorta di magazine tutto dedicato alle ultime novità sul microbioma.

Elisabeth Bik nel 2019 (Fonte: Wikimedia Commons)

La svolta arriva nel 2013. Facendo ricerche online sul proprio lavoro scientifico, si accorge che i suoi articoli sono stati utilizzati da altri ricercatori in loro pubblicazioni scientifiche senza che lei venisse citata. Bik si domanda allora quanto il plagio sia diffuso nelle pubblicazioni scientifiche. Si rende anche conto di possedere una capacità quasi unica per analizzare le immagini a occhio nudo. Per esempio, riesce con facilità ad accorgersi se una stessa immagine, magari una sezione di un tessuto organico, è stata riutilizzata ribaltata o leggermente modificata nello stesso articolo. Si tratta di una truffa che alcuni ricercatori utilizzano per coprire la scarsità di dati scientifici su cui si basano i loro risultati. 

Su queste basi, e lavorando solamente a occhio nudo, nel 2016 Bik analizza oltre 20 mila articoli scientifici apparsi in 40 diverse pubblicazioni tra il 1995 e il 2014. Su quel campione, Bik trova che il 3,8% delle immagini presenta qualche problema, come mostrano i risultati della sua ricerca pubblicati in un paper scientifico, in cui la stessa Bik scrive che «la prevalenza di documenti con immagini problematiche è aumentata notevolmente negli ultimi dieci anni».

 

Il Science Integrity Digest

Da quella prima esperienza, Bik ha allargato il proprio raggio di azione, coinvolgendo anche altri ricercatori del suo gruppo di ricerca. Comincia a contribuire regolarmente a due blog, Retraction Watch e PubPeer, che si occupano proprio di individuare modi di procedere discutibili nella ricerca. In parallelo apre il proprio secondo blog, Science Integrity Digest, dedicato al tema e nel 2019 si prende un anno sabbatico per dedicarsi completamente a queste investigazioni. Il suo lavoro di investigazione ha portato finora a 519 ritrattazioni di studi scientifici e 452 correzioni.

Un’immagine tratta dall’analisi dell’articolo di Gautret et al. sull’idrossiclorochina contro il Covid-19 eseguita da Elisabeth Bik sul suo blog.

Proprio su Science Integrity Digest appare l’analisi dell’articolo di Didier Raoult e i suoi colleghi sull’impiego dell’idrossiclorochina per trattare il Covid-19. L’analisi di Bik mette in evidenza che il campione di ricerca è troppo piccolo. Ma anche la metodologia è, secondo Bik, discutibile. Sei dei pazienti inizialmente parte nello studio non vengono inclusi nel set finale dei dati pubblicati: si tratta di pazienti che nonostante la cura con idrossiclorochina si sono ammalati gravemente o sono deceduti. La loro esclusione dal paper finale aumenta in maniera artificiale l’efficacia della terapia.

 

Le minacce e gli strascichi legali

Fin dalla pubblicazione della sua analisi, Bik è stata oggetto di un minacce e insulti su Twitter. Lo racconta lei stessa in un’intervista al Guardian: «mi hanno bombardato su Twitter con ogni tipo di minacce e false accuse». Raoult e Boris Barbour, uno dei coautori dello studio sull’idrossiclorochina, sono arrivati a minacciare azioni legali per molestie in merito a una discussione pubblica avuta su PubPeer

Nella stessa intervista, che risale all’inizio di agosto 2021, Bik racconta che prima di occuparsi di Covid-19, riceveva qualche messaggio spiacevole di quando in quando. Da quando è finita nell’occhio del ciclone dell’idrossiclorochina, tuttavia, ha passato gran parte del suo tempo a difendersi dagli attacchi online, salvando schermate di Twitter e denunciando il tutto alla polizia.

Uno dei grandi sostenitori del lavoro di Bik è il ricercatore australiano Kyle Sheldrick che ha sottolineato come andare a valutare il lavoro degli altri scienziati dovrebbe essere una prassi normale della scienza, ma in qualche modo nella comunità scientifica di oggi, come mostra l’accanimento contro Bik, non è più così: «La scienza dovrebbe autocorreggersi, ma ciò non significa che gli scienziati seguano questa prassi».

 

Per la lezione

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