Distribuzione e prevalenza dell'HIV nel mondo, secondo i dati raccolti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Immagine: WHO).
Sieropositività e resistenza all’AIDS: quando l’infezione prende strade diverse
Nel corso degli ultimi trent’anni gli scienziati hanno però imparato molte cose: ad esempio, che la malattia non segue sempre lo stesso decorso. Se in alcune persone sieropositive si ha un rapido deterioramento delle difese immunitarie, in altre l’infezione – seppure presente – fatica a prendere piede. Questi casi di maggior resistenza alla progressione della malattia, inizialmente catalogati come inspiegabili eccezioni alla regola, sono divenute il punto di partenza di un nuovo filone di ricerca. Ne vediamo oggi i primi frutti con uno studio che proprio in questi giorni appare sulle pagine di PLOS Genetics: studiando in parallelo la variabilità genetica non solo del virus HIV, ma anche delle cellule che esso infetta, ricercatori della University of Minnesota hanno finalmente chiarito perché alcune persone resistono più a lungo alla progressione della malattia.
Linfociti T e HIV: una partita ancora aperta
Quando penetra nell’organismo, il virus HIV ha un preciso obiettivo, i linfociti T, di cui dirotta i circuiti molecolari e li indirizza verso la produzione di milioni di copie di se stesso. Con il tempo, questo processo distrugge completamente i linfociti T, lasciando la persona sieropositiva priva di una delle difese immunitarie più importanti ed esponendola al rischio di nuove e spesso letali infezioni.
Passaggi chiave del ciclo replicativo dell'HIV una volta penetrato all'interno del linfocita T (Immagine: tradotta da Wikimedia Commons).
Studiando il decorso dell’infezione in diversi pazienti, i ricercatori si sono tuttavia accorti che i linfociti T non sempre “depongono le armi” così facilmente: esiste una classe di proteine, chiamate APOBEC3s, che si oppone alla replicazione del virus all’interno delle cellule T. Perché dunque l’infezione si instaura? Perché purtroppo il virus HIV ha a sua volta evoluto nel tempo un sistema, basato su un fattore chiamato Vif, in grado di mandare in cortocircuito le difese delle APOBEC3s. Al momento dell’infezione si instaura quindi un braccio di ferro tra HIV e i linfociti T, una battaglia a colpi, rispettivamente, di Vif e APOBEC3s. In molte persone, i linfociti T capitolano rapidamente, ma in altre non è così e la “resistenza” difende i baluardi immunologici molto più a lungo.
A cosa è dovuta questa differenza? Analizzando le proteine APOBEC3s, i ricercatori si sono accorti che in alcune persone queste vengono espresse in modo labile, mentre in altre l’espressione è stabile e continua: proprio in queste ultime si riscontra una maggiore resistenza alla progressione dell’AIDS. Tuttavia, l’esito della battaglia è il risultato di due forze e la solidità della APOBEC3s può qualcosa solo se l’HIV esprime la variante più debole di Vif, mentre fallisce di fronte alle sue versioni più evolute.
Seppure molti dettagli rimangano da sondare, la scoperta di questo meccanismo dimostra che i linfociti T hanno già in sé il potenziale di difendersi dall’infezione: una risorsa che in futuro potrebbe essere potenziata da farmaci ad hoc, andando a rinvigorire le schiere della “resistenza” e permettendo anche a persone sieropositive di riaprire la propria partita con l’HIV.
Immagine Box e Banner: World AIDS Day 2014