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Biologia

Noi e le piante: un lungo sodalizio di desideri

Viaggio nelle pagine de La botanica del desiderio di Michael Pollan. Un libro per capire quanto alcune specie vegetali abbiano influenzato la storia umana

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Prova a immaginare di essere una pianta. Non hai gambe, né ali. Non puoi muoverti. La tua caratteristica principale è l’immobilità. Come fai a ottenere ciò che ti è necessario per dare senso alla tua vita evitando che le pressioni ambientali ti portino a morire e, alla lunga, a estinguerti come specie?

  • Stringi alleanze, per esempio: offri qualcosa in cambio di qualcos’altro.
    È il caso dei frutti, la cui funzione è proteggere, nutrire e diffondere i semi che contengono. In che modo? Prendiamo la mela (che da un punto di vista botanico è un pomo, ovvero un "falso frutto"): nel migliore dei casi ha una polpa dolce, buona, che attrae alcuni mammiferi. Un cavallo passa sotto un melo, mangia le mele, i semi nascosti all’interno finiscono nel suo sistema digerente per poi venire espulsi ore dopo a kilometri di distanza. Nuovi individui di meli cresceranno lontani senza entrare in competizione con la pianta madre, al contempo diffondendone i geni (come noi, che però abbiamo gambe e ruote).
  • Produci sostanze che hanno un effetto sugli altri: possono essere effetti positivi oppure effetti negativi, magari subdoli, che modificano il comportamento di chi dovrebbe aiutarti (insetti, mammiferi o altre piante). La caffeina, per esempio, è un antiparassitario che il caffè e il tè hanno evolutivamente sviluppato per difendersi dagli insetti, ma è presente anche nel nettare per attirare gli impollinatori! Hanno scoperto infatti che le api “drogate” di caffeina, preferiscono quel nettare rispetto al nettare di solo zuccheri. 

Insomma, come ci insegna anche la fisica ogni cosa è relazione. Ed essendo immobile, per una pianta la relazione è l’unica cosa che conta. Molte piante hanno trovato benefici enormi dalla relazione con noi esseri umani. E siamo sicuri che il sodalizio che si è instaurato con alcune di loro sia esclusivamente una nostra scelta?

La botanica del desiderio

Da questa affascinante domanda parte uno di quei libri capaci di modificare la visione del mondo delle lettrici e dei lettori. Si intitola La botanica del desiderio e l’autore – un fuoriclasse pubblicato in genere da Adelphi – è il noto divulgatore californiano Michael Pollan (1955).

Del libro esistono due diverse edizioni. Quella “normale” è edita dal Saggiatore (2005-2014, 255 pp., euro 14), e per quattro motivi diversi affronta quattro piante per noi importanti:

  • il melo, che rappresenta il desiderio di dolcezza;
  • il tulipano, che rappresenta il desiderio di bellezza;
  • la marjuana, che rappresenta il desiderio di ebbrezza;
  • la patata, che rappresenta il desiderio di controllo.

Esiste poi una recente “edizione per ragazzi” riscritta dallo stesso Pollan ed edita da Aboca (2023, 213 pp., euro 18) con il terzo capitolo diverso. Al posto della marjuana infatti c’è:

  • il caffè, che rappresenta il desiderio di energia.

La scelta dell’edizione dipenderà dall’età delle lettrici e dei lettori, tenendo conto che l’edizione per ragazzi è stata resa più agile, con alleggerimenti, tagli e moderate semplificazioni che comunque non snaturano in alcun modo il libro. Libro che alterna sapientemente botanica e dati scientifici, Storia con la s maiuscola fatta anche di piccole singole storie, e autobiografia di Pollan, il quale decide di scrivere La botanica del desiderio dopo una folgorazione mentre seminava patate nel suo orto: «sono stato io a scegliere di piantare questa patata, o è lei che ha scelto me? In realtà, entrambe le possibilità sono vere.»

Noi seminiamo le patate perché ci piacciono, le patate – rendendosi appetibili – hanno selezionato noi per diffondersi.

Da quel momento il suo orto, il suo giardino e il mondo intero gli sono apparsi in una luce completamente diversa:

A livello genetico, alle piante interessa solo quello che importa a ogni altro essere vivente: riprodursi. Procedendo per tentativi ed errori, queste specie di piante hanno scoperto che il modo migliore per riuscirci è indurre gli animali – api o esseri umani, non ha molta importanza – a diffondere i propri geni. Come? Facendo appello ai loro desideri, più o meno consapevoli. I fiori e le patate che riescono a farlo in modo più efficace sono quelli che arriveranno a fruttificare e a riprodursi di più. [Saggiatore, p. 10]

Le cinque specie vegetali sopra elencate sono riuscite nell’intento in modo esemplare, per motivi molto diversi, tanto da farci sembrare degli automi nelle loro “mani” verdi.

Basta immaginare quante persone, in questo preciso momento, stanno mangiando patatine fritte nei fast-food sparsi in tutto il mondo. Oppure a quante piante – come i tulipani e le rose – vengono seminate, annaffiate, curate, ammirate e fotografate ovunque per la bellezza dei loro fiori, fiori spesso origine – anche – di inebrianti profumi che utilizziamo per sedurre o semplicemente per stare bene.

Il libro è di appassionante lettura anche perché procede – nella migliore tradizione della saggistica di divulgazione scientifica anglosassone – alternando le esperienze dirette dell’autore con i dati e le storie delle sue ricerche. Dove le specie vegetali selezionate sono solo la punta dell’iceberg di qualcosa di molto più grande: l’evoluzione naturale e la storia umana.

Siamo tutti partecipi della grande, grandiosa e stupenda danza della simbiosi, consociati nel processo di coevoluzione, per cambiare e per farci cambiare in un rapporto di reciproca dipendenza. [Aboca, pp. 10-11]

Una droga accettata da tutti: il caffè

Per dare un assaggio dei contenuti del libro useremo come esempio il caffè, raccontato nella versione del libro per ragazzi. Da precisare che nel libro è indicato anche il tè, ma nonostante caffeina e teina siano la stessa identica molecola, le due bevande agiscono nel nostro corpo in modo diverso, e infatti il tè è appena citato, perché è il caffè a dare gli effetti più immediati e marcati.

La caffeina è, a tutti gli effetti, una droga. Non solo per i suoi effetti a breve e lungo termine (ci dà l’impressione di essere più energici e ci dà dipendenza), ma anche perché può dare intossicazione, overdose e morte: la dose letale infatti è di circa 150 mg per kg di peso corporeo, che equivale a circa 80 tazzine di caffè. Già dopo le cinque tazzine, però, abbiamo i primi segni di intossicazione, con tremori e problemi cardiaci.

Da un punto di vista botanico, la caffeina, come la nicotina, è un insetticida naturale, un alcaloide sviluppato per puro caso da varie piante per difendersi dagli attacchi degli insetti erbivori. Il caso ha dunque favorito queste piante, anche perché la caffeina altera il comportamento degli insetti impollinatori creando in loro dipendenza, in modo che si rendano utili alla pianta, come accennato all’inizio dell’articolo: «le piante drogano le api, costringendole ad agire contro i propri interessi» [p. 121].

Ricorda qualcuno? Esatto, e infatti il caffè:

è la droga più usata nel pianeta. Forse il 90% degli adulti ne fa un uso quotidiano. È anche la sola droga che permettiamo di comprare anche ai bambini. Negli Stati Uniti, più del 70% dei bambini assume caffeina quotidianamente, principalmente mediante le bibite e le cosiddette bevande energetiche. [p. 113]

Questa dipendenza ha origini lontane. Pollan racconta la storia del nostro rapporto con l’alcaloide contenuto nei semi partendo dalla scoperta della pianta, in Etiopia, attorno all’850 d.C. Il suo sviluppo ha avuto profonde ripercussioni sociali e politiche, visto che nelle sale da caffè nate a partire dal XVI secolo nell’Impero Ottomano ci si incontrava e ci si scambiava informazioni preziose.

Questo sorseggiare caffè in continuazione colpì molto i viaggiatori veneziani arrivati a Costantinopoli:

Nel 1585, un veneziano scrisse a casa per raccontare che gli abitanti del posto “avevano l’abitudine di bere in pubblico, nei locali e per la strada un liquido nero, bollente al limite della sopportazione, estratto dai semi di quello che chiamano Cave… e che ha la proprietà di tenere svegli gli uomini”. [p. 125]

Da lì fino a Starbucks, anche grazie all’intraprendenza dei veneziani che aprirono il primo caffè in Occidente, il passo è stato breve. Oggi il mondo è dopato dalla caffeina, che fra l’altro altera in modo profondo la qualità del sonno. Per dimostrare quanto Pollan – come spesso gli accade – si mette in gioco in prima persona, dopo una vita passata a bere caffè l’autore interrompe bruscamente l’assunzione di caffeina per un lungo periodo e poi descrive le reazioni della sua mente e del suo corpo dopo aver bevuto di nuovo caffè:

Benessere era il termine che meglio descriveva quella mia prima sensazione; sensazione che continuò a crescere e a diffondersi finché non decisi che invece il termine più appropriato era gioia. Non era però la sensazione che avevo provato in passato bevendo il mio primo caffè della giornata per tornare alla normalità mentre si dissipava la nebbia generata dall’astinenza da caffeina. […] 
Tutto sembrava migliore, più nitido, reale. Mi chiesi se tutta quella gente con un bicchiere di carta in mano avesse minimamente idea della droga che stava sorseggiando. Ma non poteva avercela, visto che si erano assuefatti alla caffeina ormai da chissà quanto tempo. Ne facevano uso per non sentirsi a pezzi, per sentirsi normali. Ma non più, però, per sentirsi alla grande. [P. 146]

Senza moralismi, emerge il dato più controintuitivo, che in genere tendiamo a non considerare: il caffè in realtà non ci aiuta a concentrarci, non ci dà più energia. La difficoltà di concentrazione, la scarsa energia, sono date infatti dalla mancanza di caffeina, che come ogni droga dà assuefazione. L’assuefazione, dice lo Zingarelli, è «l’abitudine a certe sostanze, tossiche o curative, da parte dell’organismo, per cui ne occorrono dosi sempre crescenti per ottenere l’effetto voluto.»

Ecco perché il genere Coffea ha fatto tanta strada, dalla sua scoperta in Etiopia. Ora si trova ovunque, nel mondo. Ovunque ci siano esseri umani, che pensando di avere bisogno di svegliarsi e di essere efficienti, in realtà stanno obbedendo agli ordini di una pianta che dagli altopiani del Corno d'Africa è riuscita ad arrivare fino allo spazio.

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La Follia del Tulipano di Jean-Léon Gérôme, 1882. Nel racconto di Pollan anche l'incredibile "bolla dei tulipani", o tulipomania, scoppiata in Olanda nella prima metà del Seicento, dove un singolo bulbo poteva arrivare a costare come un appartamento di lusso nel centro di Amsterdam (immagine: Wikipedia)

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Le drupe, i frutti della pianta di caffè, hanno un aspetto simile alle ciliegie (immagine: Makalu via Pixabay)

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La copertina de La botanica del desiderio nell’edizione Aboca per ragazzi e ragazze

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Guastarsi un caffè nell’Impero Ottomano. Artista scosnosciuto, Pera Museum (immagine: Wikipedia)

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Caffè preparato sulla Stazione spaziale internazionale dal cosmonauta russo Maxim Suraev (immagine: NASA)

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La copertina de La botanica e il desiderio, nella edizione del Saggiatore