Aula di Scienze

Aula di Scienze

Persone, storie e dati per capire il mondo

Speciali di Scienze
Materie
Biologia
Chimica
Fisica
Matematica
Scienze della Terra
I blog
Sezioni
Come te lo spiego
Science News
Interviste
Video
Animazioni
L'esperto di matematica
L'esperto di fisica
L'esperto di chimica
Chi siamo
Cerca

Il diritto negato alla sicurezza alimentare

La guerra in Ucraina rischia di generare carenze di grano in tutto il mondo, ma il problema della malnutrizione viene da molto più lontano

Fra le tante conseguenze della guerra in Ucraina, oltre alle vittime e la distruzione, il mondo ha iniziato a fare i conti anche con la carenza di grano. L’Ucraina, infatti, è uno dei principali produttori al mondo e il quarto esportatore di questo cereale: il giallo della sua bandiera rappresenta proprio i campi coltivati e l’azzurro il cielo oltre l’orizzonte. Con il conflitto in corso, un’enorme quantità di grano è rimasta bloccata nei magazzini e nei silos ucraini: secondo le ultime stime si tratterebbe di almeno 20 milioni di tonnellate di prodotto grezzo. La carenza della materia prima ha rallentato la produzione di pane e pasta in Europa e nel vicino Oriente. Ma già a febbraio il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite aveva denunciato una situazione sempre più critica, soprattutto per i Paesi più poveri: «Se non ci occupiamo di questa situazione immediatamente, nei prossimi nove mesi assisteremo a carestie, alla destabilizzazione di alcune nazioni e a migrazioni di massa».

La crisi del cibo rischia di essere la prossima catastrofe, spiegano gli analisti e i media. Eppure siamo di fronte a un apparente controsenso, perché non abbiamo mai prodotto così tanto cibo come oggi. Secondo le stime della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, con tutto il cibo prodotto nel mondo saremmo in grado di sfamare una popolazione di 10 miliardi di persone, due miliardi in più di quanti abitano il pianeta ora. La produzione di cibo è più che triplicata dagli anni Sessanta a oggi, grazie soprattutto ai progressi nell’agricoltura e alle nuove tecniche industriali: una crescita molto più rapida dell’aumento demografico (siamo il doppio di 60 anni fa) e dell’uso di superficie coltivata a livello globale, cresciuta appena del 15%.

Nonostante questi numeri, però, ancora oggi un numero inaccettabile di persone soffre la fame, non ha accesso al cibo, non può coltivarlo o comprarlo per lunghi periodi dell’anno o addirittura per tutta la vita. Sono almeno 800 milioni, più dell’11% della popolazione globale, le persone che vivono in questa situazione definita insicurezza alimentare. Soffrono la fame non perché manchi il cibo, ma perché non hanno accesso a esso. Come è possibile?

Cosa intendiamo con «sicurezza alimentare»?

Il concetto di sicurezza alimentare è relativamente nuovo, perché si diffonde negli anni Settanta del secolo scorso. Sono anni in cui il mondo inizia a riflettere sui problemi della sovrappopolazione, e i leader mondiali si interrogano sulle possibilità di sfamare società così numerose. Nel 1968 esce un libro che fa il giro del mondo: The population bomb (La bomba demografica) del biologo statunitense Paul R. Ehrlich, che affronta le conseguenze di una crescita esponenziale e senza fine del numero di esseri umani sulla Terra. Il boom, sostiene Ehrlich, si interromperà solo con carestie, guerre e malattie. Benché le sue tesi si riveleranno in parte errate, Ehrlich evidenzia i limiti della società contemporanea e costringe le organizzazioni internazionali a ripensare alla loro missione.

Così, nel 1974, a Roma, durante la prima World Food Conference delle Nazioni Unite e della FAO, viene data una prima definizione al concetto di sicurezza alimentare:

«La disponibilità in ogni momento di un’adeguata quantità di derrate alimentari per sostenere l’espansione stabile del consumo di cibo e compensare le fluttuazioni della produzione e dei prezzi del cibo».

È una definizione semplice: il cibo deve essere sempre disponibile, anche nei momenti di crisi. Questa definizione muta però negli anni, e viene aggiornata ufficialmente nel 1996, per rimanere adottata ancora oggi così:

«La sicurezza alimentare esiste quando tutti gli esseri umani hanno, in ogni momento, l’opportunità fisica, sociale ed economica di ottenere cibo sufficiente, sano e nutriente per consentire loro di soddisfare le proprie esigenze e preferenze alimentari per condurre una vita sana e attiva».

L’aggiornamento non è di poco conto: vengono aggiunti alla definizione anche gli aspetti economici, sociali, le necessità temporali e fisiche, nonché le preferenze individuali. L’obiettivo non è solo avere la possibilità di alimentarsi, ma anche mangiare sano e senza preoccupazioni.

Secondo la definizione, la sicurezza alimentare poggia su quattro pilastri fondamentali:

1. l’accesso, ovvero la capacità di produrre o acquistare il cibo;

2. la disponibilità, ovvero la quantità sufficiente di cibo;

3. la qualità degli alimenti dal punto di vista nutrizionale, sanitario e socioculturale;

4. la stabilità, ovvero la capacità di accesso e il potere di acquisto.

Applicando questi quattro pilastri della sicurezza alimentare, l’unica conclusione possibile è una sola: al momento viviamo in un mondo dove l’insicurezza alimentare esiste ed è all’ordine del giorno. 

La malnutrizione per difetto

Negli anni la sicurezza alimentare è stata messa al centro di moltissimi piani di sviluppo nazionali e internazionali. Azzerare la fame nel mondo, per esempio, è il secondo dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dalle Nazioni Unite attraverso l’Agenda 2030, preceduto per importanza solo dalla necessità di eliminare la povertà. E per l’Unione Europea la sicurezza e la sostenibilità alimentare sono fondamentali obiettivi da raggiungere entro questo decennio.

Eppure, secondo le Nazioni Unite, dal 2015 in poi le persone che soffrono la fame e la malnutrizione stanno aumentando invece che diminuire, a causa della crescita dei conflitti, delle diseguaglianze, delle crisi economiche, della difficoltà di accesso alle materie prime. A queste cause si aggiungono i cambiamenti climatici e, per ultime, la pandemia di COVID-19 e il rincaro di alcune derrate alimentari seguito alla guerra in Ucraina.

A patire le conseguenze sono soprattutto le popolazioni che vivono nell’Africa sub-sahariana, in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Ci sono poi Stati che negli ultimi anni stanno vivendo crisi senza precedenti. Un esempio su tutti è quello dello Yemen: a causa di una guerra civile, oggi si contano quasi 18 milioni di persone malnutrite, su una popolazione di poco meno di 30 milioni di abitanti. Tra loro, quasi 5 milioni di persone sono colpite dalla carestia. In Yemen il cibo non manca, ma mancano le risorse per consegnarlo a tutta la popolazione e spesso i rifornimenti e gli aiuti internazionali cadono in mano alle fazioni armate, che controllano e monopolizzano la distribuzione.

La Somalia è un altro Paese duramente colpito dalla malnutrizione: quasi il 70% della popolazione non mangia a sufficienza. La fame affligge soprattutto i bambini e sono più di 1,2 milioni i somali che non mangiano a sufficienza, né hanno accesso a cibi variegati e di qualità. Questi dati sono il risultato di decenni di conflitti interni e della mancanza di servizi sociali di base.

La malnutrizione per eccesso

L’altro lato della malnutrizione e dell’insicurezza alimentare racconta una parte di mondo fondato su eccessi altrettanto pericolosi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di persone sovrappeso (e quindi malnutrite per eccesso) sono più che raddoppiate negli ultimi trent’anni. Il problema riguarda quasi 2 miliardi di persone, e sono almeno 800 milioni quelle che soffrono di obesità. In Italia le persone sovrappeso erano l’8,4% nel 1975 mentre oggi sono il 19,9%.

Se è vero che la malnutrizione per eccesso si verifica soprattutto nei Paesi più ricchi, è anche vero che in questi Stati è soprattutto la popolazione più povera a esserne colpita. Questo perché l’accesso al cibo rimane un problema: la varietà e la qualità delle materie prime è appannaggio della fetta più ricca della popolazione, mentre cibo spazzatura e altamente processato è venduto a basso costo nei supermercati e nei fast-food. 

Gli impatti del surriscaldamento globale 

Le cause dell’insicurezza alimentare spesso sono determinate da fattori locali, dalla guerra alla mancanza di infrastrutture. Ma oggi c’è un altro fattore che aumenta il problema, un fattore che agisce su scala globale: il cambiamento climatico. Gli effetti sul clima, l’ambiente e le risorse provocati dal surriscaldamento del pianeta, infatti, hanno un effetto moltiplicatore: amplificano le criticità già presenti e ne creano di nuove.

La siccità distrugge i raccolti, le alluvioni e gli uragani devastano i magazzini. L’innalzamento dei mari erode le coste e contamina con l’acqua salata le fonti idriche che servono a irrigare o abbeverare il bestiame. Non solo: il cambiamento climatico provoca a sua volta conflitti e migrazioni che colpiscono le popolazioni già fragili e scatena fluttuazioni pericolose nei mercati degli alimenti e delle materie prime. Un circolo vizioso che sembra destinato a aumentare nella dimensione e nel ritmo nei prossimi decenni. 

La produzione alimentare, però, non è solo vittima del cambiamento climatico, ma ne è anche artefice: da quando produciamo cibo per via industriale, le emissioni di gas serra del settore sono aumentate in maniera esponenziale. Secondo le ultime stime, la produzione di cibo è responsabile del 26-33% delle emissioni di gas serra a livello globale. Cibo che, come è stato dimostrato, è persino in eccesso rispetto alle necessità nutritive della popolazione mondiale. Da anni scienziati ed enti internazionali ripetono un dato preoccupante: nel mondo un terzo del cibo prodotto viene sprecato e finisce per essere buttato via. Il dato aumenta nei Paesi più ricchi: una famiglia americana non consuma il 40-50% del cibo acquistato. 

Un diritto inalienabile

L’industrializzazione della produzione alimentare ha reso possibile il disaccoppiamento tra crescita della produzione mondiale di alimenti e superficie coltivata, ma continua a dissipare quantità di risorse in maniera insostenibile. La sicurezza alimentare va perseguita per ridurre il numero di persone che soffrono di malnutrizione per difetto o per eccesso, ma anche per ridurre il nostro impatto sul pianeta.

Dal 1948 il diritto al cibo è uno dei diritti inalienabili iscritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Le società hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e mettere in atto tale diritto per garantire alle generazioni che abitano oggi la Terra pari opportunità di crescita e prosperità, ma anche per garantire alle prossime un pianeta sano e sostenibile.

Paesi malnutriti

Infografica tratta da Hunger Map del World Food Programme

Insicurezza alimentatare

Definizione di insicurezza alimentare della FAO

Mais

Una coltivazione di granoturco colpita dai cambiamenti climatici in India: a causa dell’intensificarsi degli eventi meteo estremi nella zona di Muniguda, i raccolti subiscono sempre più danni (immagine: Aniket Gawade / Climate Visuals Countdown – Creative commons)

Indonesia

Una donna distribuisce fertilizzante naturale in un campo coltivato nel villaggio indonesiano di Lubuk Beringin (immagine: Tri Saputro / CIFOR – Creative Commons)

Filippine

Un orto urbano creato con vecchi contenitori di plastica nella città di Mandaue, Filippine (immagine: Mark Linel Padecio / Climate Visuals Countdown – Creative commons)

Devi completare il CAPTCHA per poter pubblicare il tuo commento