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Recensione libro: Gli antenati

Un ragazzo di 1,6 milioni di anni fa, un bambino di 24500 anni fa, l’uomo di Kennewick e la mummia Ötzi: quattro antenati per altrettante storie sul passato e le origini di Homo sapiens. Il nostro passato e le nostre origini
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Quattro storie raccontate a un pubblico di ragazzi pensate come altrettanti mistery. Tra le tante conoscenze che ci hanno lasciato sul nostro passato, questi quattro nostri antenati hanno anche suscitato accesi dibattiti e posto all’attenzione della comunità scientifica nuove domande. A dimostrazione del fatto che continueremo sempre a chiederci chi siamo e da dove veniamo

Una volta Anatole France disse che «il passato è la sola realtà umana: tutto ciò che è, è passato». Quella del premio Nobel per la Letteratura del 1921 è una riflessione che si adatta molto bene anche allo studio della specie umana, la nostra specie, le nostre radici genetiche ed evolutive. Come ha ben raccontato Lisa Vozza in un post sul suo blog lo scorso ottobre, per cercare di capire quello che ci ha reso umani nel senso in cui intendiamo oggi l’aggettivo dobbiamo necessariamente rivolgerci al passato. I grandi passi avanti compiuti nella ricostruzione della genealogia di Homo sapiens negli ultimi vent’anni, come ci ha raccontato la mostra ospitata al Palazzo delle Esposizioni di Roma curata dal grande genetista Luigi Luca Cavalli Sforza e dal filosofo della scienza Telmo Pievani (ne abbiamo parlato anche qui), mettono in evidenza lo stato di salute di discipline come la paleoantroapologia e l’archeologia.

Peter Robertshaw è un archeologo. Lavora alla California State University di San Bernardino e le sue attività di ricerca nell’Africa subsahariana hanno al centro proprio lo scavo e lo studio di reperti umani del passato. Le quattro storie che ha raccolto e raccontato assieme alla divulgatrice scientifica Jill Rubalcaba sono altrettante storie emblematiche, come fossero quattro istantanee prese in epoche diverse nella storia evolutiva dell’uomo.

Il problema della nascita del linguaggio
Il ragazzo del Turkana è il protagonista della prima storia. Questo giovane esemplare di Homo erectus visse nell’Africa orientale, tra gli attuali Kenya ed Etiopia (il Turkana, appunto) circa 1 milione e mezzo di anni fa. Questo straordinario reperto, ritrovato a metà degli anni Ottanta, ha posto una delle domande principali all’interno del dibattito sulla storia evolutiva umana. Perché, se dalle ossa rinvenute siamo stati in grado di capire che camminava su due gambe proprio come noi, non abbiamo ancora potuto dire con certezza se fosse in grado di parlare. E la domanda successiva che scaturisce è quale sia il valore evolutivo del linguaggio.

L’uomo, instancabile viaggiatore
La nostra specie, Homo sapiens, ha avuto origine 200.000 anni fa in Africa. Fino a oggi si pensava che i primi sapiens avessero cominciato a lasciare la loro culla natale solo 80.000 anni fa, spostandosi verso l’Eurasia. A complicare una già difficile ricostruzione (oggi si pensa a successive ondate migratorie) ci si è messo anche il bambino di Lapedo, rinvenuto in Portogallo da uno studente delle scuole superiori e vissuto 24500 anni fa. Chi si è avventurato fuori dall’Africa? Che cosa è successo dopo? Dove si colloca l’uomo di Neanderthal nel «cespuglio evolutivo» dell’uomo? Tutte domande che riguardano anche la nostra specie, non solo Homo neanderthalensis.

Nord degli Stati Uniti, nove mila anni fa
La spinta a viaggiare e colonizzare sempre nuovi spazi ha fatto sì che anche le terre più impervie siano state, prima o poi, territorio di conquista per l’uomo. Come nel caso del nord di quelli che oggi chiamiamo Stati Uniti d’America, dove a metà degli anni Novanta un gruppo di studenti dello Stato di Washington hanno ritrovato quello che è noto come «l’uomo di Kennewick». Vissuto circa 9000 anni fa, aveva sembianze del tutto simili a quelle dell’uomo moderno. Il suo ritrovamento ha suscitato grandi domande: quand’è che gli ominini sono migrati verso l’attuale nordamerica?

Clima favorevole sulle Alpi
L’uomo di Similaun, l‘ultimo protagonista del libro di Robertshaw e Rubalcaba, visse solamente 5000 anni fa. La sua mummia è uno dei reperti più famosi del periodo ed è noto al mondo intero col nome di Ötzi (ne abbiamo anche parlato in occasione della mostra che il Museo di Archeologia di Bolzano le ha dedicato). Il parziale scioglimento del ghiacciaio dove era intrappolata la mummia ha permesso agli scienziati di ricostruire l’ambiente in cui Ötzi ha vissuto e di capire che allora gli essere umani moderni stavano migrando. 

Come C.S.I.
Le quattro storie dei nostri antenati sono raccontate per tre fasi: il ritrovamento, le deduzioni che si sono potute fare dalla loro analisi e il dibattito che si è sviluppato a partire da essi. Perché è chiaro fin da subito nel libro di Rubalcaba e Robertshaw: il passato, anzi, tutte le epoche del nostro passato sono punti di partenza fondamentali per capire meglio chi siamo oggi. Ma quei passati, a differenza probabilmente di quanto pensava Anatole France, non sono dati per sempre. L’archeologia e la paleoantropologia ci mostrano come non mai che ogni scoperta, ogni avanzamento, ogni piccolo passo nella comprensione anche di un singolo reperto porta la comunità scientifica a ridiscutere profondamente ampie pagine della storia evolutiva umana.

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