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Provare paura per la prima volta

La paura è un meccanismo fisiologico complesso, e da oggi, grazie a uno studio pubblicato su Nature Neuroscience, sappiamo per certo che può essere avvertita anche senza coinvolgere il centro della paura del cervello, finora considerato indispensabile.

La paura è un meccanismo fisiologico complesso e da oggi, grazie a uno studio pubblicato su Nature Neuroscience, sappiamo per certo che può essere avvertita anche senza coinvolgere il centro della paura del cervello, finora considerato indispensabile.

La maggior parte di noi non ricorda la prima volta che ha provato il sentimento della paura: si inizia da piccoli a maturare le prime esperienze per prove ed errori, prima ancora di poterle ricordare in modo nitido. Non è stato così per S.M. (di cui il nome completo non viene rivelato per la privacy), una signora americana che ha sperimentato cosa significhi provare paura solo a 44 anni.

Sindrome di Urbach-Wiethe
S.M. è infatti affetta da una malformazione genetica rara, chiamata sindrome di Urbach-Wiethe (lipoproteinosi), caratterizzata da una anatomia anomala a livello cerebrale. S.M. Infatti ha una atrofia dell’amigdala, una struttura a forma di mandorla che fa parte del sistema limbico e che viene considerata il centro della paura. Grazie a questa condizione S.M. non è in grado di provare paura davanti a ciò che comunemente la stimolerebbe: è indifferente per esempio ai film horror, ai ragni giganti e ai serpenti.

Immagine tratta da una scena del famoso film Psycho di Alfred Hitchcock al quale la signora S.M. è del tutto indifferente (Immagine: movieplayer.it)


Justin Feinstein, neurologo dell’Università dell’Iowa, insieme ad alcuni colleghi, ha infatti provato a spaventarla in diverse maniere, senza ottenere risultati. In un secondo esperimento l’ha coinvolta, insieme ad altri due pazienti affetti dalla sindrome di Urbach-Wiethe e a 12 persone senza questo tipo di problemi, a fare un test di respirazione. E inalando un gas contenente il 35% di anidride carbonica S.M. per la prima volta nella sua vita, con enorme sorpresa, ha sperimentato cosa sia il panico.

Il test con CO2
Il test di respirazione con il 35% di CO2 è già in uso in psichiatria da moltissimi anni, perché si è scoperto che il cervello reagisce a questa parziale carenza di ossigeno (detta tecnicamente ipercapnia) con una serie di meccanismi quali l’aumento della frequenza respiratoria e una generale agitazione. In uno dei moltissimi studi portati avanti da un gruppo di psichiatri italiani, tra i quali Giampaolo Perna, si è visto inoltre che la sensazione di paura è accentuata nelle persone geneticamente predisposte a presentare attacchi di panico.

Il solo pensiero di respirare un gas a scarsa concentrazione di ossigeno metterebbe nel panico chiunque: ecco perché Perna ci spiega come avvenga il test sul sito Anxiety.it. Alle persone coinvolte vengono fatti fare solo uno o due atti respiratori con la maschera, per poi trattenere il respiro per 4 secondi. Inoltre viene loro spiegato che respireranno miscele di gas diverse, non menzionando mai la carenza di ossigeno e nemmeno la possibilità di presentare attacchi di panico.

Differenza a livello di amigdala (cerchi rossi) tra un soggeto normale, a sinistra, e tre soggetti affetti dalla sindrome di Urbach-Wiethe.

(Immagine: Corey Feinstein / Iowa Neurological Patient Registry)


L’amigdala non serve sempre
Mentre in tutte le altre situazioni i pazienti con la sindrome di Urbach-Wiethe non avvertivano disagio, con la respirazione della miscela di 35% di CO2 invece erano addirittura più impauriti dei soggetti di controllo. Questo testimonia il fatto che in alcune condizioni fisiologiche, in questo caso l’acidosi metabolica creata dalla parziale carenza di ossigeno, i meccanismi della paura funzionano in maniera indipendente dall’amigdala. In effetti questa entità anatomica è coinvolta soprattutto nel rispondere con un sentimento di paura di fronte agli stimoli esterni, sociali o emotivi. Probabilmente, di fronte a pericoli interni e non esterni al corpo, quest’ultimo possiede dei meccanismi di salvataggio extra-amigdala che funzionano in maniera autonoma, un salva vita in più. In futuro Feinstein, come racconta sul Scientific American, eseguirà uno studio di imaging cerebrale sugli stessi pazienti, per vedere quali nuove aree cerebrali siano coinvolte nel panico da CO2, e se esistano differenze tra le aree illuminate di S.M. rispetto ai soggetti di controllo.

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