250 anni di Humboldt, l’inventore della natura

Il 14 settembre del 1769 – 250 anni fa – nasceva a Berlino Alexander von Humboldt (1769-1859), lo scienziato più famoso del suo tempo. Importanti tracce della sua fama possiamo ritrovarle un po’ dappertutto, nel mondo. Humboldt vive nei nomi di animali, piante, città, montagne, laghi, ghiacciai, baie, navi, parchi e riserve naturali, scuole, crateri lunari, asteroidi e correnti oceaniche (la famosa corrente di Humboldt al largo del Perù, nell’oceano Pacifico).

Humboldt era l’uomo di scienza più famoso del suo tempo non per moda, ma perché i suoi contributi scientifici furono di valore incalcolabile. Poi è stato a lungo dimenticato, finché un libro – recentemente – non ne ha riportato memoria ed eredità all’attenzione che meritano.

Humboldt nel 1843.

 

 

Lo scienziato più famoso del mondo

Il giovane Humboldt, dopo una tediosa infanzia trascorsa nel castello di famiglia e una giovinezza alla ricerca della propria strada in opposizione alla rigidità prussiana della sua famiglia, comprese che se davvero voleva capire il mondo naturale avrebbe dovuto viaggiare. Con la morte della madre, lui e il fratello Wilhelm (diplomatico, filosofo, linguista) ereditarono una fortuna di 100.000 talleri prussiani a testa (pare che un impiegato pubblico guadagnasse ai tempi circa 100 talleri all’anno). Grazie a questa eredità poté finalmente imbarcarsi per compiere il viaggio in Sud America che desiderava da tutta la vita.

Partì in compagnia del botanico Aimé Bonpland (1773-1858, che aveva assunto e stipendiato) e armato di molti costosi strumenti per le misurazioni scientifiche (termometri, barometri, telescopi, cronometri, teodoliti, sestanti etc, senza dimenticare un cianometro di sua invenzione per misurare l’intensità del blu del cielo andino).

Il viaggio dei due scienziati – in anni in cui non esisteva ancora la parola “scienziato”, che verrà coniata solo nel 1834 – durò dal 1799 al 1804. Insieme percorsero quasi 100.000 kilometri (a piedi, su muli o con imbarcazioni) tra Messico, Venezuela, Perù, Bolivia, Cuba, Colombia e Ecuador, dove sul vulcano Chimborazo (alto 6310 metri), arrivarono alla maggior altitudine mai raggiunta da un essere umano a quel tempo (5917 metri), un record che durò per trent’anni.

Humboldt e Aimé Bonpland ai piedi del vulcano Chimborazo (dipinto del 1810).

Raccolsero migliaia di campioni di animali, piante e rocce. Riempirono centinaia di pagine di appunti e misurazioni. Compresero che le specie di piante si distribuiscono in base all’altitudine in modo simile, sia che ci troviamo sulle Ande sia che ci troviamo sulle Alpi.

Al ritorno da questo lungo, avventuroso e importante viaggio Humboldt dedicò le proprie energie alla divulgazione e alla scrittura. Investì gli ultimi talleri in suo possesso per pubblicare i propri libri, che andarono a ruba (il primo si intitolava Saggio sulla geografia delle piante (1806) e fu il primo libro ecologico al mondo). È circa a questo punto della sua vita che la sua fama divenne planetaria.

 

L’invenzione della natura

Alla base della sua visione, maturata grazie a quel primo viaggio di cinque anni nelle regioni americane equinoziali, c’è il concetto di connessione: «tutto è interazione e reciprocità». Secondo Humboldt, la vita è come un tessuto dove ogni filo è intrecciato al resto. Fu il primo ad avere questa intuizione, che in una parola tedesca intraducibile egli chiamava Naturgemalde, cioè la natura considerata come una unità, un insieme vivente, un insieme di viventi, «un microcosmo in una sola pagina», come il disegno omonimo che produsse e che colpì moltissimo i contemporanei.

La “rete della vita” di Humboldt, intesa come visione naturalistica, scientifica, ma anche come l’insieme dei rapporti che Humboldt ebbe nel corso della sua esistenza, ce li restituisce in modo magistrale il libro L’invenzione della natura – Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza (Luiss University Press, 2017, 516 pp., euro 22. Traduzione di Lapo Berti) della storica britannica Andrea Wulf (1972). Biografa eccellente, documentatissima, Andrea Wulf ci accompagna alla scoperta della complessa e rivoluzionaria personalità di Humboldt, dalle curiosità a proposito dei suoi molti primati (fu il primo a importare le noci brasiliane in Europa, inventò le isoterme, etc) alla descrizione – cosa preziosa – del contesto storico, politico ed economico del suo tempo. Ma non solo.

 

 

Darwin e gli altri

Un altro elemento di grande interesse del libro di Andrea Wulf è il racconto delle vite e delle idee di tutti coloro che attorno a Humboldt gravitarono, venendone influenzati. Fra i tanti, ne citeremo tre:

  • Charles Darwin (1809-1882)
  • Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832)
  • Simón Bolívar (1783-1830)

I libro di Wulf dedica ampie pagine a questi tre rivoluzionari (ognuno a suo modo) e alla profonda influenza che Humboldt ebbe sulle loro vite e sulle loro carriere. Rispettivamente, ognuno dei tre rappresenta un aspetto degli interessi nella vita di Humboldt, ovvero:

  • scienza
  • letteratura
  • politica

La scienza fu per Humboldt il fuoco che lo spinse alle grandi imprese che portò a compimento (era instancabile). Viene da chiedersi se Darwin sarebbe diventato uno degli scienziati più importanti della storia umana, senza gli scritti e l’esempio di Humboldt. «Attualmente riesco solo a leggere Humboldt», scrisse Darwin durante il suo famoso viaggio sulla Beagle, perché «illumina tutto ciò che vedo come un secondo sole». Con lui, la “rete della vita” di Humboldt sarebbe diventato l’albero della vita dell’evoluzionismo.

La letteratura fu il mezzo per divulgare le sue idee e i suoi viaggi avventurosi (scriveva benissimo e i suoi libri erano e rimangono ottimi testi letterari). Ebbe con Goethe un’intensa e intima amicizia che sarebbe durata fino alla morte di quest’ultimo, che fu anche appassionato scienziato, divulgatore scientifico (La teoria dei colori, La metamorfosi delle piante) e collezionista naturalista (possedeva più di 18.000 campioni di minerali). A Humboldt si devono molti tratti di Faust, il personaggio goethiano più noto.

In ultimo, la politica fu la colla che tenne insieme tutto.

Discuteva di natura, questioni ecologiche, potere imperiale e politico mettendo tutto in relazione. Criticava l’iniqua distribuzione della terra, le monocolture, la violenza contro i gruppi tribali e le condizioni di lavoro degli indigeni – tutti temi oggi di grandissimo rilievo. Da ex ispettore delle miniere, aveva un intuito straordinario per le conseguenze ambientali ed economiche dello sfruttamento delle ricchezze naturali. [p. 120]

Uniti dall’amore per le stesse terre, Humboldt e Bolivar divennero amici ben prima che Bolivar diventasse famoso. I loro scambi di idee portarono Bolivar a diventare il rivoluzionario che poi divenne (soprannominato “culo di ferro” per la sua incredibile resistenza a cavallo), famoso non solo per aver dato il nome allo stato che oggi si chiama Bolivia, ma anche per avere abolito la schiavitù nel 1826, molto prima degli Stati Uniti.

Il terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson definì Humboldt «l’uomo con maggiori conoscenze scientifiche del suo tempo». Il rapporto fra i due fu intenso e fruttuoso, e l’unica cosa che li divideva fu proprio il tema della schiavitù. Humboldt, infatti, la considerava una barbarie da abolire quanto prima, «il peggiore di tutti i mali». Il proprietario terriero e agricoltore Jefferson, invece, per quanto illuminato, non riusciva a immaginare un mondo senza schiavi.

 

Humboldt ambientalista prima dell’ambientalismo

Com’era la natura prima che qualcuno si accorgesse di lei? Gli animali erano paragonati a macchine, con componenti che funzionavano come ingranaggi, e tutto era visto in termini utilitaristici. Le risorse erano lì apposta per essere usate dall’uomo, l’unica creatura dotata di raziocinio e creata a immagine e somiglianza di Dio. La bellezza coincideva con l’utilità e tutto ciò che era selvaggio era orribile. Humboldt era di diverso avviso.

Gli animali sono connessi a quella rete della vita che è la natura, rete della quale fa parte anche l’uomo, responsabile di deforestazione e sfruttamento smodato delle risorse. Secondo Humboldt, fra tutto questo scempio e il colonialismo c’era un collegamento diretto, evidente. Distruggere la foresta, coltivare intensivamente, sconvolgere gli equilibri a causa di un eccessivo sfruttamento delle risorse porta a cambiamenti climatici pericolosissimi. «Fu il primo a spiegare le funzioni fondamentali della foresta per l’ecosistema e il clima.»

Sulle rive del lago Valencia, nella valle di Arangua in Venezuela, dopo attente analisi Humboldt scrisse:

Quando le foreste vengono distrutte, come hanno fatto ovunque in America i coloni europei con incauta avventatezza, le sorgenti si prosciugano o diventano comunque meno abbondanti. I letti dei fiumi, restando asciutti per parte dell’anno, si trasformano in torrenti ogniqualvolta abbondanti piogge cadono sulle alture. Venendo a sparire dai fianchi delle montagne, con il sottobosco, zolle erbose e muschio, l’acqua che cade sotto forma di pioggia non è più impedita nel suo corso: e invece di far salire il livello dei fiumi con infiltrazioni progressive, durante i grandi diluvi scava solchi sui fianchi delle colline, trascina giù la terra non più trattenuta e provoca quelle inondazioni improvvise che devastano il paese.

A 250 anni dalla sua nascita, leggere delle imprese, delle invenzioni e della visione nuova di Humboldt nel libro L’invenzione della natura significa risalire il fiume della storia che ha forgiato ciò che di buono siamo, ciò che di buono ci appartiene: idee “rivoluzionarie” di rispetto e salvaguardia per l’ambiente e per gli esseri umani, ovvero l’unica via percorribile nel nostro futuro. Perché non può esserci giustizia sociale se non c’è anche “giustizia naturale” e tentativo di comprensione di tutto ciò che ci sta intorno.

« Diversamente da Cristoforo Colombo o Isaac Newton, Humboldt non scoprì un continente né nuove leggi della fisica. Non era famoso per un fatto o una scoperta specifica, ma per la sua visione del mondo. La sua concezione della natura è penetrata come per osmosi nelle nostre coscienze.» [p. 391]

Ce lo insegna un precursore di nome Alexander von Humboldt, vissuto due secoli fa, che nel 1827, rientrato a Berlino, tenne un ciclo di 61 conferenze all’università completamente gratuite e aperte a tutti.

«Non facendo pagare l’ingresso, Humboldt democratizzava la scienza: il foltissimo pubblico andava dalla famiglia reale ai vetturini, dagli studenti ai domestici, dagli studiosi ai muratori – e per metà erano donne.» [p. 224]

Buon compleanno.

 

 

Altri libri consigliati

I libri disponibili in Italia del «primo viaggiatore dell’epoca moderna», come è stato definito Alexander von Humboldt, sono solo due, ma entrambi ottimi. Senz’altro consigliati se vi è piaciuto il libro di Andrea Wulf e se avete voglia di rimettervi in viaggio (direttamente con Humboldt):

  • Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente (Quodlibet, 2014, 266 pp., euro 23,50)
  • Quadri della natura (Codice, 2018, 540 pp., euro 65)

 

Immagine di apertura: Humboldt ritratto nella biblioteca del suo appartamento berlinese, in Oranienburger Strasse (1856).

 

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