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La scienza e la pseudoscienza del dentifricio

Fa parte della nostra igiene quotidiana, ma non tutti sanno come funziona davvero e quali proprietà che gli associamo siano fondate e quali no

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Insieme al sapone, il dentifricio fa parte dei cosmetici di uso quotidiano, quindi conoscere meglio questo prodotto, comprenderne le caratteristiche e sfatare alcuni falsi miti può essere interessante e utile.

Più o meno tutti abbiamo esperienza di che cosa sia un dentifricio, ma, se volessimo darne una definizione, potremmo dire che si tratta di un prodotto di consistenza solitamente cremosa, pastosa o gelatinosa (ma in passato anche liquida o in polvere) che, adoperato insieme allo spazzolino, permette di eseguire l’operazione considerata alla base dell’igiene orale, ovvero il lavaggio dei denti.

Sicuramente l’azione meccanica dello spazzolino sulla superficie dei denti, eseguita adoperando una tecnica efficace che permetta la rimozione di placca e residui alimentari, è la parte fondamentale di quest’operazione igienica, ma il dentifricio interviene per coadiuvarla in diversi modi, risultando un alleato importante della salute della bocca.

Un’esigenza molto antica

Anche presso civiltà molto antiche era testimoniato l’uso di prodotti con una funzione analoga a quella del dentifricio o in generale collegati all’igiene orale, come attesterebbero alcuni indizi in papiri egizi e le testimonianze più consistenti del mondo greco e romano, che riguardano soprattutto prodotti ad azione abrasiva e deodorante.

In un brano piuttosto famoso della sua Apologia, lo scrittore latino Apuleio si difendeva dall’accusa di magia che gli era stata rivolta sottolineando, tra le altre cose, che la polvere trovata in suo possesso, ritenuta dai suoi avversari uno strumento di magia nera, era in realtà il suo dentifricio, che lui usava regolarmente perché riteneva l’igiene molto importante. Bisognerà però attendere il XIX secolo perché i dentifrici cessino di essere soprattutto polveri a base di ingredienti abrasivi e assumano una consistenza simile a quella attuale e un buon sapore; verso la fine dell’Ottocento nacque anche, per opera del Dr Sheffield, il dentifricio in tubetto, in seguito prodotto su vasta scala dalla Colgate, a partire dal 1896.

Diverse componenti per azioni differenti

Come avviene per molti cosmetici, il dentifricio esercita diverse azioni, ciascuna delle quali fa capo ai diversi tipi di ingredienti presenti. Un dentifricio ha, innanzitutto, la funzione di pulizia comune a tutti gli altri prodotti per l’igiene. È per questa ragione che contiene dei tensioattivi, cioè sostanze dotate di proprietà detergenti e schiumogene, che presentano una parte lipofila, che si lega allo sporco grasso, e una parte idrofila, che ha affinità con l’acqua; l’azione combinata delle due componenti permette di agganciare lo sporco e allontanarlo con il risciacquo.

Sono anche presenti diversi tipi di ingredienti ad azione abrasiva, la cui funzione è quella di grattare la superficie dei denti per levigarla e pulirla, preservando, però, l’integrità dello smalto (per questa ragione si adoperano diverse accortezze, per coniugare efficacia dell’azione e sicurezza). Come sottolinea l’American Dental Association, un adeguato indice di abrasività di un dentifricio, che consenta di evitare danni allo smalto, deve avere un valore pari o inferiore a 250 nella scala RDA (Relative Dentin Abrasivity), elaborata dalla stessa associazione. Tra gli abrasivi rientra anche il bicarbonato di sodio, che ha inoltre la funzione di neutralizzare gli acidi della bocca, colpevoli di erosione dello smalto e alitosi. Anche la scelta di uno spazzolino di qualità e l’attenzione a non spazzolare in modo eccessivamente energico possono aiutare a evitare danni allo smalto. Sicuramente in questo campo l’esperto di riferimento rimane il proprio odontoiatra di fiducia, al quale si potrà chiedere consiglio.

La giusta consistenza del dentifricio è garantita dall’uso di addensanti, acqua e umettanti. Tra questi ultimi rientra anche lo xilitolo (sostanza naturalmente presente nel mondo vegetale, usata come succedaneo del saccarosio, ovvero lo zucchero tradizionale), un ingrediente che secondo alcuni studi evidenzierebbe un’azione protettiva contro la carie, tanto da renderlo spesso presente, oltre che nei dentifrici, in molte gomme senza zucchero, presentate dagli slogan pubblicitari come benefiche per la salute della bocca. In effetti, alcuni studi evidenziano come lo xilitolo sia in grado di aumentare la produzione di saliva e ostacolare la proliferazione batterica nel cavo orale.
Le revisioni degli studi evidenziano, però, una situazione più complessa: se una piccola riduzione della carie sembra essere collegata all’uso di dentifrici con xilitolo, le prove di efficacia per gli altri prodotti che lo contengono sono scarse e di bassa qualità. In generale, le prove scientifiche sui suoi effetti protettivi sono al momento poco robuste.

Il fluoro

Un’azione protettiva molto importante è, invece, esercitata dal fluoro, che contribuisce attivamente alla prevenzione della carie, rinforzando la struttura cristallina dello smalto con la formazione di fluorapatite, favorendo la remineralizzazione dello smalto, rendendolo più resistente ed esercitando anche un’azione antimicrobica soprattutto sullo Streptococcus mutans, batterio coinvolto nello sviluppo della carie.

Questo ruolo del fluoro contenuto nei dentifrici assume una grande importanza fin dalla prima infanzia. Come sottolineato nelle ultime Raccomandazioni Cliniche in Odontostomatologia del Ministero della Salute del settembre 2017, a partire dai 6 mesi d’età, o comunque dalla comparsa del primo dentino da latte, si deve avviare una corretta prevenzione nel corso dell’igiene orale attraverso l’uso, due volte al giorno, di un dentifricio al contenente almeno 1000 ppm di fluoro, in quantità che fino ai 6 anni devono essere molto piccole, ovvero pari alla grandezza di un pisello. Fino al compimento dei 7 anni del bambino l’igiene orale deve essere svolta e attentamente supervisionata da un adulto, anche per minimizzare il rischio che il dentifricio venga ingerito. Soprattutto in passato era comune somministrare ai bambini anche fluoro per via sistemica, attraverso gocce o compresse assunte per bocca, anche se questa pratica non è più raccomandata, perché non è supportata da evidenze scientifiche, al contrario dell’uso topico del dentifricio al fluoro nell’igiene orale.
Allo stesso modo, non è raccomandata la pratica di assumere fluoro in gravidanza allo scopo di prevenire la carie nel nascituro, perché gli studi non hanno messo in evidenza nessun effetto protettivo e permangono alcuni dubbi su possibili effetti negativi.

Un eccesso di assunzione di fluoro può causare una condizione chiamata “fluorosi”, che si può manifestare con l’accumulo di fluoro nello smalto dentale, che si presenta macchiato, e che in alcuni casi può avere conseguenze più gravi.

Gli altri ingredienti

Nei dentifrici sono poi presenti sostanze aromatizzanti di vario tipo, che rendono il sapore più gradevole e contribuiscono a rinfrescare l’alito (per esempio, il mentolo), conservanti e attivi di altro tipo, inseriti dalle aziende per assolvere a specifiche funzioni. Negli ultimi anni, una serie di provvedimenti europei ha avuto come obiettivo la limitazione della dispersione di microplastiche, dannose per l’ambiente e gli organismi. L’applicazione dei divieti riguarda anche alcuni dentifrici, nei quali in passato venivano aggiunti microgranuli ed elementi analoghi, che rappresentano una fonte di microplastiche.

Sbiancare i denti

Molti dentifrici vantano proprietà sbiancanti, dal momento che avere denti bianchi è considerato un importante elemento di bellezza. È bene considerare che nessun dentifricio può sbiancare davvero i denti, cioè renderli più bianchi rispetto al loro colore naturale, determinato geneticamente, che può anche essere avorio o tendente al giallo chiaro. È, però, possibile evitare che il colore naturale, più o meno bianco, venga alterato da abitudini come il fumo e l’uso di tabacco da masticare, o il frequente consumo di alimenti come liquirizia, tè, caffè, alcuni frutti e talune verdure, salse, bevande. Limitare questi fattori e praticare una corretta igiene orale è intanto un’ottima base di partenza per evitare di macchiare lo smalto.

Molti dentifrici sbiancanti, come hanno evidenziato le indagini a opera di un’associazione per la tutela dei consumatori, presentano in media un indice di abrasività troppo alto, che rischia di danneggiare i denti. Si tratta di un parametro non obbligatorio da indicare in etichetta e questo rende più problematico un acquisto consapevole da parte del consumatore. È però stato riscontrato un indice di abrasività eccessivo anche in alcuni dentifrici non sbiancanti.

Sono anche diffusi dentifrici in cui l’azione sbiancante è semplicemente ottica: contengono, infatti, al loro interno pigmenti di colore azzurro, che mascherano visivamente la sfumatura gialla presente sui denti e li fanno apparire per un po’ di tempo più bianchi, pur senza contribuire a cambiarne in alcun modo il colore. Una strategia simile è adoperata per altri prodotti, come alcune gomme da masticare.

Un reale effetto sbiancante è, invece, legato alla presenza di acqua ossigenata, il cui uso deve sottostare, nell’Unione Europea, a limiti rigorosissimi relativi alla concentrazione, perché si tratta di un composto molto pericoloso e tenuto per questo sotto stretta osservazione da parte delle autorità europee. In altre parti del mondo i limiti sono meno restrittivi, ma questo comporta un aumento del rischio di danni allo smalto, quindi è importante fare molta attenzione, soprattutto agli acquisti online, e affidarsi al parere esperto del proprio odontoiatra.

Un’altra pratica fortemente sconsigliabile è quella dello sbiancamento casalingo con il carbone attivo, consiglio virale nei social ispirato a un metodo tradizionale presso alcuni popoli. In realtà l’azione sbiancante esercitata dal carbone è dovuta fondamentalmente al suo potere abrasivo, quindi anche in questo caso il rischio di danneggiare irrimediabilmente lo smalto è concreto. Una revisione degli studi sull’uso del carbone attivo e sui dentifrici che lo contengono per sbiancare i denti ha concluso che non vi sono prove dell’efficacia e della sicurezza di questa pratica.

immagine di copertina: Steve Buissinne da Pixabay

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Dentifricio in cui sono visibili elementi solidi: alcuni tra questi prodotti possono rilasciare microplastiche (immagine: Photo Mix da Pixabay)

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Una collezione di vecchio scatole di dentifrici (immagine: Wikimedia Commons)