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Ecologia di un genocidio

Lo sterminio dei nativi americani ha avuto anche un profondo impatto ecologico e perfino climatico, segnato dall'avanzata delle foreste, dall'aumento del sequestro di CO2 atmosferico e degli incendi.
L’uomo ha sicuramente un grande impatto sugli ecosistemi e il paesaggio, così come la sua scomparsa. Un nuovo studio condotto dall’Università di Harvard e pubblicato su PNAS rivela che lo sterminio dei nativi americani Pueblo, che abitavano nel sud-ovest degli Stati Uniti, in Arizona e Nuovo Messico, provocò un’avanzata delle foreste e un conseguente aumento degli incendi in quei territori.  

Cronaca di uno sterminio

Le persone che vivevano nei villaggi avevano bisogno di legname per costruire i tetti, per riscaldarsi e cuocere i cibi. Inoltre, aprivano radure per coltivare la terra, quindi gli alberi non crescevano nei pressi dei siti archeologici finché questi erano abitati. Ma dopo la scomparsa dei nativi, le foreste hanno cominciato nuovamente a crescere e gli incendi boschivi sono diventati più frequenti.

Un uomo dell'etnia Pueblo in un dipinto del 1909 (immagine: Wikimedia Commons)
Lo studio fa luce anche sulle dinamiche e i tempi dello spopolamento. In queste zone il primo contatto tra i nativi e gli europei si verificò nel 1539. Le malattie diffuse da coloni e missionari, tuttavia, non sembrano aver avuto un grosso impatto fino al 1620. Da quel momento e fino al 1680, invece, gli effetti furono così devastanti da falcidiare circa l’87 per cento della popolazione nativa. Questa scoperta contraddice le due teorie più accreditate, secondo cui lo sterminio fu immediato o, in alternativa, lento e graduale.  

Villaggi fantasma

Per giungere a questi risultati gli scienziati hanno mappato 18 villaggi indigeni con una tecnica di telerilevamento nota come LIDAR (acronimo di Laser Imaging Detection and Ranging), che trova ampie applicazioni in geologia, sismologia e, come in questo caso, archeologia. Grazie a un laser capace di penetrare la fitta volta della foresta i ricercatori sono riusciti a ottenere istantaneamente una mappa dei siti precisa al centimetro, che avrebbe richiesto anni di rilievi con le tecniche tradizionali.
Una mappa che mostra la distribuzione degli insediamenti dei nativi Pueblo nel Nuovo Messico (immagine: Wikimedia Commons)
Con questi dati i ricercatori hanno potuto ricostruire l’architettura dei 18 villaggi, calcolare il volume di ogni edificio e sviluppare un'equazione per stimare quante persone vivessero nella zona. Prima del 1620 questo numero era di circa 6.500 individui, ridotti a meno di 900 in appena 60 anni. Le altre tribù del continente non hanno avuto maggior fortuna: agli inizi del 1600 mancavano già all'appello 50 milioni di nativi americani. Molti altri furono sterminati da conflitti e malattie nei secoli successivi: il più grande genocidio della storia dell'umanità.  

Meno indiani, più incendi

Dal momento che i siti archeologici non sono stati scavati, la dendrocronologia (un sistema di datazione basato sugli anelli di accrescimento annuale degli alberi) non è servita a datare i reperti, per esempio le travi dei tetti. In compenso, il dendrocronologo del team ha esaminato gli anelli interni di alberi secolari che sono ancora in crescita in questi siti per stabilire quando sono germogliati. Un picco di crescita si è verificato tra il 1630 e il 1650.
La dendrocronologia sfrutta carote di legno per datare alberi secolari e reperti archeologici, ma anche per ricostruire il clima del passato, poiché in anni favorevoli gli anelli di accrescimento sono più spessi (immagine: Wikimedia Commons)
Il fattore scatenante di questa avanzata degli alberi è stato senza dubbio la rimozione della popolazione nativa dal paesaggio. Senza più esseri umani a contenerla, la foresta si è riappropriata del territorio, fornendo letteralmente più carburante per gli incendi. Gli anelli degli alberi confermano che fino al 1620 i roghi erano sporadici e di piccola entità. In seguito, senza più campi coltivati che agissero da fasce tagliafuoco, gli incendi si sono intensificati. Fino al 1900, quando è aumentato il bestiame al pascolo e sono state introdotte politiche di gestione forestale e di controllo degli incendi.  

Quando comincia l'Antropocene?

I risultati sembrano smentire anche la teoria che ricollega il crollo dei livelli di CO2 del 1610, registrato nelle carote di ghiaccio dell’Antartide, con lo sterminio di 50 milioni di nativi americani. L’avanzata delle foreste nel Nuovo Mondo spopolato sarebbe responsabile del sequestro massiccio di CO2 atmosferico. Secondo molti, quindi, proprio questa data, il 1610, dovrebbe coincidere con l’inizio dell’Antropocene, la nuova epoca in cui l’uomo e le sue attività hanno modificato in maniera irreversibile gli ecosistemi e il clima della Terra. Ma questo studio racconta un’altra storia, poiché nel Nuovo Messico, nonostante i precoci contatti con i coloni, gli effetti dello spopolamento sono successivi al 1620.   Immagine banner in evidenza: Wikimedia Commons Immagine box in homepage: Wikimedia Commons
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